Roma, 26 dic – Il mandato di Donald Trump alla Casa Bianca ha riportato con sé un riflesso condizionato che l’Europa farebbe bene a prendere sul serio: quando Washington parla di “sicurezza”, spesso sta già ridefinendo i confini di ciò che considera legittimo. La Groenlandia è tornata improvvisamente al centro di questa logica. Non come curiosità geopolitica né come boutade elettorale, ma come tassello strategico di una visione che guarda all’Artico come al prossimo grande teatro di competizione globale.
La Groenlandia negli obiettivi USA
La nomina di Jeff Landry a inviato speciale per la Groenlandia e le parole esplicite di Trump – “dobbiamo averla per la sicurezza nazionale” – segnano un salto di qualità rispetto al passato. Non si parla più di interessi economici o di cooperazione militare rafforzata, ma di una pretesa diretta su un territorio che appartiene formalmente alla Danimarca e che gode di un ampio autogoverno. Il linguaggio utilizzato non lascia spazio a interpretazioni benevole: l’isola viene descritta come un asset necessario, non come un partner. È una differenza sostanziale, soprattutto quando a formularla è il presidente degli Stati Uniti. La reazione di Copenaghen è stata dura, così come quella del governo groenlandese, che ha ribadito il principio – ovvio ma evidentemente non scontato – secondo cui il futuro dell’isola spetta ai suoi abitanti e che l’integrità territoriale non è negoziabile. Eppure, al di là delle dichiarazioni formali, l’episodio mette a nudo una fragilità europea più profonda: l’illusione che l’alleanza atlantica garantisca automaticamente una convergenza di interessi. La Groenlandia dimostra l’opposto. Quando si entra in collisione, la solidarietà tra alleati diventa condizionata, selettiva, reversibile.
Un dossier aperto da un secolo
Dal punto di vista americano, il dossier groenlandese è tutt’altro che improvvisato. Gli Stati Uniti guardano all’isola da oltre un secolo, ne hanno tentato l’acquisto già nell’Ottocento e ne hanno assunto il controllo di fatto durante la Seconda guerra mondiale. Ancora oggi, la presenza militare statunitense è una componente essenziale dell’architettura di difesa nel Nord Atlantico e dell’intero sistema di allerta missilistica. La novità non è l’interesse, ma il modo in cui viene esibito: esplicito, muscolare, slegato dal linguaggio diplomatico tradizionale. Il contesto globale spiega questa accelerazione. L’Artico non è più una periferia ghiacciata, ma uno spazio strategico in rapida trasformazione. Il cambiamento climatico apre nuove rotte marittime, riduce le barriere naturali e rende accessibili risorse finora impraticabili. Controllare la Groenlandia significa presidiare un crocevia tra Nord America, Europa e Asia, monitorare i movimenti russi e cinesi nell’Artico e assicurarsi una posizione dominante sulle future linee di comunicazione e approvvigionamento. In questo quadro, il richiamo di Trump alla “sicurezza” non è retorico, ma strutturale.
Groenlandia e Ucraina a confronto
Il paragone tra Groenlandia e Ucraina diventa particolarmente istruttivo se si guarda al meccanismo politico e giuridico che sta alla base delle due vicende. In entrambi i casi, una grande potenza giustifica le proprie pretese territoriali o di controllo appellandosi alla sicurezza nazionale, elevata a criterio superiore rispetto alla sovranità altrui e all’ordine internazionale esistente. È la stessa logica che Mosca ha utilizzato per legittimare l’“operazione speciale” contro Kyiv: l’idea che un territorio formalmente indipendente diventi inaccettabile se percepito come vulnerabilità strategica. Tuttavia, sul piano giuridico, i due casi divergono in modo significativo. L’Ucraina era coperta da impegni politici internazionali specifici, come il Memorandum di Budapest del 1994, che vincolava Russia, Stati Uniti e Regno Unito al rispetto della sua integrità territoriale in cambio della rinuncia all’arsenale nucleare; la violazione russa ha quindi rappresentato anche la rottura esplicita di un quadro di garanzie post-Guerra Fredda. Sulla Groenlandia, invece, non esistono patti multilaterali analoghi: la sua sovranità si fonda sul diritto internazionale generale, sull’ordinamento danese e su accordi di difesa che regolano la presenza militare statunitense senza attribuire diritti politici o territoriali a Washington. Ed è proprio qui che il parallelo diventa politicamente inquietante: se in Ucraina l’aggressione ha infranto impegni formali, nel caso groenlandese la pressione americana sfrutta le zone grigie dell’alleanza occidentale.
