Roma, 9 dic – Calcio e politica: un legame più forte e radicato di quanto si possa immaginare. Perché, se come sosteneva Jean Paul Sartre “il calcio è una metafora della vita”, in questa metafora la politica diventa voce: linea di demarcazione fra sé e gli altri, affermazione del proprio “essere pensante”.

Vero è che lo stereotipo del calciatore molto si allontani da trattazioni politiche o disquisizioni storiche. Ma il giocatore non necessariamente deve limitarsi al cosiddetto “bomberismo per meriti più o meno calcistici”. E la storia (presente e passata) ce lo dimostra. Così, nella settimana dell’outing di Pellissier (“Mussolini ha fatto anche cose buone”) e dopo il rimprovero di Gattuso a Matteo Salvini (“che si occupi dei problemi del Paese”), l’assist per una digressione politico-calcistica è ben servito.

E come il Roberto Carlos dei tempi d’oro, questo assist preciso ed efficace riporta al volume dello spagnolo Quique Peinado: “Calciatori di sinistra. Da Sòcrates a Lucarelli, quando la politica scende in campo”. Perché, sempre in virtù del politicamente corretto (declinazione extra sportiva del fair play), la convinzione che prevalgano i “pugni chiusi” ai ”saluti romani” è diffusamente radicata. Insomma: dei vari “politicamente corretti” Lucarelli, Sòcrates, Carlos Humberto Caszely, Riccardo Zampagna e Vikash Dhorasoo (caduto nell’oblio del tifoso milanista) è lecito parlare. Mentre sul “fascista” di turno, è bene tacere: meglio ancora, è giusto attivare quella gogna mediatica che lo crocifigga, col marchio del “cattivo”.

Ma la propaganda buonista del “politically correct”, anche nel calcio, incappa in errore. Anzi, commette fallo da espulsione. E contro la realtà.  Sono molti, infatti, i calciatori e allenatori dichiaratamente di destra. Voci dissidenti: spesso multate, bollate con gli epiteti peggiori o, comunque, sottoposte a quel processo mediatico stantio, incancrenito. Prese di distanza, rettifiche, immediati dietrofront: perché la libertà di pensiero, di espressione, pure nel calcio non sempre è gradita.

Così, nella formazione ufficiale dei (più o meno) “cuori neri”, si trovano Christian Abbiati e Gigi Buffon. I fratelli Cannavaro e l’indimenticato Chinaglia. Pellissier, oggi e “Spillo” Altobelli, ieri. Fra gli allenatori, Eugenio Fascetti, Alberto “Zac” Zaccheroni e Fabio Capello. Tra i calciatori più schietti, Alberto Aquilani: durante il suo trascorso romanista, dichiarò di collezionare busti del Duce. “Regali di uno zio”, dovette poi rettificare, salvo immaginabili polemiche. Ma il buon Aquilani, non ritrattò mai le affermazioni   sugli immigrati in Italia: “Sono solo un problema”, disse perentorio. Grandi polemiche colpirono pure Buffon per il suo “Boia chi molla” e Fabio Cannavaro che, in Spagna, sventolò il tricolore con un fascio littorio al centro. “Non sono un nostalgico, ma non sono di sinistra”, disse poi. Non è certo mistero che sia lui che il fratello Paolo, mai abbiano sostenuto le politiche di De Magistris: anzi, tutt’altro.

Tra gli schieratissimi si ricordano poi l’ex portiere juventino Stefano Tacconi (fu coordinatore per la Lombardia del Nuovo Msi-Destra nazionale) e il sopracitato ex missino Giorgio Chinaglia, grande estimatore del suo omonimo Almirante. La lista, tra panchinari (non ufficialmente schierati) e titolari (militanti e simpatizzanti dichiarati) è più lunga di quanto si creda. E non è da escludere che si possa già fare turnover: pare che i numeri non manchino. Alla faccia del “politicamente corretto”: dentro e fuori il rettangolo verde.

Chiara Soldani

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