Roma, 19 gen – Quando nel 1988 Paolo Mantovani e il suo Cerchio Blu di tifosi d’eccellenza della Samp ebbero l’idea di replicare anche in Italia – sul modello inglese della Charity Shield – una sfida tra le squadre vincitrici di Scudetto e Coppa Italia dando così vita alla Supercoppa Italiana, non potevano immaginare nemmeno lontanamente le polemiche di oggi circa l’opportunità o meno di disputare il trofeo in Arabia Saudita, con le donne non accompagnate confinate in una minuscola porzione dello stadio. Eppure non è la prima volta che la Supercoppa Italiana viene giocata al di fuori dei confini nazionali. La prima volta fu a Washington nel 1993, in un’America che vedeva crescere la propria curiosità nei confronti del soccer a un anno da quel mondiale rimasto tristemente nei ricordi di ogni italiano per l’errore decisivo di Roberto Baggio dal dischetto nella finale contro il Brasile. Negli anni seguenti la Supercoppa venne ospitata un’altra volta dagli Stati Uniti (nel 2003, con vittoria della Juventus sul Milan) e quattro volte in Cina (tre edizioni a Pechino e una a Shanghai). A fare scalpore, però, furono gli sconfinamenti nel mondo arabo, da sempre visto con sospetto da un’Italia ossessivamente appesa alle parole di Oriana Fallaci.

In terra islamica, la Supercoppa Italiana è stata assegnata 4 volte. Nel 2002 in una Tripoli ancora saldamente nelle mani di Muammar Gheddafi, nel 2014 e nel 2016 a Doha nel Qatar degli emiri e infine quest’anno a Jeddah in Arabia Saudita. E qui bisogna fare le dovute distinzioni, proprio per non cadere nel tranello di mischiare in un unico pentolone un mondo ampio come quello arabo. La Libia di Gheddafi e l’Arabia dei sauditi, infatti, sono accomunate al massimo dalla religione principale, dalla lingua parlata e dal colore principale della bandiera. Su tutto ciò che riguarda invece la sfera sociale, politica e soprattutto geopolitica sono invece due mondi separati da un abisso. La Libia di Gheddafi era una Repubblica araba impegnata anche in ambiti di cooperazione panafricana, l’Arabia Saudita è una monarchia assoluta governata dalla Legge Coranica. E lo stesso abisso separa anche il differente legame storico e culturale tra l’Italia e ciascuno dei due paesi. Il rapporto viscerale tra Italia e Libia trae origine fin dagli inizi del novecento, quando persino Giovanni Pascoli in un suo celebre discorso intitolato “La grande proletaria si è mossa”, esortava l’Italia a prendere parte alla guerra italo-turca del 1911 per espandere il suo spazio vitale proprio attraverso la colonizzazione delle coste libiche. Ne derivò un grande sviluppo tecnologico e logistico, che subì un’impennata con l’avvento del Fascismo e delle relative opere realizzate dal regime nella colonia libica. Il legame tra Libia e Italia trova riscontro nell’alto numero di italiani presenti sul territorio (nel 1939 erano italiano un abitante su tre nelle città di Tripoli e Bengasi), nella riconoscenza degli autoctoni verso Benito Mussolini (che il 20 marzo 1937 venne insignito del titolo di protettore dell’Islam) e nel reciproco rispetto e tutela del regime stesso verso la religione mussulmana (i libici vennero definiti “mussulmani italiani della quarta sponda d’Italia”, e anche nel Manifesto di Verona della R.S.I. veniva rimarcata una notevole considerazione verso le etnie autoctone delle colonie). Con la fine della seconda guerra mondiale la minoranza italiana visse momenti difficili contrassegnati da un’emigrazione di massa e culminata, nel 1970, nella cacciata degli italiani da parte del neonato regime di Gheddafi. Al tempo, in piena guerra fredda, il raìs era uno dei massimi esponenti della schiera dei “non allineati”, e fu solo con la fine della Guerra Fredda stessa che poté ricominciare un percorso di distensione tra Italia e Libia. In quest’ottica rientrava la scelta di giocare la Supercoppa Italiana del 2002 nella capitale Tripoli, con il calcio usato come veicolo in funzione di una riappacificazione non solo doverosa visto il passato ma anche necessaria a rafforzare gli interessi strategici italiani nel paese nordafricano. Tra un Juve-Parma di Supercoppa, l’acquisto di alcune quote minoranze della Juve da parte di Gheddafi attraverso la Tamoil, il tentativo di scalata del figlio Al Saadi alla Triestina e la sua militanza in campo dietro lauto compenso con le maglie di Perugia, Sampdoria e Udinese, il calcio fu fondamentale nel miglioramento dei rapporti geopolitici e commerciali tra i due paesi. Le conseguenze furono molteplici e vantaggiose per entrambe le parti in causa, soprattutto in seguito alla firma del Trattato di Bengasi del 2008. La Libia ne guadagnò in progresso tecnologico, l’Italia in sicurezza con il pattugliamento delle coste da parte delle forze di polizia libiche e in ambito energetico con il rafforzamento della presenza dell’Eni oltremare. Il tutto, a distanza di cent’anni dalla guerra italo-turca, finì in modo catastrofico nel 2011 con i bombardamenti franco-americani (con supporto logistico italiano…) decisivi per la caduta di Gheddafi e punto d’origine di una situazione caotica che imperversa ancora dall’altro lato del Canale di Sicilia. Per utilizzare la terminologia calcistica, un autentico autogol da parte dell’Italia.


L’Arabia Saudita oggi

Detto dei motivi validi e funzionali alla base della scelta di disputare la Supercoppa a Tripoli, lo stesso discorso non si può fare per l’Arabia Saudita. Sicuramente per la polemica riguardante le donne (che ha trovato concordi persino due esponenti antitetici del mondo della politica del nostro tempo come Matteo Salvini e Laura Boldrini), ma non è certo una novità il fatto che nel regno wahabita il mondo femminile gode della stessa considerazione di un granello di sabbia nel deserto. Oltretutto, non è nemmeno l’unico motivo per il quale essere scettici sulla scelta della Lega Calcio è quantomeno legittimo. L’Arabia Saudita è infatti impegnata da anni in una guerra senza esclusione di colpi con lo Yemen con tanto di bombardamenti di scuole e obiettivi civili, il tutto con armi fabbricate in Italia che partono da Domusnovas, in Sardegna, per raggiungere proprio la città di Jeddah dove si è disputata l’ultima Supercoppa Italiana. Come se non bastasse, recentemente altre ombre si sono riversate sul paese arabo e sul suo livello di democrazia con l’omicidio a Istanbul del giornalista saudita Jamal Khashoggi su mandato del principe Bin Salman (fautore peraltro dell’approdo a Jeddah della nostra Supercoppa). Se è vero come diceva Agatha Christie che “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova” appare evidente che, a differenza della scelta distensiva di giocare a Tripoli, l’attribuzione all’Arabia Saudita della Supercoppa Italiana deve esser vista come una sconfitta della dignità dell’Italia. Per fare mea culpa e cambiare marcia, serve il ritorno ad un “senso di Stato” che al primo posto della scala delle priorità metta gli interessi nazionali italiani e non quelli degli altri paesi. E per scoprire chi banchetta da decenni con i sauditi basta andare su Google..

Francesco Daniel Severi

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