Roma, 9 sett – Lucio Battisti ci ha lasciato in questo giorno nel 1998. E nonostante la sua proverbiale ritrosia e la scelta di ritirarsi dalle scene è stato chiaro e lampante sin da quel giorno di fine estate di ventuno anni fa: siamo tutti più soli senza la sua musica.

Lucio Battisti, speciale per voi

Il Lucio che personalmente amo ricordare è quel ragazzo con la testa piena di ricci, i baffetti e il foulard al collo ospite nell’arena di Speciale per voi, condotto da Renzo Arbore. Correva l’anno 1969: l’anno della prima e ultima presenza fisica di Battisti al festival di Sanremo con Un’avventura. L’anno del primo album, intitolato semplicemente Lucio Battisti. L’anno, per dirne una, di Acqua azzura, acqua chiara. Adesso ci parrà incredibile, ma Battisti fu sin da subito discusso. Si classificò nono: a storcere il naso per la sua esibizione all’Ariston vi fu nientemeno che Natalia Aspesi, la femminista per anni tenutaria della critica cinematografica di Repubblica, figura chiave del gotha radical chic italiano: per lei la voce di Lucio era come “chiodi che gli stridono in gola“.


Battisti nell’arena

E’ proprio in questo contesto che Lucio si presta a fare da gladiatore nell’arena di Arbore. Nella trasmissione, infatti, l’artista ospite viene posto al centro della scena ed  è costretto a rispondere alle domande, spesso critiche, del pubblico di giovani e giornalisti presenti in studio. Battisti viene letteralmente massacrato. Seguendo una logica da talent pre-talent show, appunto, Battisti viene accusato di non avere le “doti” per cantare e che farebbe meglio a limitarsi, chessò, a scrivere. “Doti?” ribatte Lucio. “Queste “doti” non sono stabilite prima. Il cantante deve usare le sue capacità vocali. E se non ce le ha, sarà comunque qualcuno che comunica un’emozione e questo basta, secondo me”.

Tu chiamale se vuoi, emozioni

Renzo Nissim, giornalista e critico musicale, intellettuale per la verità degno di stima, esperto di jazz, viene da un’altra generazione ma ha le stesse critiche dei giovani. La voce, questa voce di Battisti che proprio non va. “Se quello che conta è il messaggio” dice Nissim “allora perché non scrive, lo scriva su un manifestino da distribuire fuori da un cinematografo“. Battisti lo corregge subito: “No, che messaggio. Quello che conta è l’emozione”. Puntualizzazione che oggi, a rivedere lo spirito con cui i sessantottini si accanirono sui testi Battisti e di Mogol, “rei” di non prendere posizione politica e per questo, anzi, in odor di fascismo, appare ancor più importante.

“Ma cosa credi di dire?”

Quando arriva il momento di far parlare un giovane, interviene un ragazzo che forse pone la domanda più importante: “Ma se la voce non è importante” chiede il ragazzo “ma allora tu cosa credi di dire con le tue canzoni?”. Ancora, ricordiamo l’anno, ricordiamo le lotte studentesche che hanno visto la nascita di quell’intellighenzia di sinistra che ancor oggi “detta” le regole del gusto dalle colonne de L’Espresso, per la quale l’impegno politico doveva essere messo prima di ogni cosa – prima del talento, prima del successo, prima, soprattutto, delle emozioni. E prima del gusto popolare: Battisti ha fatto successo perché piaceva alla gente, a tutti i tipi di persone. E questo, lo sappiamo bene, è un sentimento che i radical chic non riescono ad intercettare. Il popolare, il pop, per il progressista ha il retrogusto dell’ignoranza, del qualunquismo.

“Maestro, musica!”

Questo è il Battisti che dobbiamo ricordare; quello che nello studio di Arbore fa avanti e indietro, nervoso, con le mani in tasca e che quando arriva il momento di rispondere a quel ragazzo che gli domanda “cosa crede di dire”, sfodera la più ampia gestualità e il più marcato accento romano: “Io? Ma che devo dì? State a parlà sempre voi!”. “Ma insomma” esclama Battisti “Io non c’ho capito niente. Sò tre ore che state a parlà. Non si è concluso niente”. E domanda: “Io propongo delle cose: vi emozionano, vi piacciono si o no?“. Il pubblico risponde di si. Chi voleva rispondere di no, probabilmente, a questo punto ha preferito tacere. “Me fa piacere! Sotto maestro con la base!”. La musica inizia, il pubblico tace, Battisti canta.

L’eredità di Battisti

Da lì e per molti anni a venire, Lucio e Mogol domineranno le classifiche italiane, collaborando anche per altri artisti (Mina, Patty Pravo, Equipe 84) di eguale successo. E sono stati sperimentatori non solo in campo musicale (nel novero dei loro strumentisti solo il meglio, da Alberto Radius a Ivan Graziani) ma anche nei testi. Intimisti senza mai ridicolizzare i sentimenti. Chi meglio di loro ha saputo descrivere e rendere protagonista la figura della donna? Nel 1970, ad un anno di distanza dalla trasmissione di Arbore, Guccini cantava Vedi cara, in cui si rivolge alla sua donna quasi con sufficienza, consapevole dei suoi limiti di comprensione nei confronti dei suoi bisogni, con la spocchia tipica del cantautore di sinistra. La “sua” è una donna che si accontenta di poco. La donna di Battisti e di Mogol sbaglia, tradisce, litiga: è sensuale e viva e pensante è “selvaggia” e “comunque, bella”. Eppure tutt’intorno a lui ci si concentrava sulla voce, sul bel canto: e questa “polizia” del gusto oggi è diventata imperante. Non ci sono più arene in cui i cantautori si rappresentano, ci sono scrivanie e giudici e pubblico da stadio. Quanto ci manca Battisti? Quanto ci manca l’umiltà di un ragazzo di provincia, chitarrista autodidatta, schivo e deciso, che in romanesco chiede la base per cantare e, semplicemente, canta? Ventuno anni dopo, ogni giorno manca di più.

Ilaria Paoletti

 

 

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