Abituato a dare scandalo, questa volta il regista franco-tunisino Abdellatif Kechiche ha fatto “sbroccare” la platea del Festival di Cannes 2019, mandando su tutte le furie anche la protagonista del suo Mektoub, My Love: Intermezzo. Tutta colpa, a quanto pare, di una scena di cunnilingus, della bellezza di 15 minuti, ambientata nel bagno di una discoteca dove un ragazzo intrattiene felicemente una ragazza in modo nient’affatto simulato. Apriti cielo: molti spettatori presenti alla proiezione première hanno abbandonato la sala, tra loro anche Ophelie Bau, l’attrice principale della pellicola, che ha anche disertato la photocall di rito e pure la conferenza stampa. Il regista di Cous cous (Leone d’argento a Venezia 2017) e La vita d’Adele (Palma d’oro 2013), vista la situazione, ha preso il microfono in sala e si è scusato “per non aver avvertito”, riferendosi alla clamorosa e prolungata scena di sesso orale.

Un film sessista a Cannes?

Ad onor del vero, va detto che la scena incriminata arrivava a tre quarti del film (della durata di quasi quattro ore) al culmine di un blocco, quello della discoteca, scandito dall’ossessiva musica tecno anni ’90 e da un’altrettanto ossessiva sequenza di inquadrature ad elevatissimo impatto sensuale, soprattutto di natiche femminili. A parte l’indignazione dei critici e la meno comprensibile presa di distanza da parte del cast, sono da segnalare i commenti social che hanno bollato Mektoube come “retrogrado”, “lascivo”, “maschilista”, “sessista”.


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Eros in punta di lingua

Il 56enne Kechiche, che aveva già dato scandalo con i contenuti parecchio spinti e sempre espliciti delle sue precedenti opere, si è difeso così di fronte alla stampa: “Volevo celebrare l’amore, il desiderio, il corpo e provare l’esperienza cinematografica più libera possibile, rompendo i codici narrativi”. Il regista franco-tunisino ha dovuto fronteggiare anche chi gli ricordava le accuse di violenza sessuale mossegli da una giovane attrice a ottobre nel 2018, per le quali il procuratore di Parigi a ottobre ha aperto un’indagine, replicando: “Parlate del film, non di me”. Anche se ora, però, si parla di entrambi.

Fabio Pasini

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