calcio palestraRoma, 1 dic – I giocatori di calcio sono sempre più grossi. Come culturisti si vantano e vengono vantati, come è accaduto con le dichiarazioni dell’allenatore della Juventus Massimiliano Allegri a proposito del suo Paulo Dybala, reo di aver messo 3 chilogrammi di muscoli, soprattutto nelle gambe. Però è anche vero che sono sempre più soggetti a numerosi infortuni, che continuano a costellare e distruggere carriere. Ciclicamente torna di attualità il tema della preparazione fisica nel mondo del calcio. Solo pochi giorni fa sulla Gazzetta dello Sport si accusavano esplicitamente le squadre di aver perso il senso dei loro allenamenti in favore di macchinari e pratiche inutile se non dannose. E i risultati di uno studio della UEFA su 23 squadre impegnate in Champions League ha confermato che il maggior numero di infortuni sono muscolari e non dovuti, per lo meno direttamente, a contrasti di gioco. I giocatori hanno muscoli grossi e fragili? I calciatori sono diventati giganti dai piedi di argilla? Molto più vicini a lucidi ed enormi corpi da mister Olimpia che ad un esile e sgusciante animale da area di rigore? E il sempiterno doping nel calcio? Come risolvere l’annosa questione? Proviamo a capirlo.

C’era una volta lo sport. A chi voleva eccellere bastava praticarlo. E sperare di avere un talento. Ed il gioco era fatto. Così, per la serie “uno su mille ce la fa”, nascevano i campioni.

Lo stesso discorso avveniva nel calcio che, soprattutto in Italia, è diventato più di un semplice sport. Fa parte della nostra cultura. E fu così che, grazie alla sua grandissima popolarità, milioni di giovani italiani hanno calcato i prati erbosi dello stivale tirando calci al pallone. E, grazie a questo enorme bacino di utenza, ed anche alla cura che ogni squadra investiva nel settore giovanile, cura che sembra essere purtroppo evaporata negli ultimi anni, si formavano i talenti.

Breve storia delle filosofie di gioco

Nel corso della sua storia sono stati introdotti grandi cambiamenti sul piano delle filosofie di gioco. Basti pensare al gioco delle origini, definito come “calcia e corri”, talmente votato all’offensiva da svilupparsi in alcuni casi con un solo difensore e nove attaccanti, e dove le medie gol erano più simili ad una partita di tennis. Passando per cambiamenti epocali che hanno creato miti e segnato epoche, non possiamo non citare la creazione dei primi moduli tattici, come il “metodo”, detto anche modulo WW con cui l’Italia di Vittorio Pozzo vince due titoli mondiali consecutivi nel 1934 e 138; o come il “sistema inglese” o modulo WM, in Italia portato al suo apice dal Grande Torino. Nel secondo dopoguerra sempre più importanza ricoprirono le doti tecniche come nell’Ungheria degli anni ‘50 di Ferens Puskas, in cui giocatori dall’altissimo tasso tecnico svilupparono estrema importanza verso il centrocampo e le fasce. Come non ricordare il calcio all’italiana degli anni ’60 in poi con l’introduzione del catenaccio, marcatura a uomo e ruolo del libero, che tante soddisfazioni portarono alle nostre squadre, come il Milan di Nereo Rocco e l’Inter di Helenio Herrera. Oppure negli anni ‘70 l’Olanda dei grandi Johan Cruijff e Johan Neeskens con il celebre “calcio totale”, inventato dall’allenatore Rinus Michels, in cui ogni giocatore poteva svolgere tutti i ruoli e nonostante ciò non perdere mai la propria disposizione tattica. Per non parlare della scuola sudamericana, da sempre regno per antonomasia di tecnica e fantasia, con il piccolo difetto di scadere ogni tanto nell’anarchia in mezzo al campo, che ha donato al calcio elementi come Garrincha, Pelè, Maradona e Messi. Oppure la svolta di Arrigo Sacchi al Milan con il 4-4-2 e marcatura a zona, pressing, raddoppi di marcatura e continua ricerca di superiorità numerica, con cui venne costruita una della stagioni d’oro della squadra meneghina. Negli ultimi decenni il calcio si è strutturato sempre di più dando grandissimo spazio alle fasce e movimentando il pallone in maniera esuberante, privilegiando un calcio repentino e spettacolare dove tecnica sublime, velocità fisica, e reattività tattica veloci sono legati indissolubilmente. Emblema di questa impostazione è probabilmente il Barcellona di Josep Guardiola e del suo “tiqui-taca” in cui un incessante e logorante possesso della sfera e continui movimenti del pallone spossano l’avversario provocando pericoli varchi nelle difese.

