Roma, 21 apr – Quando la propria squadra perde, i tifosi, in quanto tali, si incazzano. E più si sale nelle competizioni, più il legame viscerale con la squadra si rinsalda, e con esso le aspettative di chi in quel luogo mistico chiamato stadio, possibilmente in curva, va armato di biglietto e sciarpa. Ci si sente in quel momento, a torto o a ragione, i datori di lavoro di quelle undici persone sparse sul campo verde, e da loro si pretende una dedizione e una fedeltà assoluta, inimmaginabile, che probabilmente nemmeno noi tifosi sappiamo quantificare. Di converso, agli altri undici che fanno da dirimpettai ai nostri potremmo mangiare le orecchie e le maglie, scatenandosi un’inaspettata ondata di vero astio e vera rabbia nei confronti di chi, in quel momento, racchiude in sé il concetto di nemico per antonomasia.

C’è dello spazio a dividerci, ci sono delle regole scritte e non, c’è la consapevolezza che loro odiano noi come noi odiamo loro e che l’inizio della settimana, il maledetto lunedì mattina, non seppellirà questa trascendenza. Quale sia il motivo, non è dato a sapersi. È come quando Kenneth Clark rispose, durante un programma sulla BBC nel 1969, che lui non sa cosa sia la civiltà, ma quando la vede la riconosce. Proprio così. E non sappiamo cosa sia la fede calcistica e l’ondata sentimentale che si porta appresso, ma la viviamo tutta la settimana in attesa che culmini alla domenica. Epperò può andar male e capita di raccattarne e anche di sode senza quindi tornare a casa soddisfatti. This is football, diceva Al Pacino riferendosi al football americano, e ogni maledetta domenica il teatrino si riapre.

Le pretese politicamente corrette

L’unica consolazione è, o potrebbe essere, la libertà d’espressione che dovrebbe vigere in un contesto dove a comandare sono i sentimenti e le passioni come è lo stadio, come è la curva. Pretendere che dei tifosi tacciano di fronte ai gol avversari o che si inchinino davanti alle loro prodezze o che si mordano la lingua preferendo il linguaggio forbito alle invettive che tutti conosciamo, è come privare un viandante nel deserto di una borraccia d’acqua. È malignità, è incoscienza, è inconsapevolezza di cosa significhi tifare, è assenza di spirito d’appartenenza, è denuncia del cameratismo che si forma nelle curve degli stadi. Pretendere di estendere il linguaggio politicamente corretto agli stadi in cui ai quarti di finale o nelle semifinali o nelle finali, uno dei due concorrenti esce sconfitto, significa arrostire con la lente di ingrandimento una formica indifesa.

Sentite qua: “Per comportamenti discriminatori sanzionabili si intendono striscioni, scritte, simboli, cori, grida ed ogni altra manifestazione espressiva di discriminazione per motivi di razza, colore, religione, lingua, sesso, nazionalità, origine territoriale o etnica. Dunque non solo i cosiddetti buu razzisti, ma anche tutto ciò che viene classificato come discriminazione territoriale”. Eppoi le nuove regole ideate dalla Figc disquisiscono noiosamente sulle sanzioni, sull’arbitro e sulle medaglie al valore per i più educati. Si apprende quindi che non solo gli striscioni o i cori, ossia le manifestazioni collettive di tifo, sono passibili di sanzione, bensì anche le singole grida, l’urlaccio che scappa a un singolo tifoso e che può portare all’estrema conseguenza della sospensione definitiva della partita. E per cosa? Non certo per un inno alle camere a gas, né tantomeno per il Vesuvio e i napoletani, ma addirittura per un “terrone” di troppo o un riferimento alla maggior vicinanza della Sicilia all’Africa che non a Milano. Anzi, qui doppia scomunica: in difesa dei siciliani e degli africani. Gli esempi potrebbero essere molteplici.

La censura è antisportiva

Da qui la domanda: e allora cosa possiamo cantare allo stadio? Un tubo, essendo sostanzialmente vietato lo sfottò tipico tra tifoserie, le quali solo da oggi devono rispondere a una sorta di codice etico non scritto e dunque tirabile da una parte all’altra sulla base di chi è al ministero dell’Interno: è difatti Salvini, oggi, a nominare colui che potrà intervenire durante una partita per intimare l’arbitro di sospenderla. Da qui si apre una casistica sostanzialmente infinita in presenza della quale un certo tifo può essere ritenuto passibile di repressione, e non che a noi interessi immolarci a martiri, ma è assurdo e insensato che si voglia applicare a un contesto particolare come quello dello stadio uno standard d’educazione che già normalmente per strada nessuno utilizza.

Fingendo oltretutto di non comprenderlo e di non volerne capire le specificità, creando quel meccanismo per cui da una parte vi sono i carnefici e dall’altra le vittime, e di certo così le ostilità non cesseranno mai. Un evento storico tragico, un personaggio storico noto per le ingiustizie subite o una vulgata più o meno estesa sulla sensibilità in fatto di razzismo non devono per forza essere rispettate da tutti, e deve esser lasciata la libertà di esser dei cazzoni maleducati a modo proprio. Perché se lo sport deve insegnare qualcosa, certamente non deve propagandare la censura.

Lorenzo Zuppini

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