sousaFirenze, 2 ott – Domenica ore 20:45, allora stadio Artemio Franchi, sarà  scena Fiorentina – Atalanta. I viola di Paulo Sousa, leader di questa serie A, giocano per la quinta vittoria consecutiva tra campionato e coppa – ieri sterminato il Belenenses 4-0 in terra lusitana – cercando di mettere in tavola un’argomentazione di spessore, per passare da cane sciolto a pretendente in chiave scudetto.

Parliamo chiaro: i toscani, finito il ciclo Vincenzo Montella, sfiorito un gioiello del pallone nostrano – hanno terminato la scorsa annata con il quarto posto in campionato, la semifinale di Europa League e quella di Coppa Italia – i Della Valle non hanno perso tempo e dopo un’esteta del rettangolo verde si sono rivolti al capezzale di un uomo chiamato equilibrio, l’ex Juventus, Inter e Parma Sousa.

Aziendalista ma senza il capo chino, con un passato glorioso da centrocampista, cultore del fallo sistematico, ha due credo tattici: il 1-4-2-3-1 e il 1-3-4-2-1, con il numero 1 sottolineato in ogni schema come fine e inizio della manovra, perfettamente intercambiabili. Il tecnico proveniente da Basilea, che dopo l’incubo di inizio carriera in panchina nella perfida Albione (tre anni due esoneri a Leicester e Qpr ed un settimo posto con lo Swansea nel torneo di Championship, la nostra serie B) si è trovato tra le mani una fuoriserie diventata utilitaria. Fuori Richards, Pizarro, Gilardino, Aquilani, Savic, Diamanti, Mario Gomez, Salah, Basanta, Joaquin e Neto sono arrivati Vecino, Roncaglia, Blaszczykowski, Kalinic, Gilberto, Sepe e Mario Suarez. Sulla carta un sospiro di sollievo per quanto riguarda il conto in banca, ma un impoverimento qualitativo della rosa quantomeno sensibile.

Eppure questa Fiorentina non è un matrimonio coi fichi secchi. Tutt’altro. Nella domenica gigliata il 1-3-4-2-1 di marca portoghese vedrà scendere in campo la viola così disposta: Tatarusanu; Roncaglia, G.Rodriguez, Astori; Blaszczykowski, Vecino, Badelj, Alonso; Ilicic, Borja Valero; Kalinic. Gli elementi che si sono esaltati fin da subito ad un minor possesso palla, a transizioni fulminanti in fase offensiva, ad un pressing alto di zemaniana memoria, alle verticalizzazioni e all’aggressività tipica del Sousa con gli scarpini ai piedi, è stato l’insieme che si è elevato come esponenti in una formula matematica. Kuba, il polacco ex Borussia, dopo la rottura dei legamenti al ginocchio sinistro è rinato, per Alonso vedere il 3-0 contro l’Inter con tanto di assist confezionato dallo spagnolo per la rete e Borja Valero, ai livelli di due campionati fa, sono l’ossatura di una compagine sempre sul piede di guerra che sbircia all’orizzonte e non ha paura di dire tricolore.

Questa non è la viola di Trapattoni e Nikola Kalinic non è Batistuta, eppure dopo la tripletta inferta ai nerazzurri a San Siro il croato è l’ariete chiavistello per ogni difesa. Un novello Alen Boksic, che ricorda da vicino Vincenzo Iaquinta per fraseggio coi compagni e capacità di puntare palla al piede la difesa, può contare sul supporto di Bernardeschi e Babacar, giovani sul punto di esplodere, premiando la scelta della dirigenza gigliata di accantonare nomi altisonanti guardando alla scuola calcistica italiana. Scuola che ha partorito anche Giuseppe Rossi, se il fisico trovasse tregua dopo l’infinita serie d’infortuni occorsagli, consegnando al popolo di Firenze un reparto offensivo da leccarsi i baffi.

Menzioni d’onore vanno a Badelj, regista di questo inizio di stagione, Astori che sembra aver migliorato il suo approccio alla gara, con ancora limiti in marcatura ma interprete di valore quando la difesa si fa a 3 negli spazi stretti sousiani e Ilicic. Lo sloveno, dopo essere stato rigenerato da Montella, detta calcio senza far rimpiangere l’esplosività di Cuadrado e il genio di Salah.

La Fiorentina degli ultimi tre anni è stata arte, sontuosa come i suoi palazzi e le sue vie, ma senza quella classe, tipica di Firenze, che non gli ha permesso di sollevare trofei. Ora un nuovo punto d’equilibrio, parola che ritorna, è sorto dove pragmatismo ed estetica si incontrano abbracciandosi, in un calcio con Mario Suarez come perno, Kalinic scopritore di spazi e Bernardeschi pronto a consacrarsi Signore del Giglio.

Lorenzo Cafarchio

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