Roma, 27 gen – Intervista ad Adriano Scianca realizzata da David L’Epée e comparsa in francese nel numero 176 della rivista Eléments

Quali sono le grandi linee del suo pensiero?

Un pensiero militante (cioè non individuale, non intellettualistico, ma inquadrato in un preciso contesto di lotta politica), radicato (relativamente alla mia appartenenza alla nazione italiana e alla civiltà europea) e in movimento (poiché detesto le formule ideologiche che restano ferme mentre il mondo cambia). In quello che considero il mio libro più importante, L’identità sacra (2016), ho cercato di approfondire il concetto di Grand Remplacement, individuato da Renaud Camus, e di dargli una profondità filosofica e metafisica che mi sembrava non avesse. Che cos’è che fa sì che il Grand Remplacement sia una sciagura? Il fatto che c’è un legame tra un popolo, la sua terra e i suoi dei (gli “etnarchi” di cui parlava Giuliano Imperatore). La terra, l’uomo e il cielo sono legati da un asse spirituale. Credo che la riaffermazione positiva di questo legame, contro gli assalti convergenti della destra economica e della sinistra culturale, sia la battaglia fondamentale di questa epoca.

Che bilancio tira dei primi mesi del governo italiano?

Del governo italiano si potrebbe dire quello che affermava Winston Churchill della democrazia: è il peggior governo, a eccezione di tutti quelli sperimentati finora dall’Italia. Il bilancio è abbastanza positivo per quello che riguarda la componente del governo che fa riferimento alla Lega Nord, mentre decisamente negativo per quello che riguarda il Movimento 5 stelle. Le politiche messe in campo per fermare l’emergenza sbarchi sono un piacevole elemento di discontinuità, dopo che l’ultimo governo italiano, guidato dal Pd, aveva pensato addirittura di introdurre la cittadinanza basata sul diritto del suolo (con la patetica motivazione che questo avrebbe garantito l’integrazione degli stranieri, evitando l’effetto banlieue, quando la storia di Francia e Belgio ci dice esattamente il contrario). Il futuro del governo si deciderà sulla questione dei suoi rapporti con l’Unione europea. Ma la mia impressione, purtroppo, è che manchi la necessaria competenza per poter sfidare le istituzioni comunitarie sul terreno dell’economia. L’aria di amatorialità che fanno trasparire alcuni esponenti del governo, soprattutto gli uomini del M5S, è sconcertante.

Lei utilizza, per definire alcuni dei suoi avversari, un termine difficilmente traducibile in francese: il “fanta-antifascismo”. Di che si tratta?

Si tratta della odierna paranoia antifascista, il complesso dell’eterna vigilanza democratica che, per giustificare se stessa, è costretta a stravolgere la realtà. Non parlo solo di un allarme per la “peste bruna” alle porte che è ormai diventato caricaturale, ma anche di un profondo cambiamento con la cultura antifascista stessa. Due soli esempi : ogni anno, il 25 aprile, anniversario della “liberazione” di Milano e festa nazionale in Italia, i reduci della brigata partigiana ebraica vengono contestati dai militanti “antifa”, che inneggiano alla Palestina. Ma, comunque la si pensi, è un dato di fatto che la brigata ebraica ha combattuto con i partigiani reali e che, negli anni ’40, i palestinesi erano in gran parte simpatizzanti per l’Asse. L’antifascismo storico viene così piegato alle esigenze di un antifascismo totalmente fantastico. Secondo esempio : i fatti di piazzale Loreto, ovvero l’esposizione al pubblico ludibrio dei corpi di Benito Mussolini e dei gerarchi fascisti uccisi. I partigiani veri si vergognarono sempre di quell’episodio, tant’è che uno dei capi della Resistenza, Ferruccio Parri, coniò per piazzale Loreto la pittoresca espressione di “macelleria messicana”. Gli antifascisti di oggi, invece, che per lo più sono combattenti… da social network, hanno un’attrazione morbosa per piazzale Loreto, che è centrale in tutto il loro immaginario e nelle loro pratiche discorsive.

