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Roma, 29 giu – Black look sulla scia dei Black lives matter. La Mercedes ha deciso di cambiare colore alla vettura del mondiale 2020 di Formula 1. Già, ormai anche la cromatura di un’auto può essere accusata di razzismo latente, di veicolare insomma subliminali messaggi discriminatori. Sembra assurdo pensare che qualcuno ci creda davvero, eppure dopo il bianco bandito dalle creme “L’Oreal”, non c’è da stupirsi che adesso tocchi all’argento della scuderia tedesca. Fortuna che la Ferrari è rossa e un cambio di colore potrebbe essere considerato offensivo nei confronti dei nativi americani. Anzi, a dirla tutta pure l’etnonimo “pellerossa” fu coniato dai bianchi colonialisti, dunque anche la casa automobilistica italiana… meglio non pensarci.

Il “color change” antirazzista

Sta di fatto che la Mercedes ha colto l’occasione per strizzare l’occhio alla moda politicamente corretta del momento, attuando un “color change” a partire già dal prossimo venerdì, con le prove libere che avvieranno la stagione di F1. E il nuovo colore resterà per l’intero Mondiale. “Il razzismo e la discriminazione – ha dichiarato Toto Wolff, direttore esecutivo della scuderia tedesca – non hanno posto nella nostra società, nel nostro sport o nella nostra squadra: questa è una convinzione fondamentale in Mercedes. Ma avere le giuste credenze e la giusta mentalità non è sufficiente se rimaniamo in silenzio”. Quindi è necessario dare un “segnale dell’impegno del team nella lotta contro il razzismo e la discriminazione in tutte le sue forme”.

Non solo auto nere

E’ noto tra l’altro che il pilota della Mercedes, Lewis Hamilton, è un forte sostenitore del movimento Black lives matter e da subito il team lo ha supportato per “migliorare la diversità della nostra squadra e del nostro sport”. Così sarà proprio Hamilton, assieme al compagno di team Valtteri Bottas, a svelare la nuova macchina “black” questo fine settimana in Austria. “Vogliamo usare la nostra voce e la nostra piattaforma globale per parlare di rispetto e uguaglianza e le Frecce d’Argento gareggeranno in nero per l’intera stagione 2020 per mostrare il nostro impegno per una maggiore diversità all’interno della nostra squadra e del nostro sport”, ha detto ancora Wolff.

Ma la Mercedes non si limiterà a questo cambio di colore. E’ pronta anche a lanciare un “programma Diversity and Inclusion”. Una scelta, anche questa, decisa dopo le accuse di Hamilton, che aveva duramente criticato il “dominio bianco” nello sport.

Alessandro Della Guglia

4 Commenti

  1. Quindi chi ha una macchina bianca è uno sporco razzista, vero?? Questi della politically correctness della minchia sono impazziti davvero ma dietro vi è la dittatura del denaro prodotto dal niente privatamente che vuole creare ulteriori divisioni tra le razze.Gia’ avevano finanziato negli anni 50 il femminismo per creare divisioni tra i sessi .Fintanto che i dominati si scannano tra di loro i dominatori possono continuare a fare carne di porco del popolo

  2. Ho sempre odiato la Mercedes perché, fin dai tempi di Hitler, è avvezza ad usare il proprio peso politico per riscrivere i regolamenti a proprio favore, chiamando poi ciò a posteriori “superiorità tecnologica”.
    Negli Anni Trenta, appena i tedeschi rioccuparono la Ruhr (in violazione di Versailles), ottenne un regolamento GP (basato sul peso massimo) che favoriva spudoratamente chi aveva la sola nazione con la possibilità di realizzare metalli speciali (poi era facile parlare di “frecce d’argento” quando con questo trucco regolamentare si poteva correre praticamente con il doppio della cilindrata degli avversari…povera Alfa!).
    Nel 2014 stessa storia (che non è ancora finita): forzò il cambiamento verso l’attuale surreale (perché totalmente slegata, nome a parte, dalla realtà produttiva) versione di “ibrido” ben sapendo di avere su quella specifica tecnologia anni di vantaggio. E non è escluso abbia avuto il vantaggio di sapere in anticipo i dettagli da “gole profonde”: da dei furbacchioni che l’anno prima (2013) erano riusciti a risolvere i problemi di gomme provando liberamente in barba alle restrizioni (dopo che per anni certi team dovevano rassegnarsi a stagioni di sofferenza perché “non riusciamo a capire le gomme”) ci sarebbe da aspettarselo.

    Certo da macchina preferita di Hitler a preferita dagli antirazzisti il salto ideologico è sconcertante, ma medesima è l’arroganza di questi finto-tedeschi (finti doppiamente: già Toto Wolff, in quanto austriaco proprio come baffetto, è un tedesco un po’ farlocco di suo, poi è pure mezzo romeno, ovvero, parlando per stereotipo, quasi “italiano” anzi peggio, e ciò chiude il cerchio su chi siano davvero i “furbini”).

    I piloti degli anni trenta, però, i vari Von Brauchitsch, Caracciola, Lang, pur prendendosi volentieri tutti gli onori e i favoritismi del regime di allora, non si permettevano in prima persona esternazioni politiche come quelle che fa adesso Hamilton, protetto dal regime politicamente corretto di oggi!

    E qui sta la differenza fra chi si ispirava ai Nibelunghi, ai cavalieri medievali, a Wagner (pur con tutti i limiti della mitologia norrena, la stupidità cristiano-germanica, e il “cretinismo di Bayreuth”) e chi ha come riferimento i “buoni” selvaggi, i rapper di strada e la feccia ribelle dei Black Lives!

    Una differenza innanzitutto di stile (se non è più consentito dire di “razza dello spirito”).
    Scribacchini progressisti che scrivono su Autosprint, come i vari Pino Allievi e Giorgio Terruzzi (che nomino solo a loro infamia) parlano in proposito di “interventi intelligenti” e “coraggio delle proprie opinioni”, bandendo con ciò (come tipico da decenni del ciarpame umano più o meno intellettualizzato della sinistra) una doppia scorrettezza-menzogna.

