Roma, 17 giu – “I presidenti passano, gli allenatori passano, i giocatori passano. Solo le bandiere restano per sempre”. Probabilmente la conferenza stampa di addio alla Roma di Francesco Totti verrà sintetizzata dai più con questa sua frase detta proprio all’inizio, quando con voce quasi rotta “Il Capitano” ha annunciato le sue dimissioni da dirigente giallorosso. E forse è la sintesi perfetta. Ma non tanto per il suo significato calcistico. Perché parliamoci chiaro, il calcio ci piace non tanto perché ci appassiona vedere i famosi ventidue miliardari in mutande rincorrere un pallone. Il calcio ci piace per la sua espressione più dionisiaca, folle, incontrollabile, per quel delirio emotivo che viene trasfigurato in estasi di Vittoria. È così dall’inizio dei tempi.

I soliti pseudo-antropologi per cui le divinità e i riti erano solo superstizioni faranno la fila a spiegarvi che il panem et circenses era solo un modo che i potenti utilizzavano per tenere a bada il popolo bue. Forse in parte era anche vero. Ma quel che più contava era il significato sacro dei giochi. Ma appunto, essendo sacro, questi che ne possono sapere? Come spiegar loro che proprio il pubblico in delirio muoveva quelle forze più profonde nell’uomo, quasi animalesche e selvagge che dovevano essere sfogate nel giusto modo per trovare una giusta via di trasformazione verso una trascendenza, evocando divinità di Lotta e Vittoria che avrebbero garantito il loro sguardo sul destino dell’intero popolo? Sì certo, lo so già quale sarà la risposta. Che ora non è più così, perché non esiste più un culto pubblico che lo permetta e che troppo spesso quel delirio dionisiaco serve solo a evocare le pulsioni più basse perché non c’è più una trascendenza che possa trasfigurarlo. Eppure c’è un’essenza profonda nel calcio che si ricollega proprio ai ludi, alle cerimonie di Trionfo, in modo sicuramente ancora grezzo, inconscio. Eppure reale. Sicuramente qualcuno griderà al sacrilegio per questo accostamento ma francamente sono problemi suoi.

Come uccidere il calcio


“Forse è qualcosa che non puoi capire se non ci sei dentro. Come fai a capire quando mancano tre minuti alla fine e stai due a uno in una semifinale e ti guardi intorno e vedi tutte quelle facce, migliaia di facce stravolte, tirate per la paura, la speranza, la tensione, tutti completamente persi senza nient’altro nella testa… E poi il fischio dell’arbitro e tutti che impazziscono e in quei minuti che seguono tu sei al centro del mondo, e il fatto che per te è così importante, che il casino che hai fatto è stato un momento cruciale in tutto questo rende la cosa speciale, perché sei stato decisivo come e quanto i giocatori, e se tu non ci fossi stato a chi fregherebbe niente del calcio? E la cosa stupenda è che tutto questo si ripete continuamente”. Già, si ripete continuamente. Fino a qualche tempo fa per lo meno. Perché nella spettacolarizzazione della violenza ultras e nella sua criminalizzazione con leggi, tessere, barriere eccetera non si è colpito il subumano che non riesce a tenere a freno le sue pulsioni. La guerra per fare dello stadio “un luogo per famiglie”, meglio conosciuto come luogo dove altri subumani mangiano cibo spazzatura con i cappelli da pagliacci e le manone di gommapiuma, seduti e composti a fare un tifo da sfigati non serve certo per combattere la violenza negli stadi, che si sposterà solo al suo esterno. Serve proprio a uccidere l’essenza del calcio. L’essenza del tifo nel suo senso più sacro e profondo.