Lei ha spesso parole molto dure contro i conservatori e contro i reazionari. Che cosa rimprovera loro?

Esiste certamente un pensiero reazionario e conservatore di altissimo livello : da De Maistre a Donoso Cortes fino a Gomez Davila. Esiste poi un’attitudine reazionaria che, quando non è sorretta dal talento letterario di queste grandi personalità, risulta molto meno affascinante. Ma, nell’uno e nell’altro caso, il problema è che si tratta di un pensiero che non aiuta a comprendere e quindi a cambiare la propria epoca. Il problema è che si tratta di un pensiero reattivo e non attivo, nel senso in cui Nietzsche usava questi termini. Molto spesso, peraltro, ciò che si vorrebbe “conservare” è il mondo che esisteva appena ieri, quello da cui poi, naturalmente, è scaturito l’oggi. Si tratta quindi solo di fare qualche passo indietro in un percorso che condurrà sempre e comunque a questo presente. A un pensiero che idealizza il passato recente, preferisco un autentico pensiero dell’Origine, cioè un pensiero del « nuovo inizio » così come lo pensava Heidegger.

Contrariamente a numerose personalità italiane situate all’estrema destra (tanto sul versante tradizionalista che in quello nazionalrivoluzionario o neofascista), lei rivendica fieramente il tricolore. Qual è il suo rapporto con l’unità italiana e i principi repubblicani?

Credo che la destra italiana sia l’unico ambiente identitario al mondo in cui è difficile affermare innanzitutto l’identità… italiana. Un mondo in cui non si cessa di processare il Risorgimento e i simboli della nazione, a cominciare da quel tricolore che per alcuni sarebbe… “massonico” ma che invece rispecchia solamente, come le altre analoghe bandiere europee, un’ultima eco della tripartizione indoeuropea (che si rispecchiava per l’appunto nei tre colori bianco, rosso e un colore scuro che varia dal verde al blu al nero). Nel mio ultimo libro, La nazione fatidica, cerco di rendere giustizia alla storia della mia nazione, che comunque è uno dei pochi Stati moderni che può dire di avere un nome già diffuso nel V secolo a.C. e ad aver avuto dei confini grosso modo coincidenti con quelli attuali già tracciati sotto Ottaviano Augusto. E se l’unificazione politica dell’Italia avviene molto tardi (1861), la sua esistenza nell’ambito culturale (e direi pure il suo archetipo mistico, poiché l’Italia ha anche una sua storia sacra, poco conosciuta anche da noi) è stata affermata con grande tenacia e a costo di enormi sacrifici da generazioni di patrioti nell’arco di millenni. Nel mio libro, peraltro, affermo con chiarezza che l’identità italiana non solo non è in contraddizione con quella europea, ma anzi la presuppone, perché i patrioti italiani sono sempre stati anche patrioti europei (pensiamo solo a Mazzini e alla sua “Giovane Europa”).

La mia patria è là dove si combatte per la mia idea”, diceva Evola. Questa definizione molto ideologica e deterritorializzata del nazionalismo, caratteristica del fascismo, non manca forse di radicamento? Un popolo non è più prezioso e più importante di un’idea? 

Evola ha sempre avuto un rapporto piuttosto complicato con il concetto di nazione. Ovviamente bisogna vedere come si intende concretamente l’affermazione. Dalla patria carnale non si può prescindere, mai (anche odiarla è un modo per esserne influenzati). E certo io non divento palestinese perché considero giusta la loro battaglia. Ma è anche vero che i grandi guerrieri e i grandi sapienti di tutti i popoli parlano una lingua dello spirito comune e quindi talvolta è possibile identificarsi con lotte che non hanno strettamente a che fare con il nostro popolo. Diciamo che la frase di Evola è perfetta per spiegare casi singoli ed eccezionali, ma su di essa non si può erigere una regola.

Che cosa rappresenta per lei l’epopea di Fiume?