    In primis, mostrano la spocchia luckacksiana che vede come “più razionale” un discorso solo perché si sviluppa logicamente da certe premesse percepite per “vere” dal sentimento del mondo dominante (nel caso, quello “egalitario”, “razionalista”, “progressista” o, come si ama dire oggi “democratico”). In realtà la ragione è solo uno strumento che permette di derivare certe conclusioni da certe premesse prese per vere a priori, ma non può certo dimostrare quest’ultime le quali, in quanto appunto “premesse”, possono essere soltanto “mostrate” a chi, per natura o esperienza, ha “occhi addestrati a vederle” per “vere”. Insomma (scusate se divago nella “metapolitica”, ma sono stati la Mercedes e Autosprint per primi a tirare in ballo la politica nella Formula Uno, costringendomi alla rappresaglia), tutte le teorie, le posizioni e le opinioni progressiste sono “intelligenti” solo nella misura in cui si assuma per vero l’indimostrabile principio della mitologia egalitaria (figlio del mito cristiano dell’uguaglianza davanti a dio, cui nemmeno la decantata costituzione americana riesce a dare un fondamento più sostanzioso di quel mitologico “sentiamo che gli uomini sono stati creati uguali”, facilmente smontabile peraltro già dalla constatazione che, biologicamente, gli uomini non sono creati dal fango originario come racconta la bibbia, ma sono generati dai loro avi, al termine di una catena evolutiva in cui, nietzscheanamente parlando, selezione e lotta hanno molta più parte di ogni morale biblica).
    Se, di contro, si assume “vero” l’opposto principio del “radicalismo aristocratico” (“a me la giustizia parla in un altro modo: gli uomini non sono uguali e nemmeno devono diventarlo”), allora i medesimi passaggi logico-razionali mostrano come “assurda” ogni pretesa umanitaria progressista, come “decadenza” ciò che passa per progresso e come “fase ascendente della civiltà” quanto viene bollato coma barbari (ad esempio, quella “schiavitù” che, al di là di ogni pietosa illusione costruita a posteriori, è stata premessa necessaria per la costruzione di quel mirabile edificio chiamato civiltà ellenica e senza i cui “oppressi che faticano a vivere” non avrebbero potuto sorgere né quella “minoranza di esseri olimpici in grado di generare il mondo dell’arte” né quella “razza di signori”, la quale altro non è se non il nome dato da Nietzsche al tipo umano che tutti ammiriamo nell’Iliade di Omero o nell’Eneide virgiliana, per non tirare in ballo la meno letta e più filosofica Baghavad Gita).
    Ognuno è ovviamente libero di scegliere le proprie premesse di verità e di valore, ma l’amore per la verità non può far scordare agli amanti delle corse come l’epopea del “cavalieri del rischio”, delle “sfide con la morte”, delle “imprese impossibili” da Nuvolari a Villeneuve sia molto più figlia del “naturale diritto delle genti eroiche” di cui parlava il Vico a proposito dell’antichissima Grecia, che non della dottrina dei “diritti umani”, di un sentimento del mondo virile, guerriero e aristocratico (figlio “moderno” della Grecia e di Roma, del medioevo epico-cavalleresco, del “caro agli dei è chi muore giovane”), che non del suo opposto femmineo, pacifista ed egalitario in voga oggi (per il quale la guerra è male e rischiare è stupido, vedi “safety first”), del mito futurista della velocità (“Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia”) che non della volontà eco-friendly di Greta&C.
    Nuvolari riceveva da D’Annunzio le sue dediche (“all’uomo più veloce, l’animale più lento”), non doveva sorbirsi una Boldrini a bollare come “sessismo” le verità poetiche del Vate (“l’automobile è femminile, ha la grazia, la snellezza, la vivacità di una seduttrice, ha inoltre una virtù ignota alle donne: la perfetta obbedienza”).
    I Gran Premi sono nati per soddisfare chi, con Marinetti, voleva cantare “l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità…la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna”, non per combattere le “discriminazioni” o per diffondere la “cultura della pace”.

    Certo, quello della velocità (così come del resto quello guerriero di Omero e quello aristocratico dell’autore dello Zarathustra), è “solo” un mito, ma chi ha studiato Giorgio Locchi sa come il mito sia semplicemente la prima fase di ogni nuovo “logos”, il quale non potendo creare da sé il proprio linguaggio (solo il vangelo di Giovanni ha tale assurda pretesa: “in principio era il verbo”), deve prenderlo a prestito da un precedente e diverso “logos” (dove le parole hanno significati e significanti diversi), con tutte le contraddizioni e le ambiguità conseguenti. La fase mitica è necessaria perché senza essa non sarebbe possibile far coesistere tali contraddizioni senza percepirle come tali e “convincere” senza avere ancora la possibilità di dimostrare razionalmente.
    Anche il logos egualitario ha avuto la sua fase mitica, quando San Paolo veniva deriso dei filosofi dell’Areopago per le “assurdità” del suo discorso. Solo quando il cristianesimo, grazie al numero di seguaci conquistati con il mito cristico, ha potuto “falsificare” le parole del precedente logos “pagano” (amor, deus, pietas hanno oggi significati stravolti rispetto all’origine classica) ha potuto diventare “razionale”. Nella fase dialettica le contraddizioni prima latenti sono divenute ideologie diverse: cattolicesimo, protestantesimo, liberalismo, socialismo, femminismo, ecologismo, eccetera. Diverse sì, ma presupponenti tutte il medesimo mito egalitario d’origine. Ora, per inciso, siamo nella fase che Locchi chiamava “sintetica”, dove l’egualitarismo ha riassorbito in sé tutte le sue contraddizioni per divenire una sorta di “sentire comune” rinnegando il quale si viene espulsi dalla società (come fin effetti puntualmente avviene oggi grazie al politicamente corretto).
    Allievi e Terruzzi non si rendono conto di essere, assieme ad Hamilton, solo due pesciolini che seguono il “mainstream”, non due coraggiosi e intelligenti pensatori originali!
    Originale, anzi, originario, è sfidare il mito egalitario come già provò di fare (con troppo anticipo sui tempi) Friedrich Nietzsche, a costo di sorbirsi giocoforza le accuse di “irrazionalismo” da parte dei superficiali (perché restano sulla superficie di quanto appare come “autoevidente” per il semplice fatto di non essere posto in discussione davanti alla profondità tragica dell’esistenza) e in malafede (perché è ovvio che, per i motivi spiegati, chi voglia proporre un discorso radicalmente nuovo debba svolgerlo inizialmente in fase mitica e non possa essere da subito “dialettico”) “guardiani della ragione”.

