Roma, 8 giu – Da un po’ di anni la retorica politicamente corretta pervade anche il calcio. L’esaltazione aprioristica nei confronti delle nazionali multietniche, in particolare, tocca talvolta picchi grotteschi, come se le differenti origini dei calciatori fossero fattori determinanti e imprescindibili per assicurare successi alla propria squadra. Ovviamente, quando questi ultimi non si verificano, buona parte della stampa minimizza, al contrario invece si esalta. Prova ne sono gli emozionanti articoli con cui il giornalismo sportivo italiano elogiò la vittoria della nazionale tedesca ai mondiali del 2014.


Sky Sport titolò entusiasta: “Il trionfo della Germania multietnica”. Il tutto, casualità, per ribadire la necessità dello ius soli. “La Germania neo campione del mondo, che cresce i giovani e li porta sul tetto del mondo, ha cambiato le regole, partendo dalle leggi sulla cittadinanza. E lo ha fatto 15 anni fa: dal gennaio del 2000 tutti i nati in Germania da genitori stranieri sono tedeschi. Questa apertura ha contribuito a fornire alla Nazionale maggiore molti giovani: ghanesi, nigeriani, tunisini, ma a tutti gli effetti tedeschi. A vincere in Brasile erano sei i giocatori di ‘nuova generazione’:Khedira, Klose e Podolski, Ozil, Boateng e Mustafi”. Così scriveva Sky Sport.

Un sultano come testimone

Ecco, oggi scopriamo che proprio Mesut Ozil, uno di quei grandi calciatori di “nuova generazione”, ha fatto intendere al globo terracqueo che dell’appartenenza alla Germania tutto sommato gli interessa il giusto. Il calciatore dell’Arsenal si è infatti sposato con Miss Turchia, e fin qui nulla di particolarmente clamoroso. Peccato che la scelta del testimone sia casualmente ricaduta su un altro turco, ma non uno qualsiasi, proprio il più noto e potente: il presidente Recep Tayyip Erdogan. Una scelta peraltro già annunciata da Ozil lo scorso marzo e che aveva scatenato una ridda di polemiche nei suoi confronti in Germania. Il portavoce della cancelliera Angela Merkel l’aveva sommessamente definita “una delusione”.

Eugenio Palazzini

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