nazionalizzazione delle bancheRoma, 17 feb – Nei box scalpita Keynes. E lo Stato, gettato fuori dalla porta, si prepara a rientrare dalla finestra. Si può riassumere in queste due immagini l’approvazione del decreto salva risparmio con il quale il governo decide di intervenire per tentare di mettere un freno alla forte crisi bancaria. Falliti gli esperimento pubblico-privato di Fondo Atlante e Fondo Atlante 2, che non sono riusciti a sgravare gli istituti di credito dalle sofferenze che zavorrano i loro conti, l’esecutivo ha deciso allora di aumentare la dotazione di risorse allo scopo. Dai circa 10 dei due fondi si passa così ai 20 miliardi messi in campo, con l’obiettivo di sottoscrivere aumenti di capitale delle banche, offrire garanzie statali alle stesse ed erogare liquidità di emergenza.

Un intervento a tutto tondo, quello previsto nel salva risparmio, che vede sempre più vicina la nazionalizzazione di alcune banche fra quelle più in difficoltà. Dopo Monte dei Paschi, quindi, lo Stato è pronto a fare il suo debutto da azionista in altri istituti, fra i quali i primi indiziati sono Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. In totale le tre banche dovrebbero assorbire qualcosa come 14 miliardi, fra gli 8,8 di Mps e i 5 richiesti dalla Bce alle due venete.

Non solo il governo diventerà in alcuni casi socio di maggioranza: nel decreto è messo nero su bianco che avrà anche poteri di gestione, a partire dalla revoca di dirigenti e consiglieri. Novità, quest’ultima, unita al via libera alle operazioni di nazionalizzazione, alle quali guardare in maniera positiva in quanto qualitativamente diverse da scelte, spesso discutibili, fatte in passato. Nonostante ciò, anche il salva risparmio incontra non poche problematiche. A partire anzitutto dalla scelta di partecipare agli aumenti di capitale in sé. Il vero problema, come sottolineato più volte, sono le sofferenze sui crediti, dalle quali le banche possono essere sgravate solo in due modi: o cedendole o ritornando a far crescere seriamente la nostra economia per ridurle indirettamente. Visto che la seconda opzione è al momento una chimera, l’unica via percorribile rimane la prima. Sul mercato i valori sono però talmente depressi da costringere chiunque voglia avviare la loro (s)vendita a massicce svalutazioni di bilancio spesso incompatibili con la prosecuzione dell’attività. La ricapitalizzazione delle banche male non farà, ma non è detto che sarà risolutiva. In secondo luogo, non è ancora stabilito quale sarà il destino delle banche nazionalizzate. Il salva risparmio non ne fa menzione: resteranno pubbliche? Manterranno proprietà e gestione statale? Oppure verranno di nuovo messe sul mercato al miglior offerente, socializzando le perdite e tornando poi a privatizzare i profitti?

Filippo Burla

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