    Con buona pace di Hegel, la ragione è solo uno degli strumenti con cui indagare la realtà, non è la struttura della realtà. Ed avevano ragione i filosofi romantici tedeschi quando sostenevano che, ultimativamente, le posizioni filosofiche di fondo dipendono non da ciò che pensiamo, ma da ciò che siamo. Nel nostro caso, se siete racer, non potete condividere il politically correct. Se lo condividete è perché avete un sentimento del mondo anti-aristocratico ed anti eroico (e quindi anche anti-automobilismo eroico). Ergo, cari Allievi e Terruzzi decidetevi: o siete davvero dei progressisti, e allora smettete di fingere di amare le “corse di un tempo” solo per rabbonire i lettori nostalgici, o siete dei veri appassionati, e allora piantatela subito di seguire il mainstream progressista e di entusiasmarvi per le esternazioni politicamente corrette di Hamilton! Oppure, facciamo prima: piantatala di scrivere tout court.

    In secundis, i suddetti scribacchini ignorano (o fingono di ignorare) come sarebbe molto più coraggioso sostenere l’opposto delle tesi conformi al mainstream progressista come quelle di Hamilton sui black lives, sulla diversità e sulla corrida. Già nella Formula Uno supersicura di oggi Hamilton rischia poco guidando: poi rischia zero esponendo il suo “pensiero” politico-ideologico, dato che questo è conforme a quanto sostenuto dal sistema turbo-finanziario da cui è stipendiato. Non rischia certo di perdere il lavoro, come capitato in Inghilterra a chi si è “esposto” CONTRO i blacklives!

    Se, ad esempio, un George Russell sostenesse come sì, l’origine della protesta è giusta (qualunque crimine avesse commesso il povero Flyod, non avrebbe mai giustificato quel tipo di azione da parte della polizia di un paese civile), ma la sua prosecuzione con tanto di assalti e saccheggi (tutti verificabili su YouTube ma sistematicamente ignorati dai media mainstream) ai danni di negozi e beni dei “bianchi” rischia di far passare i manifestanti dalla parte del torto (un po’ come i tedeschi della “notte dei cristalli”), potrebbe ancora sperare nel posto in Mercedes a fianco di Hamilton?

    Se un Lando Norris se ne venisse fuori (magari scherzando come suo solito) sostenendo Boris Johnson e sottolineando come, dopo tanti finti-sapienti progressisti, ci fosse davvero bisogno di uno capace di recitare a memoria Omero in greco antico e di opporsi, anche con toni irriverenti alle stupidaggini del politicamente corretto ed agli accessi di un certo femminismo, sarebbe ancora considerato una “promessa” della McLaren o sarebbe già una “promessa mancata” con tanto di licenziamento in tronco?

    Se un pilota della Haas avesse il coraggio di schierarsi con Trump e di dire che dopo vent’anni di globalizzazione che ha distrutto il ceto medio e di “progressismo” che ha distrutto la psiche di intere generazioni maschili, c’era veramente bisogno di qualcuno capace di fermare la Cina nei fatti e di arginare le menzogne e le arroganze politicamente corrette in generale (e femministe in particolare) anche con toni brutali (in quanto brutalmente veritieri e sinceramente a difesa dell’uomo “normale”), potrebbe continuare a guidare per il team americano o verrebbe rimosso da una petizione su change.org?

    Se un Daniel Ricciardo dicesse che, con tutta la simpatia per i nativi di ogni continente, prima di criticare la cosiddetta “colonizzazione europea” si dovrebbe almeno essere disposti a rinunciare ai frutti (sociali, tecnologici, civili, ecc.) della civilizzazione europea e a contentarsi di vivere con quanto nei vari campi era presente prima dell’arrivo del “maschio bianco occidentale” così “brutto, sporco e cattivo” (altrimenti è troppo comodo), potrebbe continuare a sorridere o sarebbe bersagliato da una campagna d’odio con conseguente estromissione dalla Formula 1?

    Se un Carlos Sainz, prendendo spunto dall’Hemingway di “Fiesta” (e in fondo anche in quello di “Il vecchio e il mare”, per la centralità del coraggio e la particolarità del rapporto fra preda e predatore, animale e uomo, all’interno della lotta per la vita al di là delle menzogne consolatrici), dicesse che la corrida è l’ultimo sport rimasto (assieme all’alpinismo, ora che l’automobilismo è stato “addomesticato”) a distinguersi dai “giochi per bambini” proprio per il fatto di mettere in gioco la vita e motivasse nietzscheanamente che chi la pensa come Hamilton (e gli ambientalisti) si mostra “animale da gregge”, mira solo ad un benessere da bestiame bovino “voluto in ogni modo dalla plebe, dalle femmine e dalle vacche” e, semplicemente, non coglie come “procreare, vivere e uccidere siano in fondo la stessa cosa” (si tratta sempre di lottare per risorse scarse come quelle che permettono la vita e di emergere nella spietata selezione della Natura, di cui storia e cultura sono prosecuzioni sotto altri nomi), si potrebbe ancora considerare il futuro sostituto di Vettel in Ferrari?

