Roma, 23 giu – Cosa sono gli Squallor? Un gruppo musicale demenziale, un fenomeno di costume, una compagine di geni, la massima espressione dell’estro dissacrante partenopeo? Forse nessuna di queste cose, forse tutte. Proprio in questi giorni, Federico Salvatore, cantautore napoletano passato alla storia per il suo tormentone Azz ha annunciato che porterà nei teatri la storia degli Squallor. Salvatore ha collaborato nei primi anni novanta con gli Squallor e, giustamente, vuol portare avanti un’eredità che va pian piano scomparendo. Di chi è colpa? Il super gruppo di Totò Savio, Daniele Pace, Giancarlo Bigazzi e Alfredo Cerruti con i loro testi infarciti di volgarità, insulti, allusioni sessuali più o meno esplicite, adesso forse non potrebbe esistere. Il politicamente corretto s’è mangiato in un sol boccone la capacità tutta italiana di far ridere partendo dal “basso” per colpire in alto. Gli Squallor in questo senso sono un unicum: Savio firmò alcuni dei più grandi successi della musica italiana (sue sono, ad esempio, Maledetta primavera, Una rosa blu, Erba di casa mia), Daniele Pace fu autore per Caterina Caselli (sua è Nessuno mi può giudicare) e Loredana Berté (E la luna bussò) tra gli altri. Bigazzi, anche lui, annovera come autore alcuni dei più grandi successi italiani: collaborò con Tozzi per Ti amo, Gloria e molte altre, scrisse Rose Rosse per Massimo Ranieri e Self control per Raf. Infine, last but not least, c’è il genio di Alfredo Cerruti, che tra un improperio e l’altro, e stato autore televisivo, ad esempio con Arbore di Indietro tutta, regista, sceneggiatore e fidanzato dell’immortale Mina Mazzini. Insomma, tutti geni prestati al ludibrio. Era meglio quando c’erano gli Squallor: ecco cinque ragioni che ve lo faranno capire.

5) Il politicamente scorretto

Chi meglio degli Squallor ha raccontato il famoso sessantotto? La libertà, specialmente sessuale, era poi forse la spinta maggiore di alcuni baldi giovani ad unirsi ai movimenti studenteschi. Savio ne parla in Mi hai rovinato il ’68: “E ora mio figlio mi fa il culo perché a scuola gli altri hanno tutti le timberland / ed io ripenso con tenerezza ormai al sacco a pelo dove la chiavai. Il ’68 lo passammo in trincea gridando forte giù le mani dal Vietnam  / era la storia che apriva strade nuove e finalmente fu il ’69“. Inutile specificare che gli Squallor non si riferivano all’anno. Poi parliamo di storia italiana, con Jammuccenne, dissacrante analisi del conflitto bellico a Napoli nella seconda guerra mondiale dove, tra una fuga e l’altra, c’è chi trova il tempo di rubare i televisori, chi di fare le marchette, e chi di fare un monito: “Miett’ o culo ‘n faccia’ o’ muro, so’ arrivat’e marocchine scure scure, a ricordare le barbare usanze dei goumier francesi di origine nordafricana che tanto colpirono le zone della Campania e del basso Lazio.

4) La liberazione sessuale

I titoli dei dischi degli Squallor parlano chiaro: Pompa, Tromba, Cappelle, Cielo duro e via dicendo. Da Freud in poi, il sesso è uno sfogo per frustrazioni mal sopite oppure cagione egli stesso di malesseri. Ansia da prestazione, revenge porn, dipendenza dai porno, mercificazione del corpo femminile: niente di tutto questo nella musica degli Squallor. La povera Berta viene invitata senza troppi complimenti a giungere al fine al rapporto sessuale con un lirico: “Berta, ti amavo, ma scendi giù che ti spacco il culo brutta troia, voglio vederti qui tra le mie braccia pelose“. E inutile dirlo, anche Rosamunda è invitata alla festa. Gli Squallor come prototipo ideale del maschio italico: senza freni inibitori, senza peli sulla lingua, senza vergogna. Usciti vivi dal sessantotto – e anche dal sessantanove, per citare di nuovo il punto 5.

3) La figura della donna

Adesso più che mai chi dice donna dice danno, grazie al femminismo della terza ondata. Savio e compagnia hanno individualmente firmato alcune delle canzoni più romantiche dedicate e cantate da interpreti donne, ma nel loro side project Squallor, alle donne parlano chiaro e delle donne parlano ancor più chiaro. In Avida Savio ne approfitta per dire di tutto alla moglie dipartita (ovviamente fittizia), confessandole infine che non l’ha nemmeno mai veramente sposata. E giù a ricoprirla d’insulti. Come non parlare poi di Filumenaresoconto choc dell’incontro, dopo tanti anni, del primo amore del protagonista che ahimè, nel frattempo, è diventata una “chiattona” “co’ a vocca ‘e ‘na murena e’ varicose blu e mentre mi ricorda la promessa, un grande amore cessa e ‘o cazzo mi va giù”. In E ‘a murì Carmela, storia d’amore e di recchial’amante tradito augura la morte alla sua donna. Una descrizione del genere femminile simile adesso innescherebbe lo stridio autistico di tutto il mondo femminista internazionale.

2) L’amore

Gli Squallor sono, per le delusioni d’amore, una vera e propria panacea. Più l’amore è sofferto, più le parole di Savio e Co. sono adatte. Sei stato tradito? C’è Curnutone. “Curnutone ca pe’ sta via mo’ te’ ne vai, nun chiagnere pe’ st’ammore a chella nun ce penzà” invitano gli Squallor. Nella coppia c’è incomunicabilità? E allora Telefona a stu cazz,  e se l’oggetto della nostra bramosia d’amore si rivelasse inaccessibile, gli Squallor ci ricordano “E vaffanculo a chi se ne va, ‘o munn è ‘na capocchia e prima o dopo tu ce ‘a turnà“. Quando poi proprio il cuore è spezzato, abbiamo davanti a noi una virago senza cuore che antepone il proprio successo ai sentimenti, Savio ci ricorda che c’è passato anche lui, cantando in Chi cazz mo fa fa: “Parle, parle ‘ca me pare n’avvocato / Stasera sì turnata, dimmane te ne vaje, Chiano chiano te si fatta femminista / E a chi c’ho porte chisto, nun se fa ammore maje”. Come non ricordare poi la tenerissima Na sera e maggin cui l’affranto protagonista all’oggetto amato canta: “Dicitincell ca voj bene ma agg passat troppi guaj e troppe pene“. Poi, si, c’è giusto qualche insultino qua e là – ma è liberatorio.

1 La filosofia di vita

Gli Squallor sono, a tutto tondo, maître à penser: abbiamo visto il loro rapporto con l’amore, con la politica, col sesso e con la figura femminile. Poi c’è, sottotraccia, questo epicureo invito a viversi il presente senza considerare le conseguenze future, vivendo il momento – e, molto spesso, per “viversi il presente” s’intende impegnarsi vorticosamente in rapporti sessuali. Pietra miliare di questo concetto è, naturalmente O’ tiemp se ne va, un irresistibile carpe diem in salsa partenopea che contiene la summa filosofica di Bigazzi e dei suoi sodali. Ricordando il motto tempus fugit, come una meridiana coprolalica, Savio canta: “Ma ‘o tiempo se ne va, dimane nun s’ sa,
si ‘a mazza m’ s’arrizza, si nun t’ car ‘a zizza nun s’ sa”. E ricorda, a imperituro monito: chela vita è un varieté, e ‘o cazz è cumm ‘o rré”. Ognuno tragga le sue conclusioni.

Ilaria Paoletti

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