Fiume è l’utopia che, per un breve lasso di tempo, riesce a farsi storia, un esperimento con pochi eguali nella storia del Novecento. Ma era una effervescenza che, in quei termini, non poteva durare. D’Annunzio non era uno statista, credo che con quell’avventura volesse lanciare un messaggio destinato a essere raccolto da altri. Come poi è accaduto.

Lei intrattiene un rapporto particolare con la controcultura e la cultura popolare moderna, dal rock ai fumetti e ai manga, ambito dal quale lei trae liberamente simboli e riferimenti. È questo quello che certi osservatori chiamano “pop fascismo”?

Pop fascismo” è una definizione coniata da un giornalista, Angelo Mellone, per spiegare il fatto che in Italia ormai i riferimenti al fascismo fanno parte dell’immaginario collettivo. Il che però può anche voler dire che tali riferimenti siano stati “digeriti” dal sistema, quindi neutralizzati di qualsiasi carica sovversiva. Ad ogni modo, quello che a me interessa è vedere come, in modo per lo più inconscio, temi cari all’epica europea antica e moderna, banditi dal discorso ideologico ufficiale, riemergono nella musica, nel cinema, nei fumetti. È un’operazione che va condotta con un certo equilibrio, perché se ci si lascia prendere la mano si finisce per farsi elogiatori dello Zeitgeist puro e semplice. Ma è indubbio che il modo per riempire un cinema mostrando i lavori di un Parlamento non è stato ancora trovato: la gente, persino oggi, continua ad appassionarsi agli eroi. E qualcosa vorrà pur dire.

Contrariamente a Debord e ai situazionisti, che denunciavano la società dello spettacolo, lei pensa occorra riappropriarsi di esso al servizio delle sue idee. È questo lo “squadrismo mediatico”?

Ci sono due modi di leggere Guy Debord, uno è moralistico: lo spettacolo è il male che contamina ogni cosa, bisogna rifiutarlo a priori. L’altra è corsara: lo spettacolo è un fatto, cerchiamo di rendere spettacolare la nostra rivolta. Come dicevo nella risposta precedente, c’è sempre il rischio di credere di dominare un meccanismo di cui in realtà si è schiavi. Ma, francamente, non vedo alternative. Io non credo ai ribelli, che possono anche isolarsi dal mondo. Io credo ai rivoluzionari, che hanno necessità di servirsi degli strumenti del mondo.

C’è una parola che appare spesso sotto la sua penna, quale che sia l’argomento trattato: gioia. Il buon umore, o la spensieratezza, hanno un posto nella vostra battaglia?

Questo è vero soprattutto nel mio primo libro, Riprendersi tutto, che tuttavia voleva avere una forte carica di rottura nei confronti di alcuni atteggiamenti tipici dell’estrema destra, tra cui seriosità, rancore e pessimismo. Insistere sulla gioia aveva il senso di rompere con quel modo di interpretare la militanza politica.

Il vitalismo rivendicato, quasi dionisiaco, della vostra dottrina non vi impedisce di intrattenere un rapporto molto rituale con la morte, in particolare la morte dei vostri camerati e le cerimonie che la accompagnano, al punto che certi hanno parlato di “culto tanatofilo”. Lei impiega l’espressione “metapolitica sacra”. Cosa significa?

Se lei legge i diari degli squadristi fascisti (come mero documento storico che testimonia il sentimento di un’epoca, non certo come manuale che proponga metodi replicabili ancora oggi) troverà un marcato vitalismo, una goliardia portata all’estremo. Eppure erano tutti vestiti di nero, nei loro emblemi c’erano i teschi, le loro canzoni parlavano di morte. Sono stati loro a inventare la cerimonia del “Presente” con cui ancora oggi vengono ricordati i caduti politici. Non c’è, dunque, contraddizione tra la leggerezza di spirito e un “essere per la morte”, come lo definiva Heidegger. Avere il senso di appartenere a una catena spirituale che attraversa la storia e che lega vivi e morti è del resto ciò che ci differenzia da molti dei nostri contemporanei, che vivono in un eterno presente. È questa la metapolitica sacra: il senso di avere una responsabilità di fronte a chi non c’è più.