La Danimarca inserisce gli USA nelle minacce esterne
Quindi, ciò che rende la vicenda politicamente esplosiva – forse anche di più dell’Ucraina – è il fatto che la Groenlandia non è un territorio fuori dalle grandi alleanze, ma parte integrante dello spazio euro-atlantico. La Danimarca è un membro storico della NATO e dell’Unione Europea, e l’isola è coperta dai meccanismi di difesa collettiva europei. Quando Washington si spinge fino a evocare, anche solo implicitamente, la possibilità di forzare la mano, il messaggio che arriva a Bruxelles è brutalmente sincero: l’alleanza non è una garanzia ma uno strumento che può essere piegato agli interessi del più forte. Non sorprende, quindi, che le istituzioni europee abbiano reagito con una compattezza inusuale. Le dichiarazioni di Ursula von der Leyen e di diversi leader nazionali vanno lette come un tentativo di tracciare una linea rossa, riaffermando principi che l’Europa dà spesso per acquisiti ma che, nel nuovo clima internazionale, rischiano di diventare opachi. Ancora più significativo è il fatto che, per la prima volta, l’intelligence militare danese abbia incluso gli Stati Uniti nella valutazione delle potenziali minacce esterne. È un segnale politico forte, che certifica una perdita di fiducia difficilmente reversibile nel breve periodo.
Una questione di potenza
La domanda che potrebbe sorgere, ovvero “ma che ci importa?”, rischia di essere profondamente miope. Partiamo da una base: la sovranità non è mai un principio astratto, ma un rapporto di forza. Proprio per questo il caso groenlandese riguarda anche l’Italia. Non perché domani qualcuno “violerà il diritto internazionale”, ma perché mostra cosa accade quando uno Stato o un’area geopolitica non è abbastanza forte da rendere intoccabili i propri confini politici o non è abbastanza decisa del definire quello che è il “proprio” perimetro inviolabile di sicurezza. Trasliamo l’esempio: se un attore regionale come la Turchia arrivasse a sostenere che la Sicilia è strategicamente necessaria alla propria sicurezza nel Mediterraneo, la risposta italiana non potrebbe limitarsi a invocare principi, ma dipenderebbe interamente dal peso politico, militare e strategico dell’Italia e dell’Europa nel loro insieme. La Groenlandia dimostra esattamente questo: non che la sovranità sia sacra in senso assoluto, ma che viene rispettata solo quando è sostenuta da forza, coesione e capacità di difesa. Ignorare il caso artico significa accettare l’idea che l’Europa – e quindi anche l’Italia – possa essere trattata come spazio negoziabile, periferia strategica di decisioni prese altrove. Più che una questione di diritto, è una questione di potenza.
La Groenlandia come prova
Resta infine la variabile groenlandese. L’isola guarda da tempo a una possibile indipendenza dalla Danimarca, ma i sondaggi mostrano una netta opposizione all’annessione agli Stati Uniti. Questo dato smonta la narrazione secondo cui Washington agirebbe anche nell’interesse delle popolazioni locali. Al contrario, emerge una frattura evidente tra le aspirazioni di autogoverno e le logiche di potenza che vedono la Groenlandia come uno spazio da integrare, controllare, militarizzare. La questione groenlandese è quindi qualcosa di più di un contenzioso diplomatico. È un test per l’Europa e per la sua capacità di difendere la propria sovranità politica all’interno di un’alleanza sempre più asimmetrica. Se l’Unione Europea e i suoi Stati membri accetteranno che la sicurezza venga ridefinita unilateralmente da Washington, il precedente sarà destinato a pesare anche altrove. E quando le conseguenze si sposteranno più vicino al Mediterraneo, sarà troppo tardi per fingere che non ci riguardasse.
Sergio Filacchioni