La preparazione fisica

Dal punto di vista fisico dobbiamo sempre ricordare che ogni sport possiede due livelli di preparazione atletica: uno generale, non legato alle particolarità della disciplina, che però si pone come fondamento, ed uno specializzato in base alle richieste dello sport in questione. In origine la parte generale era demandata alla parte specifica che bastava per tutto. Quindi vuoi giocare a pallone? E allora gioca.

Dal secondo dopoguerra in poi, seguendo sviluppi che provenivano da altri sport, anche negli sport di squadra, e quindi nel calcio, si è cercato di puntare fortemente sull’aumento delle capacità fisiche. In nome di un calcio molto più veloce e molto più potente. Scatti brucianti, Reattività nei movimenti, saltare e colpire di testa più in alto degli altri, affrontare contrasti con più decisione, rimanere lucidi e freschi per tutta la partita, erano divenuti oramai aspetti che venivano considerati imprescindibili. Nel corso degli anni ’50 e ‘60 furono quindi teorizzati e presentati i primi studi sulle metodologie intervallate, altresì chiamate “interval training”, in cui si ripetevano distanze di corsa più volte con tempi di recupero variabili a seconda si volesse puntare lo sguardo sulla velocità, o sulla resistenza alla velocità oppure ancora sulla potenza aerobica. Per tutta questa fase, che grossomodo possiamo collocare dal secondo dopoguerra fino agli anni ’80, le esercitazioni atletiche erano generali ma focalizzate sul movimento e su quei gesti che i calciatori erano tenuti a fare in gara. E quindi fecero la sua comparsa gli oramai celebri, e mai amati da generazioni di aspiranti calciatori italici, periodi di “preparazione”, caratterizzati da corsa di fondo, allunghi, ripetute, spinti, balzi, scatti in salita. Metodologia mutuata dall’atletica leggera che ha trovato uno dei massimi e più virtuosi esponenti in Zdenek Zeman, l’allenatore ceco che ha costruito la sua lunga carriera nel nostro paese. Nel frattempo iniziò potentemente a svilupparsi la figura del preparatore, il più delle volte proveniente dal mondo dell’atletica leggera, che doveva curare gli aspetti generali degli atleti, mentre approcci scientifici sostituirono i metodi artigianali ed empirici.

Il culturismo arriva nel calcio

Ad un certo punto però, a causa di influssi che provenivano da altri sport, sospinti da una sostituzione di importanza tra ipertrofia muscolare e funzionalità di movimento, per accontentare il feticcio edonistico dei calciatori nei propri confronti, e non da ultimo per far piacere ad alcuni sponsorizzazioni del settore, che iniziano a farsi largo idee bislacche immedesimate in uno strumento diabolico che da quel momento viene associato alla preparazione fisica: la macchina isotonica. Il classico macchinario da palestra, frutto degenere della commercializzazione per le grandi masse del culturismo vecchia scuola alla Arnold Schwarzenegger, non è null’altro che uno strumento in cui si esegue un movimento guidato, primo campanello di allarme, in cui solitamente si cerca di isolare e di allenare un singolo muscolo o un gruppo muscolare, secondo campanello di allarme, ed il cui obiettivo principale è l’aumento del volume muscolare (ipertrofia), terzo campanello di allarme.