    E se lo stesso Vettel ponesse in chiaro come il problema della violenza della polizia americana sia da ricomprendere nel più ampio scenario di un sistema repressivo-giudiziario indegno di un paese civile (una popolazione carceraria dieci volte più numerosa di qualunque altro paese “democratico”, un sistema penitenziario in parte “privatizzato” e motivato da precisi interessi economici a detenere, un sistema giudiziario “populista” nel bieco senso di giurie popolari e di giudici eletti dal popolo con il potere di condannare per motivi pregiudiziali, per interessi politici o per convincimenti personali, una preminenza del concetto di “efficienza” e di “rapidità” su quello di imparzialità ed accuratezza di giudizio, un solo grado di giudizio, un’impossibilitò di efficace difesa per chi è povero, eccetera) piuttosto che in quello di un presunto “razzismo”, potrebbe ancora sperare di non uscire dalla Formula Uno?

    Se un Romain Grosjean decidesse di essere con le parole ardito come in certe sua azioni di gara e dichiarasse di trovare nella “Nouvelle Droite” l’unica risorsa politico-culturale in grado di salvare l’identità europea, erede della classicità e del Rinascimento, dalla degenerazione al tutto indifferenziato voluta dal mondialismo e da istituzioni comunitarie che vorrebbero trasformare il vecchio continente in una brutta copia degli USA (senza peraltro averne il ruolo geopolitico, ma solo le tirannie finanziarie e quelle femministe), avrebbe una squalifica minore di quando provocò la carambola al via a Spa?

    Se un Pierre Gasly dichiarasse di votare per Marine Le Pen e aggiungesse che le sedicenti forze “democratiche” che la ostracizzano e la demonizzano stanno semplicemente facendo il gioco della finanza senza patria (ma con sede in Usa) la quale punta a rendere gli Europei una massa informe di individui privi di qualunque identità (nazionale, linguistica, religiosa, sessuale, ecc.) e facilmente manipolabili da un “consumismo totalitario”, e già sta riuscendo, con l’uso politico del cristianesimo originario (già denunciato dal Nietzsche dell’Anticristiano), ad avverare i motivi per cui Dominique Venner decise di suicidarsi nella cattedrale (invasione allogena accettata come “dovere umanitario” e conseguente sparizione “per diluzione demografica” dei popoli europei così come li conosciamo dai momenti più alti della nostra civiltà), potrebbe ancora restare in ambito Red Bull?

    Se un Sebastian Ocon facesse notare come rivolte molto più socialmente radicate e motivate come quelle dei cosiddetti “gillet gialli” (cittadini stanchi di governi che sotto la scusa dell’ambientalismo continuano a demolire il ceto medio, a proletarizzare il popolo e a rendere le future generazioni sempre meno socialmente tutelate sul lavoro) sono stare represse nel sangue dalla polizia francese e fortemente stigmatizzate dai media, mentre i cosiddetti “black lives”, con il lasciapassare dell’antirazzismo, anche quando commettono crimini comuni e atti vandalici, hanno il sospetto sostegno non solo dei giornali, della tv, di gran parte degli esponenti di spicco dello sport e dello spettacolo, ma anche delle stesse multinazionali protagoniste del mondo contro cui in teoria si starebbero rivoltando, prenderebbe davvero il volante della Racing Point che fu di Nico Hulkenberg?

    E se lo stesso Hulkenberg postasse, lapidario, che Mercedes, Black Diamond, Patagonia e North Face, nel loro sostenere la “teppaglia” travestita da protesta civile”, stanno rendendo evidente come il crimine internazionale del turbocapitalismo, responsabile della macelleria sociale nell’occidente globalizzato, sia ormai indistinguibile dal crimine di strada?

    Ovviamente sono tutti exampla ficta, non essendo nota per nessuno degli altri driver la posizione politico-ideologica. E già questo dice molto su quanto sia a senso unico la libertà di parola nel sedicente mondo libero (specie da quando, come la F1, è diventato a guida yankee)!
    E dice tutto sulla faccia di bronzo di Pino Allievi e Giorgio Terruzzi, finti paladini della libertà di pensiero (di Hamilton) quando sono semplici servi stipendiati di un sistema di potere economico-culturale che ha ben donde di rovesciare le statue di Voltaire, dato che di fatto reintroduce la censura.

    Anche questa voglia di esternazioni “social” dimostra quanto, prima di ogni altro aspetto, sia evidente in Hamilton la “montatura” di sè.
    Ricordo a tutti che stiamo parlando di un pilota che ha vinto di un solo contestabilissimo (vero, Timo Glock?) punto il suo primo mondiale contro Felipe Massa (che aveva tagliato il traguardo da campione del mondo per poi scendere dall’auto da sconfitto dopo che il sopracitato pilota Toyota s’era fatto superare da Hamilton all’ultima curva e che, in una formula Uno non falsata dalle furiate di Briatore, sarebbe stato comunque campione, stante il GP di Singapore da annullare…). Felipe Massa poi considerato da tutti non migliore di Bottas!
    Parliamo di un pilota che ha vinto cinque dei sui sei mondiali avendo a disposizione una vettura imbattibile (sono solo gli scribacchini a sostenere che nel 2018 la Ferrari fosse superiore: di ciò non vi sono prove, mentre vi sono molti indizi dei continui favori regolamentari alla Mercedes: in altre situazioni la federazione interveniva continuamente per riequilibrare la competitività quando qualcuno dominava – vedi l’era Redbull – mentre ora interviene al contrario per fermare la crescita degli avversari – vedi gli ultimi casi Ferrari).
    Parliamo di un pilota che ha perso clamorosamente nel 2016 contro il compagno di squadra (come se Prost avesse perso da Johansson o da Hill, Senna da Dumfries o da Berger, Schumacher da Herbert o da Barrichello, Vettel da Webber, eccetera), dopo essere ricorso pure alle scorrettezze nell’ultima gara di Abu Dhabi (vedi il trenino formato da Hamilton in testa nella speranza che qualcuno raggiungesse e superasse Rosberg).
    Parliamo di un pilota che, nel 2017 e nel 2018, si dice aver “surclassato” Vettel, quando in entrambi i casi la svolta sono stati episodi casuali e irripetibili, come la pioggia a Singapore (!) che ha reso caotico il via (con le Ferrari un prima fila centrate da Verstappen) in un circuito dove solitamente la pole vale la vittoria, o sempre la pioggia ad Hockehneim dove Hamilton partiva 14mo per un suo errore in prova e Vettel finì fuori mentre era un testa per un piccolo errore dalle grandi conseguenze (mentre, al contrario di Hamilton, era con le slick “sbagliate” durante l’imprevisto acquazzone).
    Insomma, parliamo di uno dei campioni più sopravvalutati nella storia delle corse, dentro e fuori dall’abitacolo.