Bandiere e identità

Perché proprio nella sua relazione, anche se inconscia, lontana e minima con la sfera sacrale fa paura. E come lo si è combattuto negli spalti, lo si combatte in campo. Uccidendo le bandiere. Perché le bandiere rappresentano quanto di più pericoloso possa esistere al mondo: lealtà e soprattutto identità. Certo non stiamo parlando di milizie di partito e di ordini cavallereschi. Quelli sono stati già eliminati a suon di bombardamenti decenni fa. Ma evidentemente il senso di appartenenza a una fede immutabile, un senso di identità che fa identificare un popolo e una squadra a una città o a una nazione, è qualcosa che a “qualcuno” manda il sangue alle tempie. E così le bandiere non diventano che l’ultimo ostacolo verso la disgregazione, anche nel calcio. Come sta succedendo con le nazionali, in cui se non metti almeno la metà di allogeni sei un mostro, così deve succedere anche nelle squadre di club, dove paradossalmente il senso di identità è ancora più forte nei tifosi. Il calcio in cui tifosi e giocatori erano tutt’uno intorno a una bandiera deve morire per fare spazio allo “sport per professionisti” in cui contano stipendi, bilanci e diritti tv. Normale quindi che il fatto che “le bandiere restano per sempre” sia un concetto che deve essere smantellato. E quanto è successo alla Roma in questi anni non fa che dimostrarlo.

“Qualche dirigente ha sempre voluto una Roma senza Romani”, ha detto oggi Totti. Inutile esplicitare che parlava di quel Franco Baldini ammiratore di Adriano Sofri e che gestisce le sue trame nell’ombra senza mai metterci la faccia. E magari con qualche amico giornalista in qualche testata famosa per inchieste farlocche e fake news che potesse mettere un po’ di zizzania con idiozie montate ad arte. Quel Franco Baldini che non a caso appena tornato a Roma voleva “rieducare i tifosi a una nuova cultura calcistica”, ovverosia lobotomizzare il tifo più caloroso – anche se spesso più testardo e credulone – del mondo, trasformandolo in una caricatura americana da cappellone hot dog di plastica e cocacola annacquata. Parliamo dello stesso dirigente che portò a Roma quel Prandelli che voleva deitalianizzare la nazionale nello spirito prima ancora che nei giocatori e che accusava gli italiani di essere troppo italiani, facendo eco a Monti che in politica diceva le stesse cose. Quel Franco Baldini che non a caso come dimora ha scelto Londra, la storica nemica di Roma. Tempo fa lessi un post di un tifoso laziale che sicuramente voleva essere uno sfottò, ma che ha rivelato una grande verità. “Un presidente in Usa, il mercato si fa a Londra, manca solo un ds che lavora da Mosca e la Roma è diventata la Yalta 2.0”.

Il caso non esiste

Ovviamente non crediamo in un complotto massonico in cui i protagonisti hanno scientemente scelto di replicare calcisticamente l’asse che ha voluto scientemente distruggere i simboli di Roma e tutto quello che potrebbero rappresentare, ovvero un mondo di identità millenaria che nega il loro squallido e antiestetico messianismo internazionalista. Eppure crediamo che il caso non esista, e che se il Baldini anti-Romano sta a Londra gestendo insieme a una società americana lo smantellamento della storia e dell’identità della Roma calcistica è solo una trasposizione simbolica di quello che accade realmente nella storia, nella cultura, nella politica, nell’estetica, nell’arte. Ovvero l’annullamento di ogni identità che è “ingombrante” – proprio come è stato definito Totti – che lega solo a un passato barbaro e oscuro in cui si stava peggio, anche se le uniche gioie magari le avevi avute proprio in quel passato così denigrato. Il tutto con la promessa di un futuro migliore, per poi ritrovarti nel peggiore dei mondi possibili.

E quando ti ritrovi in un inferno politico, sociale, culturale, etico ed estetico e anche la tua squadra del cuore è diventata lo specchio di questo schifo, il tutto ripagato da un continuo abbassamento del livello che non fa che farti incazzare ancora di più quando qualche mentecatto ti dice che il presente è un miglioramento rispetto al passato, perché i nomi di quel passato te li ricordi ancora e ti ricordi della loro grandezza – sì, sto andando oltre il discorso calcistico, è ovvio – allora cosa puoi fare? “E allora lo sai che faccio? Prendo Daniele (De Rossi, ndr) e insieme andiamo in Curva Sud”. Eh già. Proprio un miliardario in mutande che rincorreva un pallone ti ha indicato una via che vale anche oltre il calcio: alzare la bandiera e affermare con più forza che essa è l’unica cosa che non passa. Mai.

Carlomanno Adinolfi

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