Firenze, 12 mar – La cosa più bella della domenica, calcistica e non, è stata sicuramente il gesto di Vitor Hugo, il difensore della Fiorentina che ha segnato il gol decisivo nel match della squadra toscana contro il Benevento, che ha segnato il ritorno in campo dei viola dopo la tragica morte di Davide Astori. Una rete, per chi crede nel fato, segnata proprio dal sostituto del difensore prematuramente scomparso, con la maglia 31, ovvero il numero speculare al 13 di Astori, realizzata per di più attorno alle ore 13 (la partita è iniziata alle 12.30, il giocatore sudamericano ha segnato al 25′ del primo tempo).

Commoventi coincidenze o forse qualcos’altro, ma non è di questo che volevamo parlare, quanto dell’esultanza di Vitor Hugo, che dopo la rete è corso verso la panchina, si è piazzato di fronte alla maglia commemorativa del compagno scomparso, si è messo sull’attenti e ha fatto il saluto militare, con il volto fiero e orgoglioso. È così che si dice addio a un capitano. Il gesto è di una poesia estrema e racconta di come il calcio, persino questo calcio, riesca nonostante tutto a essere veicolo di un’antropologia in parte dissonante con l’estetica e l’etica oggi dominanti. Non sappiamo nulla del Vitor Hugo uomo: forse è un individuo saldo in se stesso, un hombre vertical, più plausibilmente, non foss’altro che per una questione probabilistica, sarà un ragazzo come tanti, con il suo bel coefficiente di conformismo e banalità, caratteristiche che fra i suoi colleghi certo non mancano. Ma a volte la forma riesce a fare le veci del contenuto. Il difensore brasiliano, peraltro, aveva già elogiato Astori quando questi era ancora in vita, per il modo in cui lo aveva aiutato ad ambientarsi nella squadra, come fa un buon capitano. O come fa un buon capoufficio con l’ultimo impiegato arrivato, ovviamente, e senza che ciò abbia nulla di eroico.

Ma i rapporti che si stringono nello spogliatoio sono diversi. È un luogo non democratico, lo spogliatoio, dove non tutte le opinioni contano allo stesso modo, dove valgono delle gerarchie naturali, dove si cementa una comunità e l’elemento che non tende all’obiettivo comune finisce ai margini. È per questo che i giornalisti sportivi, nella loro libido orwelliana, odiano lo spogliatoio, da cui sono estromessi. Così come odiano quando un giocatore dice che “ciò che accade in campo, resta in campo”, perché per loro il campo è il luogo della trasparenza assoluta, della correttezza artefatta, delle buone maniere e dei diritti. Ma sono elementi – il campo, lo spogliatoio, la squadra – che fanno resistenza a questa violenza, che evocano comunque qualcosa di diverso. Certo, stiamo parlando pur sempre di una partita di calcio: mettersi al seguito di un capitano per assaltare una trincea nemica o per far guadagnare delle plusvalenze al milionario padrone di una squadra quotata in borsa non è affatto la stessa cosa. Non lo è, ma poiché la materia prima è sempre la stessa, l’uomo, i meccanismi etologici che scattano sono spesso simili. È così capita che per onorare il compagno scomparso, venga in mente di fare ciò che non si fa più altrove, con un’estetica antiretorica e virile, come un saluto militare, sull’attenti, con lo sguardo forte. Come uomini che rendono onore ad altri uomini. È durato un secondo, in mezzo al nulla del calcio, delle nostre vite, del nostro tempo. Ma è stato un bel secondo.

Adriano Scianca

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