    Se mai ha avuto originariamente una credibilità, la protesta dei Black Lives Matter l’ha persa con il sostegno di Hamilton: un inglesuccio privilegiato che, dopo aver raggiunto la notorietà da suddito di sua maestà britannica, si è messo a giocare a fare il “rapper nero” (per non dire l’orfanello spastico del Bronx), quando in comune con i neri d’America (e le loro condizioni socialmente svantaggiate, ma non solo e tanto per questioni razziali, bensì economiche) ha sì e no il colore della pelle (e a ben guardare neppure quello, essendo un mulatto caraibico). Ha potuto frequentare un’esclusiva scuola privata cattolica, ha potuto correre in kart assieme al figlio di Keke Rosberg sfruttandone il materiale, ha avuto l’inizio della carriera finanziato e pianificato dalla McLaren di Ron Dennis: come può dirsi “svantaggiato”? E allora i “veri neri” che nascono nel Bronx, hanno il padre in galera o ucciso, e devono davvero farsi largo “a pugni” come Cassius Clay (non per finta come fa lui, quando nelle interviste ama dipingersi come “lo svantaggiato che ce l’ha fatta)? E i “privilegiati bianchi”, ragazzi con la sua stessa passione, che devono contentarsi di guardare le gare alla tv per tutta la vita perché non sono amici di un ex-pilota, non hanno un padre con la possibilità di farli correre (nemmeno sacrificandosi come ha fatto suo padre), non incontrano un Ron Dennis, non hanno sponsor?
    Per non parlare della sua carriera da pilota: ha potuto debuttare direttamente su una macchina da campionato (la McLaren-Mercedes) quando persino campioni come Alonso hanno iniziato dalla Minardi! E’ sempre stato osannato dal pubblico inglese (che evidentemente non è così razzista quando qualcuno vince). E’ sempre stato “protetto” nelle decisioni dubbie (da certe penalizzazioni abbonate al primo anno fino al GP del Canada regalato l’anno scorso alla direzione gara a scapito di Vettel, passando per tutte quelle penalità non pagate perché pilota Mercedes, vedi questione della pressione gomme a Monza 2017).
    E poi recita da discriminato? Non è credibile neanche come attore! Buffone!

    Non mi preoccuperei di quanto esce dalla sua bocca, se non fosse che in questo occidente femminista, le sue parole potrebbero aggravare certi cancri sociali.

    Vuole spingere la sua squadra e la formula uno a introdurre qualcosa di simile a quanto nel mondo anglosassone è già la porcheria delle “quote” per le cosiddette minoranze svantaggiate.
    In altre parole, vuole posti riservati per chi si narra essere o essere stato storicamente vittima di “discriminazione culturale”, come ad esempio le donne e le persone “colorate”.
    Della serie: quando i fatti di una competizione alla pari (quale è, ad esempio, quella dello studio) dimostrano che l’indimostrabile principio di uguaglianza fra tutto e tutti non ha riscontro nel reale (ad esempio quando ci sono poche donne nelle facoltà scientifiche), si dà per scontata l’esistenza di indimostrabili “discriminazioni nascoste” e si forza l’uguaglianza togliendo posti, spazio e merito ai “maschi bianchi etero” per darli alle “donne” o alle “minoranze” (e chiamando questo “bilanciamento di genere” ovvero “diversità”).
    A volte lo si fa di nascosto, altre facendo apertamente passare il concetto di “risarcimento per passare ingiustizie”.

    Quando qualcuno motiva in modo diverso dalla “discriminazione” le “disparità” viene bollato di maschilismo e socialmente ucciso. Un ingegnere top di “google” fu licenziato solo per aver fatto notare come siano le diverse scelte personali (dovute a diverse motivazioni psicologiche, a diverse inclinazioni naturali, non a “soffitti di vetro” artificiali o a discriminazioni culturali) a rendere meno presenti le donne in certi ambiti scientifici e tecnologici e come le “quote riservate alle minoranze” rischiassero di compromettere la meritocrazia e la ricerca dell’eccellenza (fatti difficilmente contestabili).

    Un rettore di Harvard venne costretto a dimettersi per aver fatto notare come, pur essendo mediamente più brave, la ragazze avessero, statisticamente, meno “varianza” nelle capacità. Ovvero, fossero tutte mediamente “bravine”, ma raramente si trovassero fra loro gli estremi: tanto i “somari” quanto le “genialità”. Ciò, per chiunque sappia la statistica, implica una maggiore probabilità (a posteriori) di trovare l’eccellenza necessaria alla carriera accademica o scientifica (ma anche l’imbecillità che condanna alla marginalizzazione) in un uomo (e non già che non possa a priori esistere un’eccellenza femminile o che si debbano snobbare le donne, come fu faziosamente interpretato dalla propaganda giornalistica per motivare l’allontanamento di un personaggio non conforme al mainstream femminista).

