atletica azzurriRoma, 4 dic – Se l’atletica italiana stava passando un periodo buio, ora le cose non sembrano affatto migliorare. In seguito agli sviluppi delle indagini “Olimpia”, infatti, l’ufficio di Procura Antidoping della Nado Italia ha emanato 26 deferimenti con richiesta di squalifica a due anni, per “elusione, rifiuto e omissione di sottoporsi ai prelievi dei campioni biologici”.

Tra questi 26 atleti azzurri vi sono nomi noti, quale quello di Fabrizio Donato, Simone Collo, Giuseppe Gibilisco, Daniele Greco, Andrew Howe e Ruggero Pertile.


Il rischio latente, ora, è che i nostri atleti possano saltare le Olimpiadi che si terranno il prossimo Agosto a Rio, anche se il presidente della Fidal, Alfio Giomi, assicura che ciò non accadrà: “Noi continuiamo a programmare il nostro lavoro per i Giochi di Rio con tutti quegli atleti dentro, perché non ci sfiora nemmeno l’idea che possano essere condannati. Siamo in prima linea nella lotta al doping e lo siamo con i fatti. A nove mesi dall’Olimpiade siamo finiti sul banco degli imputati e abbiamo il dovere di rispondere”.

La vicenda però è più complicata e intricata di quanto sembra. Silvia Salis infatti con un comunicato sui social si sfoga, e puntualizza: “quella di cui vengo accusata non è una vicenda di doping ma di problemi di ricezione della reperibilità da parte del sistema Whereabout“. Quest’ultimo è un sistema con il quale il Coni monitora lo spostamento di ogni atleta, che già in passato, pare abbia giocato qualche brutto scherzo. Prosegue l’atleta genovese: “Per quello che riguarda l’accusa, l’unica cosa che mi sento di dire è che il sistema aveva falle tecniche. Fino a qualche anno fa il sistema era cartaceo: la Fidal mediava i nostri rapporti con il Coni, noi mandavamo reperibilità via fax (nel 2011!!) e loro la comunicavano al Coni. Sono in possesso di documenti email provenienti dalla Fidal nei quali io, sorpresa che non avessero ricevuto la reperibilità, chiedevo spiegazioni. La giustificazione (che ancora conservo) è stata data al malfunzionamento del fax che è durata qualche giorno nell’inverno tra il 2010 ed il 2011… Successivamente dal fax si passò ad una piattaforma informatica, che presentò da subito problemi di funzionamento: anche in questo caso ho prodotto documenti riguardo all”immissione della password ed alla generazione calendario. Vi faccio un esempio: a Londra appena arrivata mi ero registrata al villaggio olimpico, ma il responsabile sanitario del Coni, mi disse che non risultavo al villaggio. Insistendo sul sistema, aiutata dai sanitari Fidal, sono riuscita ad aggiornarlo, ma è un altro esempio eclatante per capire cosa è successo. Oltretutto, nel caso ci siano inadempimenti, mancate comunicazioni di reperibilità o mancati controlli, la procura è tenuta a mandare all’atleta una raccomandata con ricevuta di ritorno che rappresenta un’ammonizione, ed alla terza scattano le sanzioni. Nella mia vita non ho mai ricevuto ammonizioni riguardo alla mancata comunicazione reperibilità, la mia unica ammonizione ricevuta è stata nell’estate 2014 per un supposto mancato controllo. Ho fatto subito ricorso producendo documenti e dimostrando la negligenza delle altre parti in questione nel reperirmi, e il ricorso l’ho vinto: questo rappresenta il mio unico contatto con la Procura Antidoping in 15 anni di nazionale”.

Ma la Salis non è certo l’unica a sentirsi turbata da una vicenda simile. E critiche al sistema arrivano anche dal triplista Daniele Greco che su Gazzetta afferma: “Ciò che più dispiace della vicenda non è tanto l’inchiesta e il procedimento, dove l’accusa rappresenta la sua idea, la sua ricostruzione dei fatti, ma il fatto che questa venga usata come una sentenza per massacrare mediaticamente noi atleti. Nessuno però dice che il sistema funzionava male, anzi non funzionava, che le comunicazioni si perdevano, che tutti gli atleti della nazionale ricevevano delle e-mail di sollecito per consegnare la reperibilità dopo che lo avevano già fatto, che non è possibile controllare le nostre comunicazioni perché lo stesso Coni non le ha più”.

Neppure un altro triplista, Fabrizio Donato, riesce a tenersi una simile accusa, e anche lui sulla rosea si sfoga: “Ci ritroviamo coinvolti in cose più grandi di noi, per colpe non nostre. Siamo delle vittime innocenti, qualcuno ha fatto male il proprio lavoro, con incompetenza. Sono sempre andato a pane ed acqua, ho fatto enormi sacrifici negli ultimi dieci anni. Capisco che non si poteva archiviare tutto, ma la cosa andava gestita in altro modo. E invece ci sentiamo alla gogna. Fino a ieri avevo fiducia nella Procura, oggi non saprei”.

Queste accuse sono state di sicuro un duro colpo per l’atletica leggera italiana e lo sono state ancor più per quegli atleti che, tirati in mezzo a questa solfa come colpevoli, alla fine, potrebbero esser soltanto le vittime. Vittime perché se effettivamente gran parte degli atleti coinvolti, come i sopracitati, accusa il sistema, allora c’è da porsi due domande. Forse i colpevoli sono altri. Ad esempio quelle associazioni che anziché tutelare e sostenere i propri atleti, li gettano in pasto allo sciacallaggio mediatico.

Edoardo Martino

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