Anche se CasaPound conta un certo numero di cattolici e di atei, lei sembra privilegiare un approccio spirituale pagano o paganeggiante. Può dirci di più?

Il mio percorso culturale e spirituale è sicuramente pagano, peraltro con notevole influsso delle tesi della Nouvelle Droite. Penso però che sia sbagliato fare del paganesimo un tema su cui dividere oggi schmittianamente l’amico dal nemico. Per me vanno distinti quattro livelli: a) un livello operativo, che deve restare non segreto, perché non c’è nulla da nascondere, ma quanto meno discreto. È il livello in cui ciascuno fa propria, come meglio crede, l’eredità pagana, con riti, piccoli gesti, meditazioni etc. b) un livello simbolico: anche chi si professa cristiano è in grado di percepire la forza di un fuoco sacro. È un paganesimo istintivo che, senza trasformarsi in parodia, va sempre alimentato. Pensiamo alle manifestazioni di CasaPound in cui ogni nucleo territoriale porta una manciata di terra che poi viene gettata in un unico braciere. Non è qualcosa che ha a che fare con la religione in senso stretto, ma ristabilisce un senso del simbolo, una potenza del gesto che è rivoluzionaria, nell’epoca volgare in cui viviamo; c) un livello culturale: la nostra antichità greca, romana, germanica, celtica e slava va valorizzata come una delle nostre più importanti radici, studiandola, spiegandola, facendola conoscere, difendendola dalle calunnie storiche; d) un livello politico dove, tuttavia, la valorizzazione della nostra identità precristiana non può più essere declinata in senso oppositivo rispetto a una religione che da duemila anni influenza la vita spirituale delle genti europee (sto parlando del cristianesimo, ovviamente). Notre Dame o il duomo di Milano sono luoghi in cui si prega il “Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe”, ma anche (e per me soprattutto) delle creazioni del genio europeo, dei luoghi di spiritualità europea. Da questo punto di vista, come dice Jean-Yves Le Gallou nel suo ultimo libro, i monoteismi non sono tutti uguali, perché essi intrattengono con la nostra lunga memoria un rapporto molto diverso.

Se alcuni dei suoi camerati mostrano preoccupazioni ecologiste e condividono un ideale di decrescita, lei è piuttosto progressista. Come i suoi predecessori futuristi, accorda una grande importanza alla tecnica. Non pensa che il tempo delle utopie tecniche sia passato?

Essere futurista non significa ovviamente preferire una colata di cemento a un prato o i fumi di un tubo di scappamento all’aria di montagna. Quello ecologico è un tema cruciale. Il punto è che anche questa è una questione… tecnica. Sarà attraverso nuove tecnologie che si combatterà l’inquinamento, non limitando (in che modo?) quelle esistenti. E la stessa volontà di preservare spazi “incontaminati” fa comunque parte della capacità tutta umana di farsi carico del mondo: una riserva naturale, in realtà, è di fatto un prodotto… artificiale.

Venite spesso avvicinati a quella che in Italia è detta “destra sociale”. Se il lato sociale appare abbastanza chiaramente, che cosa ne è dell’etichetta di destra? In fondo, il fascismo, non è una via italiana e molto particolare al socialismo?

Sono perfettamente d’accordo con lei, e infatti non ho mai considerato l’etichetta di destra adatta a riassumere il mio pensiero, pur essendomi di fatto rassegnato al suo utilizzo mediatico (alcuni autori con idee simili alle mie impiegano più tempo per chiarire che non sono di destra di quanto ne usino per spiegare cosa sono in realtà… mi sembra uno spreco di energie).

Pensa che l’alleanza Lega-M5s possa ispirare altri Paesi o che altrove in Europa si possa giungere a configurazioni simili?

Dipenderà molto dal successo che avrà. La ricerca di configurazioni politiche alternative alla tradizionale contrapposizione destra/sinistra è in corso in tutta Europa e non solo. L’Italia può essere un faro. Ma, se Lega e M5S falliranno, potrà anche essere un monito a non tentare più simili esperimenti. Al momento non possiamo avere certezza di quale sarà l’esito.

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