    Figuriamoci che accadrebbe a chi dicesse che, mediamente, le ragazze sono meno brave nelle materie scientifiche. Che sia vero o falso, non dovrebbe comunque (come ogni considerazione statistica e non personale) essere consideravo offensivo, dato che non lo è sbandierare ai quattro venti come le donne siano mediamente più portate nelle materie richiedenti capacità verbali ed “empatia” e farne addirittura talvolta motivo di vanto per una presunta “superiorità femminile scientificamente dimostrata”.
    Sarebbe ben strano se, di contro, la natura non avesse operato una “compensazione” rendendo i maschietti più naturalmente abili nel “lavorare con le cose” (dato che lo sono di meno nel “lavorare con le persone”).

    In quanto “variabili aleatorie”, le persone possono sempre rappresentare, nel singolo caso, un controesempio (rispetto alle qualità “medie” del genere): abbiamo Marie Curie in Fisica e Leopardi in Letteratura (per dirne una). Ciò non muta la statistica. Eppure, se uno presenta questo tipo di statistica, fa la fine del professor Strumia (anche e soprattutto quando ha dati alla mano): il mainstream non ammette spiegazioni diverse da quella che vede il “maschio bianco occidentale” come oppressore.

    Insomma, il merito (che sia quello proprio di eccellere nello studio, o quello dei propri avi di aver fondato città e civiltà, o quello del proprio genere di aver conquistato terre e conoscenze) viene fatto passare per “colpa” e per “far espiare” questa al “maschio bianco occidentale” (rigorosamente etero, perché i gay sono protetti) si creano verissime nuove inedite ingiustizie (come appunto quando si vede un buon posto all’estero riservato “a candidate donne per questione di gender balance”, o quando per mostrare al mondo che le “rare” e “originali” ragazze appassionate di auto non devono essere “discriminate”, si istituisce una serie solo per loro, mentre dei milioni di loro coetanei maschi costretti a guardare le auto da corsa con il cannocchiale – perché troppo care – nessuno si è mai curato, se non per dire che devono abbandonare quel sogno fanciullesco, o, ancora, quando si vedono entrare all’università studenti di dubbia preparazione con il solo compito di “internazionalizzare” il corso, mentre i loro omologhi italiani hanno dovuto sudare le proverbiali sette camicie per costruirsi negli anni un bagaglio culturale che, d’improvviso, viene giudicato “secondario” rispetto ad altri criteri o, come quando, in futuro, un giovane ingegnere non potrà entrare alla Mercedes F1 perché gli verrà preferito un “diversamente europeo” secondo i precetti della “commissione Hamilton”).

    Hamilton, a prescindere dal fatto di riuscire o meno ad introdurre questo in un ambiente in partenza iper-ingiusto (dove si entra solo con molti soldi e con molte conoscenze) ed iper-selettivo (e non sempre solo per questioni di merito) come la formula uno, sta dando legittimità a queste pratiche che stanno avvelenando la vita a tanti giovani maschi (bianchi, etero, ecc.) in occidente.

    Ma non creda di averte gioco facile. Negli ultimi anni il martellamento mediatico femminile-femminista ha prodotto nei giovani maschi anticorpi chiamati “pillola rossa” (con riferimento al film “Matrix”), ovvero capacità di vedere la realtà per ciò che è e non per come la racconta il sistema culturale dominante. La cosiddetta “redpill” altro non è se non la reazione immunitaria della psiche alla campagna colpevolizzatrice del maschile e alla vittimizzazione della figura femminile, in atto proprio laddove l’abbattimento delle mirabili strutture, dell’arte come della religione, della politica come della storia, del pensiero come della società, ingiustamente chiamate “oppressione” (in realtà “civiltà” e “bilanciamento”), rende direttamente sperimentabili i privilegi e la ferocia femminili allo “stato di natura”.
    Chi, fra noi maschi della tarda generazione X e ancor più fra i millennials, non ricorda quella sottospecie di “stato di natura” che era l’età scolare, dove alla bellezza (o presunta tale) che già iniziava a fiorire sulle coetanee non potevamo ancora contrapporre né poteri, né ricchezze, né altro con cui “star di paro”?

    Fare l’abitudine all’esser trattati con sufficienza quando non con aperto disprezzo ad ogni tentativo di approccio e non certo con potenziali concorrenti di “Miss Italia”, ma con fanciulle di bellezza non mai alta e di comportamento quasi sempre altezzoso, le quali potevano vantare schieri di amici-ammiratori pronti a tutto per un sorriso e di “cavalieri” disposti a dare qualunque cosa in pensieri, parole e opere per la sola speranza. Ecco cos’era “l’educazione alla parità”.

    Essere a volte attratti ad arte per poi essere messi in ridicolo o appellati “molesti” da chi già allora poteva permettersi di lamentarsi dei propri stessi privilegi (l’essere disiata senza dover far nulla e il poter aspettare sia la controparte a farsi avanti) e magari oggi scrive su “Repubblica” o simili a proposito di “anche un complimento è molestia” (dopo aver fatto passare “giorni orrendi in così verde etade” ai propri coetanei pretendendo di fatto di essere corteggiate, e lasciando alla controparte il dovere di farsi avanti alla cieca, di vincere la naturale timidezza e le razionali considerazioni pessimistiche, il dubbio amletico su come formulare quei complimenti, quelle proposte, quegli approcci, per essere potenzialmente apprezzati e quant’altro le donne, nel loro privilegiato ruolo di “selezionatrici passive”, che la propaganda femminista attribuisce al patriarcato – ma che la realtà femminile si guarda bene dell’abbandonare – non saranno mai nella vita costrette a sperimentare). Ecco la realtà dietro le parole “bluepillate” come “amore”, “giovinezza”, “uguaglianza fra i sessi”.