Assenza di stabilizzazione vs miglioramento di aspetti coordinazioni e di equilibrio. Isolamento muscolare vs sviluppo per catene cinetiche. Ipertrofia vs potenziamento di sinergie neuromuscolari. Sintetizzando queste possono essere le antitesi tra gli aspetti che sono stati introdotti negli ultimi anni nelle preparazione atletiche calcistiche a scapito di ciò su cui bisognerebbe concentrarsi. Nemmeno però bisogna incorrere nella riduzione semplicistica e nella dozzinalità, dando le colpe genericamente all’allenamento con i pesi. Il problema non sono i pesi in quanto tali, ma la visione “culturistica” dell’allenamento con i sovraccarichi. Il problema è stato considerare il corpo umano come un’oggetto sezionabile come in laboratorio ed allenabile a compartimenti stagni, senza in alcun modo pensare la simbiosi corpo-mente come un sistema organico che ha bisogno di sviluppo quanto più possibile olistico.

Il doping. Questo (finto) sconosciuto

Tutto il discorso precedente è stato fatto al netto di pratiche, considerate giuridicamente illegali ed eticamente scorrette, che mirano ad un miglioramento di capacità organico muscolari agendo artificialmente su alcuni parametri. Nel calcio emergono costantemente scandali legati al doping, e non sarà questa la sede in cui dibattervi. Basti pensare che già Ferruccio e Sandro Mazzola, in tarda età a dire il vero, avevano parlato dei famosi “caffè”, corretti forse con anfetamine, con cui Helenio Herrera dopava la sua fantastica Inter degli anni ’60. Tralasciando tutti gli altri scandali che hanno investito il nostro calcio, dall’eritroproietina (epo) che veniva somministrata ai giocatori della Juve negli anni ’90, al caso nandrolone, è di pochi mesi un rapporto della UEFA in cui si stabilisce che il 7,7% dei calciatori che hanno partecipato alla Champions League negli anni 2008-2013 aveva livello di testosterone sopra la soglia consentiva. Ma, per la serie non è tutt’oro quello che luccica, anche questo aspetto aumenta il rischio infortuni. Infatti agendo solo in parte sugli altri sistemi di trasmissione del movimento, come tendini e legamenti, un esagerato ed isolato sviluppo muscolare dovuto a mezzi artificiali, provoca squilibri che portano a strappi tendinei e rottura legamentosa. Provate a mettere un motore di una Ferrari dentro una cinquecento e vedrete il risultato.

Rivoluzione conservatrice nel calcio?

Fatto salvo l’abbandono delle pratiche culturistiche spicciole e la messa in soffitta dei macchinari isotonici, tornare alle origini, come suggeriscono in molti, potrebbe essere una ottima soluzione. Ma servendosi anche di metodologie e studi scientifici moderni che tanto hanno fatto negli ultimi anni. Quindi viva scatti ripetuti e balzi di zemaniana memoria, ma spazio anche ad esercitazioni funzionali in cui al centro ci sia sempre il movimento e lo sviluppo olistico, equilibrando le capacità organico muscolari, forza velocità resistenza, con quelle coordinative, coordinazione equilibrio ritmo reazione, unite ad un ottimale sviluppo di tecnica e mobilità articolare. Forse il calciatore del futuro dovrà tornare ad essere in primis un atleta. Specializzato nelle sue abilità tecniche e sul suo ruolo tattico. Forse.

Lorenzo Mosca

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Commenti

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2 Commenti

  1. Io penso che questo articolo mostri una fotografia veritiera della situazione attuale ma a mio modo di vedere da tecnico le cause non sono da ricercare nelle errate metodologie di preparazione fisico/atletiche quanto nell’aumento esponenziale degli impegni agonistici dovuti sempre a mio modo di vedere alla continua ricerca di introiti economici derivanti dalle partite e sponsorizzazioni legate ai match. Secondo voi le equipe di preparazione atletica dei club che partecipano alla champions league non sono abbastanza preparate percapire cosa è meglio fare per migliorare la condizione ed evitare gli infortuni di professionisti attorno ai quali girano cifre da capogiro?!
    Un certo Di Natale aveva in passato fatto luce sulla situazione di costante sovra allenamento che i giocatori si trovavavno ad affrontare per via dei continui impegni agonistici, la chiave ètutta lì.. provate a far giocare una partita ogni 5/6 giorni e vedrete che gli infortuni caleranno. Ma con essi anche gli introiti…

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