formoloVerona, 2 dic – Di talento è pieno il mondo, in ogni anfratto, in ogni strada ci sono potenziali campioni. La quasi totalità è destinata a rimanere nella categoria dei “saranno famosi”, la gloria, del resto, è per l’élite. Davide Formolo, veneto di Marano di Valpolicella, ha 23 anni e come professione si è scelto quella di ciclista, propensione alla salita. Lo scorso 12 maggio, nella quarta tappa del Giro d’Italia ha bussato alla porta del successo trovandola spalancata, per la prima volta in carriera. Nella tappa Chiavari-La Spezia ha messo tutti in riga, sfruttando le pendenze della salita di Biassa. Ad un quindicina di chilometri dal traguardo ha forzato il ritmo andandosene per conquistare le telecamere fisse mentre a braccia al cielo tagliava il traguardo.

Davide Formolo, detto “Roccia”, è della classe ’92 e per gli standard del pedale è ancora nella pubertà – visti anche i tratti del viso, se fosse nato in Argentina e si dilettasse col pallone lo soprannominerebbero El Niño – ma ha già dato segnali importanti prenotandosi un futuro da copertina. Per lui stravede il commissario tecnico della nazionale italiana di ciclismo, Davide Cassani, tanto da averlo convocato, come riserva, ai mondiali 2014 di Ponferrada. Proprio quell’anno duettò, arrivando poi secondo, contro Vincenzo Nibali al campionato italiano. Battuto allo sprint dal siciliano, non una sua specialità.


Indossa la divisa della Team Cannondale-Garmin ed il suo manager Jonathan Vaughters lo vede, un giorno, sul gradino più alto del podio rosa, vincitore del Giro. Alto 1,81 cm con un peso di 62 kg possiede un corpo filiforme che si adatta alle sue caratteristiche di scalatore, adatto alle salite con un’andatura costante che non conosce cambi di ritmo. Non danza sui pedali come Contador o ciondola come il pendolo di Froome, macina chilometri sotto le ruote quando la strada sale con cadenza geometrica. Proprio come il suo idolo Ivan Basso.

Per eccellere nel ciclismo bisogna trasformarsi in un’asceta, pesare ogni passo, fare del sacrificio un’arma estrema contro il logorio della strada percorsa. La vita del veneto è basata sulle due ruote, quasi come ossessionato da ogni dettaglio, che va dall’alimentazione alla bicicletta. Tutto questo per il petto tronfio sui traguardi nei momenti che scrivono la leggenda. Davide Formolo non vincerà nel corso della sua carriera decine e decine di corse, non sembra tagliato per le gare di un giorno, ma ha la fame e gli occhi di chi vuole essere davanti quando le pendenze sfondano il 10%. “È un talento: ha una testa della madonna, vive per il ciclismo va forte in salita, non va piano a cronometro”, così lo ha descritto Cassani. Sulle due ruote, più di qualunque altra disciplina, serve avere una base solida su cui costruire e la roccia su cui sta lavorando il futuro del ciclismo italiano è solida e indistruttibile.

Lorenzo Cafarchio

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  1. Formolino non è fisicamente il più dotato della sua generazione, ma ha una testa e una fame che gli faranno fare strada e lo sta già dimostrando da un paio di anni.

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