Roma, 21 dic – E’ uscita pochi giorni fa per Netflix la serie, divisa in otto puntate, “Sunderland ‘Til I Die”. Girato come un documentario, tra interviste e approfondimenti storici sulla cittadina del nord dell’Inghilterra, il racconto televisivo segue le peripezie del Sunderland A.F.C. partendo da luglio 2017.

La situazione della squadra è critica: è appena infatti stata retrocessa dalla Premiership (la “prima divisione” del campionato di calcio inglese) alla Championship, l’equivalente della nostra serie B. Al team si è appena aggiunto un nuovo manager, Chris Coleman. Molti giocatori importanti, in seguito alla “relegation” (la retrocessione) hanno preferito prendere il volo ed abbandonare la squadra in Championship. Il malcontento dei tifosi è palpabile e, dopo una bruciante sconfitta in casa contro il Celtic, sfocia addirittura in scontri tra sostenitori del Sunderland e la polizia. Il documentario segue in maniera ravvicinata le reazioni dei giocatori, dai “veterani” ai nuovi arrivati, pieni di speranze.


La stessa attenzione viene dedicata all’impegno profuso dai manager della squadra, in particolar modo durante il calciomercato, tra “talent scout” sguinzagliati alla ricerca di giovani rimpiazzi che infondano linfa vitale nello sfiduciato organico e gli esperti allenatori del “vivaio” del Sunderland. Ma ciò che riesce meglio al progetto “Sunderland Til I Die” è il raccontare in maniera perfetta, calda e commovente, senza ricorrere a soluzioni narrative invadenti, il rapporto culturale o quasi religioso della città con la sua squadra. Nel racconto degli stessi tifosi, il Sunderland A.F.C. e il suo “Stadium of Light” sono infatti un faro (simbolo ricorrente nell’intro della serie) di speranza per la comunità, che ancora risente drammaticamente della chiusura progressiva dei giganteschi cantieri navali e della conseguente perdita di ricchezza e di lavoro della città. E’ un racconto che non può non commuovere chiunque ancora ami il “gioco più bello del mondo”.

Ilaria Paoletti

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