zidaneRoma, 5 gen – È troppo grosso e troppo triste. Lo pensarono tutti, quando questo ragazzone dall’aria timida sbarcò in quella che all’epoca era forse la squadra più forte d’Europa. È il 1996 e a Torino, sponda Juventus, arriva Zinedine Zidane, pressoché sconosciuto regista francese, reduce da un deludente Europeo in Inghilterra. Quell’anno la Juve ha venduto Gianluca Vialli (al Chelsea), Fabrizio Ravanelli (al Middlesbrough) e Paulo Sousa (al Borussia Dortmund). In compenso ha preso Alen Boksic, Christian Vieri, Nicola Amoruso, Paolo Montero e, appunto, tale Zidane, promessa del Bordeaux.

Le perplessità durano fino al primo pallone stoppato: quest’uomo è un dio del controllo palla. Alla Juve, Zidane entrerà nella storia del calcio. Grazie al Real Madrid, a cui approderà nel 2001, nella storia del calcio ci metterà le radici. Le metterà anche nella società spagnola stessa, dove ora è stato chiamato a sostituire il deludente Rafa Benitez. Una scelta azzardata, da parte dei madridisti, che punta tutto sul carisma e sulla conoscenza dell’ambiente merengue da parte del francese, mentre sulle sue doti da tecnico bisogna necessariamente andare sulla fiducia. Lunghissimo riguardo ai successi da calciatore, il suo curriculum vede invece, per quanto riguarda la panchina, due sole voci: il ruolo di vice di Carlo Ancelotti, nel 2013, e la panchina del Real Madrid Castilla, seconda squadra del Real, che gioca nella terza divisione del campionato spagnolo. Praticamente nulla.

Al Bernabeu sarà accolto con gli onori che si tributano a una leggenda del calcio, uno che non solo ha vinto molto, ma ha anche segnato l’immaginario calcistico degli anni a cavallo tra la fine dei ’90 e i primi 2000. Uno dei pochi di cui i ragazzini conoscono il nome anche se non l’hanno mai visto giocare. Tutto molto bello, ma durerà fino al fischio d’inizio. Poi decideranno i risultati e il bel gioco, come sempre accade in casa del pubblico calcistico più esigente del mondo. C’è da vedere soprattutto, se Zinedine reggerà all’urto psicologico.

Caratterialmente, si tratta di un uomo d’apparato, adatto al linguaggio paludato e alle iniziative di solidarietà, alle marchette politicamente corrette (quanto inchiostro sprecato per lodare il modello Zidane trionfante nelle periferie francesi prima del ritorno alla realtà a colpi di kalashnikov?), meno alla sfida in campo aperto. Già scelto dalla Fifa come uomo immagine mentre calcava i campi, al Real ha ricoperto ruoli dirigenziali per cui sembra naturalmente tagliato. L’allenatore, però, è un’altra cosa. Servono nervi saldi, bisogna sopportare un’enorme pressione. Non esattamente il punto forte di Zidane, come sa bene Marco Materazzi, ma anche altri sfortunati compagni di strada a cui sono arrivati colpi meno reclamizzati di quello subito dal difensore azzurro. Quegli occhi malinconici non sono fatti per il confronto aperto e leale. C’è dietro un’esuberanza trattenuta, che a volte erompe in forme scivolose e poco ortodosse.

Anche il rapporto con i tifosi è un’incognita: a Torino ricordano bene un’eliminazione dalla Champions in cui, mentre la squadra soffriva in campo, lo squalificato Zinedine se la rideva al cellulare, purtroppo per lui inquadrato dalle telecamere. Riuscite a immaginare la stessa scena con Buffon, Totti, Zanetti, Maldini? Neanche l’essere una bandiera, senza la protezione avvolgente delle istituzioni calcistiche, è mai stato il suo forte. Punti deboli che sono altrettanti ostacoli sulla strada del Zidane allenatore. Ai tifosi del Real non potrà bastare il filmato – che in queste ore sarà ripescato più volte dagli archivi – del suo splendido, superbo, infinito tiro al volo nella finale di Champions del 2002.

Adriano Scianca

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  1. Zidane, pur avendo indossato una maglia italiana nemica, resterá per sempre nel mio personale pantheon per quella testata a materazzi. Se l’avesse lasciato in terra in modo definitivo sarebbe diventato la mia divinitá, ma tutto non si può avere.

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