marco pantaniCesenatico, 14 gen – Il mito è nel dettaglio. Marco Pantani nasceva 46 anni fa in un freddo inverno a Cesena con lo sguardo che fissava l’Adriatico. La sua leggenda parla di montagne, discese, attacchi, maglie gialle e rosa da sfoggiare come trofei di guerra. Per celebrare e ricordare uno dei più grandi atleti che madre natura ha devoluto all’Italia, abbiamo deciso di viaggiare a ritroso fino al 2000.

Il Pirata all’alba dei trent’anni si presentò al via della stagione fortemente segnato nell’animo e nella mente. Arrivò al Giro d’Italia con una preparazione praticamente inesistente, ma ebbe il tempo di rivelarsi ago della bilancia per la vittoria finale di Stefano Garzelli per poi puntare la propria bussola verso la Francia. Alla Grand Boucle era già iniziata l’era Lance Armstrong, ma Pantani, minato nelle certezze, sapeva che solo la strada era regina di pensiero e di sentenze. Sui Pirenei e nelle prime frazioni il ritardo nei confronti del texano si dilatò, fino all’arrivo delle Alpi. Il primo sussulto il 13 luglio sul Mont Ventoux. Quell’elastico infinito del Pirata coi migliori, quello staccarsi e rientrare fino ai commoventi cinque scatti in un amen che lo hanno portato a vincere sulla cima del monte calvo a braccetto con “Robocop”.

L’apoteosi, finale, della carriera del romagnolo, si completerà qualche giorno più tardi esattamente il 16 luglio. La strada conduceva a Courchevel 2000 e la fuga davanti impazzava. Una tappa di montagna al Tour può valere una carriera oppure l’ultimo grande spettacolo di un principe del pedale. Pantani fece lavorare la squadra, prima Velo poi Siboni ed infine Zaina, i più attenti osservatori notarono il rapporto duro e quel incedere a scatti, sinonimo di prontezza e volontà di vittoria. Cercava il sangue di Armstrong e lo ottenne. L’asfalto spariva sotto le ruote quando ai -5 km dal traguardo Pantani si preparò per l’ultima recita in terra di Francia. Uno scatto e la sua maglia rosa si allontanò. L’americano, Heras e Botero a guardare, intervallandosi per raggiungerlo. Ma Pantani aveva deciso, vincere e vincere alla sua maniera in solitaria, nello spirito solenne della montagna. Ai -3 km raggiunse José Maria Jiménez – altro campione tragico del pedale morto nel 2003 – e lo staccò. Sembrava voler rompere i pedali, intanto dietro gli inseguitori si assestavano sui 50″ di ritardo. Spinto fino al traguardo, verso l’ottavo successo al Tour de France, dalla folla motore immaginario dell’eroe tragico, l’unico capace di catechizzare anche la più grande truffa dello sport Lance Armstrong in salita. Il giorno dopo provò a far saltare il banco nella tappa di Morzine, perché arrivare secondo non faceva parte della sua mentalità, ma la dissenteria lo bloccò. Il resto polverosa storia.

Lorenzo Cafarchio

 

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Commenti

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1 commento

  1. Bellissimo ricordo la sfida tra il Pirata e l’Americano (così si limitava a chiamarlo Marco…) sicuramente una delle ultime rivalità “cattive” dello sport del secolo scorso.
    Pantani e Armstrong non è stato solo uno scontro tra fuoriclasse, ma tra due concezioni opposte di fare ciclismo, quello antico ed eroico vecchia maniera di Marco e quello moderno, tecnologico e calcolato quello di Lance, due personalità fortissime e carismatiche che non potevano essere semplicemente rivali.
    Quel Tour 2000 è stato un duello più simile a quelli tra Clay e Frazer che a Coppi e Bartali, poichè Pantani ed Armstrong si detestavano prima come uomini e poi come atleti proprio come i due pugili americani.
    L’attacco eroico verso Morzine fu la sintesi di questa rivalità, per il Pirata era meglio morire nel tentativo di ribaltare il Tour che finire su un comunque onorevole podio, che lo avrebbe però costretto a
    guardare l’Americano dal basso verso l’alto.
    Purtroppo i due protagonisti di questa epica pagina di sport, sono entrambi stati distrutti e sacrificati dal mondo che li aveva elevati a divinità.
    Marco e Lance sono stati in maniera diversa colpevolizzati e usati come capri espiatori di un sistema che non avevano ne creato ne voluto loro.
    Ma il cuore, il carisma e l’eroismo può solo scaturire dalla volontà degli uomini, non si può creare in laboratorio.

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