Roma, 5 gen – Donald Trump ha parlato, e ha sviscerato in toto l’operazione dell’esercito statunitense che ha deposto Nicolas Maduro ed il sistema di potere in Venezuela. Analizziamo la conferenza stampa andata in onda ieri sera dalla sua residenza a Mar-a-Lago, in cui si è dilettato nel suo solito show, ma andando a smontare alcuni specifici punti che i suoi sostenitori d’oltremare – in Europa – andavano sostenendo da tempo.
Una squadra collaudata
Nel corso della conferenza, Trump è stato affiancato dal segretario di Stato, Marco Rubio, da quello alla Difesa, Pete Hegseth, e dal generale Dan Caine, Capo dello Stato Maggiore congiunto degli Stati Uniti. Un quartetto compatto, con i tre sottoposti che hanno tessuto le lodi del presidente degli Stati Uniti con una riverenza quasi aristocratica. Trump ha infatti dato l’impressione di considerare il tridente come le proprie armi personali, più che politiche. Il più elogiato, e anche quello che ha avuto il maggior spazio nel corso della conferenza, è stato Marco Rubio.
Il segretario di Stato americano è stato ufficialmente designato come supervisore della gestione provvisoria del Venezuela. Trump ha infatti messo bene in chiaro che “saremo noi ad occuparci del Paese“, e Rubio sarà colui a prendere le decisioni in materia amministrativa. Il generale Caine si è limitato a considerazioni tecniche, esponendo di fatto la relazione dello stato maggiore sull’operazione; Hegseth invece ha chiosato con posizioni più che altro retoriche e adulatorie verso Trump: “questo presidente ha dimostrato di essere in grado di dialogare con tutti. Ma guai a fare giochetti con lui“.
Le parole di Trump
Trump ha esordito definendo l’azione un “successo storico americano“. Nella sua tipica retorica esagerante, ha proseguito dicendo che “è stata una delle dimostrazioni più sorprendenti, efficaci e potenti della forza militare degli Stati Uniti nella storia. Abbiamo catturato Maduro nel cuore della notte… nessun’altra nazione poteva farlo. Le luci a Caracas erano quasi tutte spente a causa di una nostra specifica abilità”. Ma non solo: gli Stati Uniti gestiranno di fatto il Venezuela come un dominion.
Il presidente ha esplicitato un piano di gestione diretta del paese latinoamericano, a tempo indeterminato: “Gestiremo il paese fino a quando non potremo fare una transizione sicura, corretta e giudiziosa. Non abbiamo paura di mantenere gli stivali sul territorio venezuelano, abbiamo condotto un attacco devastante, ma se non bastasse non avremo remore a ripeterci”.
Chi guiderà il Venezuela
Supervisione americana tramite Rubio, e il pensiero è corso subito alla figura della leader dell’opposizione filoamericana, Corina Machado, premio Nobel per la Pace. Trump però è stato attendista: il governo venezuelano, esclusa la figura di Maduro, è ancora tutto lì. “Stiamo ancora valutando se la leader dell’opposizione potrà guidare il Venezuela” – ha affermato con riserva Trump – “siamo in dialoghi di trattativa con la vicepresidente, Delcy Rodriguez. Abbiamo in mente una ricostruzione per far vivere i venezuelani in pace e far tornare gli oppositori di Maduro, rendendo Caracas una terra ricca di investimenti“.
Il ritorno della già sentita proposta della Riviera Gaza, secondo cui il paese conquistato dagli Usa verrà reso un parco giochi per investitori americani. Proprio sull’oro nero si è incentrato il commento al futuro economico del Paese, che Trump renderà un paradiso per le compagnie petrolifere. Come se il Venezuela gli avesse sottratto qualcosa: “ci riprenderemo i pozzi di petrolio“, ha affermato.
La Dottrina Monroe come arma imperiale
Proprio come nel caso della Guerra al Terrorismo di georgebushiana memoria, la scusa dell’azione però è stata altra. “Il cartello che Maduro ha guidato esportava negli Stati Uniti droghe illegali. Ha portato morte per centinaia di migliaia di americani” – ha tuonato Trump. Il presidente “antisistema”, secondo qualcuno avrebbe reso gli Stati Uniti una potenza regionale relegata allo scenario americano continentale. The Donald è stato il primo dopo decenni a rimettere in pratica così aggressivamente la “dottrina Monroe“. Trump l’ha citata esplicitamente in conferenza stampa. “La dottrina Monroe è un pilastro della Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti. L’America First si basa sulla sovranità assoluta e non negoziabile degli Usa sulla regione“. Il dominio dell’energia americano passa dal controllo delle colonie Usa.
Trump è il presidente del sistema
Trump non è mai stato isolazionista. L’omicidio Solemaini, gli attacchi ai centri di sviluppo nucleari dell’Iran, l’appoggio diretto a Israele, e infine questa operazione lampo sono testimonianze di due cose: la prima è l’assoluta e impareggiabile potenza militare degli Stati Uniti. Qualcuno si offenderà, tacciando di atlantismo chi smonta con i fatti fantasie multipolari e false speranze di decadenza a stelle e strisce: se ragioniamo nell’ottica degli imperi, quello yankee è al massimo nella sua fase matura. Altro che tramonto. La seconda, è l’assoluta coerenza, nei momenti topici, delle politiche estere dei vari presidenti. Togliamo il nome Trump e chiamiamolo “Obama” o “Bush”, e avremmo coloro che esultavano per la sua elezione – convinti di un accordo in quattro e quattr’otto su Ucraina, Gaza e altri scenari – sbavanti a condannare l’ennesima operazione di imperialismo americano.
Che è vero, è imperialismo da manuale: sembra però che, per i multipolaristi, la definizione cambi se a metterlo in atto sono i loro leader terzomondisti (a parole) e il presidente che, da isolazionista e anti-sistema, è diventato il più omologato degli omologati.
Patrizio Podestà