    Il cercare disperatamente con lo studio di recuperare quelle attenzioni e quei complimenti che avevamo da bambini, che le ragazze continuavano ad avere “in quanto femmine” (anche quando erano francamente bruttine) e che noi (a meno di non essere dei cloni di Brad Pitt) non avevamo più. Ecco cosa ci ha spinti a divenire quello che siamo oggi (altro che “privilegi maschili” e “società maschilista”). Le lacrime sul quaderno di appunti di matematica al primo anno d’università dopo che la stronzetta di turno aveva riso in faccia al mio star male per lei, dopo che da tutte le coetanee ciò era stato visto come “normale sofferenza che spetta ai maschi”, dopo che nulla nell’ambiente sociale di allora mi permetteva uscire dall’infelice ruolo di “sfigato” (nel senso letterale di “senza figa”, dato che non vi erano particolari difetti fisici, intellettuali o caratteriali giustificanti il senso di “sfortuna” insito nell’accezione figurata della parola) e il pensiero del trenta e lode come riscatto (e come prospettiva di un futuro da ingegnere di successo e quindi amato dalle donne): ecco cosa associo alle espressioni come “amori giovanili” e “stereotipi di genere”.
    Tutte cose che nessun Hamilton, nessun progetto culturale per la diversità e la parità di genere, e nessun disegno di legge pro-gender e anti-misoginia potrà mai cancellare. E che nessun bavaglio legislativo, sportivo o accademico potrà mai farmi tacere, per Ercole! E questa non è semplicemente la mia esperienza personale, ma ciò che il novantacinque percento dei giovani maschi vive nel mondo “emancipato” (dove, come nella giungla, solo in cinque per cento di “maschi alfa” – senza particolari meriti intellettuali – si riproduce). E che molti stanno iniziando a scrivere, dopo secoli di silenzio motivato, quello sì, dallo stereotipo di genere del “seduttore” cui molti uomini credono di doversi ancora identificare (“io no, io non sono uno sfigato, io piaccio alle donne, io non ho bisogno di pagare, io non ho bisogno di contrastare il femminismo”) e su cui fa leva gran parte della propaganda mainstream (gran parte del consenso che il femminismo ha fra gli uomini è motivato dalla voglia di questi di apparire “fighi” agli occhi della società e delle donne – quando in realtà così facendo si stanno solo zerbinando – e dalla riluttanza ad ammettere di avere carenza di “valore sessuale” nell’attuale “mercato delle relazioni”).

    Ed io penso di non essere il solo che ha eletto l’automobilismo a religione perché era il modo migliore per stare in casa, in quelle domeniche dove, andando “in giro”, avrebbe visto ovunque ragazze nella media (e anche sotto), per doti fisiche e intellettive, potersi permettere atteggiamenti da “dive” (per via della disparità naturale di desideri e della sopravvalutazione estetico-filosofica della figura femminile in atto in occidente) e ragazzi carini, simpatici e a volte anche intelligenti doversi ridurre ad attori per compiacere la vanagloria della donna o a giullari per farla divertire.

    Ed ora vorrebbero far entrare le donne in questo nostro rifugio psichico prima ancora che sportivo? Semmai come grid girls, a fornirci virtualmente quella bellezza che le regazze reali ci hanno negato! E invece no, la F1 a guida yankee ci ha negato (dal 2018) le grid girls e ci vuole ora infilare a forza le “ingegnere” (a farci concorrenza e a “svilire”, in nome della parità di genere, ciò per cui abbiamo studiato e sofferto: un titolo ambito, difficile e quasi “sacro” come era un tempo quello del sacerdote, grazie a cui sentirci “belli e proibiti” come il prete di “uccelli di rovo”).
    Attento Hamilton, che muovendo certi affetti stai scherzando con fuoco!
    Non sei il solo, all’occorrenza, a saper usare le arti marziali! I tuoi amici non sono i soli ad aver voglia di menare la mani. Anche fra chi vita Trump c’è chi non ha nulla da perdere e molto da guadagnare nella “guerra civile” in cui i tuoi cari “manifestanti” sembrano voler far precipitare l’occidente. E ricordati che nessuno, nè tu, nè tutto il black power del mondo, potrà fermare la redpill!

    Chiunque sia un minimo “redpillato” capisce abbastanza presto come la donna goda per natura (e quindi anche per cultura) del privilegio di essere universalmente ammirata, socialmente accettata, amorosamente disiata, di per sè, per quello che è (bella, e anche quando manca la bellezza vi supplisce spesso l’illusione del disio), senza dover obbligatoriamente mostrare doti o compiere particolari imprese cui sono invece costretti i “cavalieri” o quali, senza esse, restano puro nulla, socialmente trasparenti e negletti dal sesso opposto.

    Ecco quindi dove, se ha sufficienti volontà e capacità, trova la motivazione per predisporre un percorso di studi magari lungo e faticoso, ma tale da potere un giorno (almeno nelle intenzioni) fornirgli qualcosa di immediatamente evidente ed oggettivamente valido al pari della bellezza (lo “status sociale”) con cui essere mirato, accettato e disiato al primo sguardo e a prescindere da tutto come le belle donne lo sono per la loro grazie.

    E’ questo il vero “gender balance”.

    Il fatto di non avere sempre il femminista “50 e 50” non dipende probabilmente né dal “soffitto di vetro” di cui blaterano le femministe né da una presunta “incapacità congenita” cui farebbero riferimento i “maschilisti”, bensì dal semplice fatto che, avendo garantiti per natura (e quindi per cultura) tutti quei fini (ovvero essere notati, sentirsi apprezzati, suscitare desiderio e avere possibilità di scelta e forza contrattuale davanti a quanto più rileva per la felicità individuale e la discendenza: il una parola, il “mondo come volontà”) rispetto ai quali lo studio, il lavoro e tutte le altre costruzioni sociali (in una parola: il mondo come rappresentazione) sono meri mezzi, la donna non ha l’obbligo di arrivare ad ogni costo ad una certa posizione sociale e di guadagnare necessariamente tot euro a pena di infelicità individuale e irrilevanza sociale come invece l’uomo (poiché nemmeno la più maschilista delle società riuscirà mai a toglierle la desiderabilità naturale e il ruolo materno, con tutti i vantaggi psichici correlati) e per questo è in genere meno portata (dovrei dire: meno forzata) a scegliere uno studio o un lavoro prestigioso anche se magari faticoso o non conforme alla propria indole.

    Ma le femministe, così svelte a tirare in ballo sottili meccanismi psicologici per paventare discriminazioni ovunque, fingono di non vedere questa enorme e palese differenza psicologica fra i sessi (frutto delle disparità naturali nell’amore sessuale volute dalla natura per fini correlati alla selezione e alla propagazione della vita e dalle donne sfruttate in ogni modo tempo e luogo senza limiti, remore né regole) e chiamano “discriminazione culturale” il frutto indiretto del privilegio naturale femminile.

    E così si arriva al colmo: chiamando “discriminazione” l’equo, umano e necessario tentativo dei singoli uomini di bilanciare con lo studio, il lavoro, la posizione sociale, la fama, la ricchezza, cultura, il potere e tutto quanto possa derivare da fortune o meriti individuali, arrivano a generare culturalmente verissime discriminazioni antimaschili (tali sono le “quote rosa” e le altre iniziative del neofemminismo) ulteriori rispetto a quelle naturali.

    Non solum dobbiamo bilanciare la natura per non essere negletti, ma, anche quando ci riusciamo, siamo chiamati “privilegiati”. E nel mentre siamo intralciati da crescenti favoritismo pro-donna.
    Ah no, caro Hamilton, non dovevi permetterti di parlare in favore di questo meccanismo, neppure se tutte le tue ragioni antirazziste fossero state fondate!

    Chi troppo vuole nulla stringe.
    Personalmente, non ti ho mai considerato un “nero”: semplicemente, per me eri un pilota inglese, come Mansell, magari senza i suoi baffi e la sua simpatia, ma non certo “diverso” solo perché più scuro di pelle.
    Ora tu pretendi di essere considerato un “nero” (“noi neri subiamo…”) e di avere posti riservati ai “colorati”.
    Allora faccio come ho fatto con le donne-femministe.
    Un tempo era irrilevante che una mia compagna o collega fosse femmina, non vedendo, da individualista qual ero, alcun motivo per trattarla diversamente da un compagno o un collega maschio. Da quando la lagna femminista si è alzata con la pretesa delle quote rosa, da quando la menzogna femminea si è levata facendo percepire come “colpa” tanto i desideri naturali maschili (“anche uno sguardo è molestia” ecc.) quanto l’eredità culturale del mondo degli uomini (che esse chiamano “patriarcato” mentre io, più propriamente, nomino “visione del mondo virile e aristocratica propria dei grandi popoli indoeuropei fondatori di città e civiltà”), da quando la propaganda mainstream dipinge come oppressione e privilegio il frutto dello studio matto e disperatissimo mio e di altri maschi, e come “violenza” e discriminazione il semplice fatto, ad esempio, di desiderare la bellezza o di aver bisogno di pagare per averla, ho reagito brutalmente dicendo: “La nostra natura è violenta e malvagia? E sia! Portiamo le colpe dei nostri padri? Bene, allora ci teniamo anche i meriti! Volete quote in base al fatto di essere donne? Bene, allora vi diamo tutto e solo quanto avreste potuto avere in quanto donne in quelle società matriarcali senza classi che tanto vi piacciono e a cui vorreste tornare. Quindi tiranneggiate pure finché potete con il vostro fica-power e le vostre maternità, come avete fatto per milioni di anni, ma non abbiate la pretesa di entrare nel mondo che noi e solo noi, così cattivi e così violenti, abbiamo generato. Scienza e civiltà siano a voi precluse. Non siamo noi a togliervele. Sono state le vostre bellissime società matriarcali a non essere state in grado di produrle, così come noi non siano in grado di diffondere seduzione o di partorire”.

    Similmente, ad Hamilton dico: “Vuoi quote piloti e ingegneri riservate ai diversamente europei? Bene, allora siano attribuite proporzionalmente a quanto gli extra-europei hanno contribuito alla civiltà in generale e a quella del motore in particolare. Tanti italiani, tanti francesi, tanti inglesi, tanti tedeschi. Gli africani? Un solo posto come ringraziamento per Massinissa che ha contribuito all’affermazione di Roma combattendo con Scipione a Zama contro Annibale. Ed è il tuo. Gli altri corrano con quanto potevano correre prima che arrivassero i colonizzatori così cattivi. Coi loro piedi!”

    P.S.
    Non si chiama razzismo bensì eredità. C’è qualcuno che si scandalizza se i figli e i nipoti ereditano i beni e i frutti del lavoro dei padri e dei nonni? O che si crede in diritto di obbligarli a devolvere l’eredità al mondo intero? E allora perché noi, che abbiamo ereditato l’edificio della civiltà europea dai nostri avi fondatori di città e conquistatori di mondi, dovremo essere costretti a condividerne frutti, arte e ricchezza con le genti dell’universo mondo?
    Per quanto riguardo specificamente l’automobilismo, io vedo come perfettamente giusto che, essendo italiane, francesi, tedesche ed inglesi le persone che lo hanno fondato, siano principalmente europei gli uomini che guidano e progettano auto.
    E se il COVID ha avuto un merito, è quello di aver riportato in Europa gran parte dei GP!

    P.P.S.
    Stavo pensando (forzando un po’ il mio atavico odio) di sostituire la mia Audi proprio con una Mercedes (volendo premiare chi investe e vince nelle corse, pur con tutti i distinguo). Evidentemente, dopo queste dichiarazioni, lascio che il capo di Wolff campi con le auto che gli compreranno i “Blacks”. Auguri, se anche gli altri appassionati faranno così. Potete risparmiarvi l’impegno in F1.