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La nemesi antifa: se il popolo deve fare da sé, allora l’onore di Salò è intoccabile

by Tony Fabrizio
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Salò

Roma, 5 gen – Ci voleva il Venezuela, ci voleva la fine ingloriosa di un narco-pseudocomunismo straccione e posticcio per costringere la sinistra italiana a gettare la maschera e, paradossalmente, a darci ragione. Non che per noi questo cambi qualcosa in merito a determina(n)ti capisaldi ideologici, ma con il rapimento – che politicamente corretto suona quale arresto – di Nicolás Maduro si consuma l’ennesimo cortocircuito del mondo progressista.

Gli antifa riscoprono Salò?

Per anni ci hanno ammorbato con la litania del “dovere dell’ingerenza”, con i diritti umani usati come clave per abbattere chiunque non si piegasse ai diktat ora di Washington, ora di Bruxelles, più di qualcuno aveva sperato anche in quelli di Mosca e oggi per difendere il (finto)compagno Maduro i nipotini che metterebbero in imbarazzo persino nonno Marx, dopo aver fatto le prove generali nelle piazze italiane e sulle vetrine dei commercianti italiani al grido di “free Palestina”, riscoprono improvvisamente il valore sacro dei confini e dell’autodeterminazione dei popoli. “Dal dittatore si sarebbe dovuto liberare il popolo venezuelano” è il leitmotiv che oggi si propaga dai loro attici del centro città fino ai salotti televisivi, sempre più succedanei di sezioni di partito e facenti funzioni di democratico Parlamento, ed è qui che scatta la nemesi. Il cortocircuito. È qui che il cerchio si chiude. Se questo principio è sacro, se l’intervento straniero è un’onta che squalifica ogni liberazione, allora abbiamo vinto noi. O, se preferiscono, hanno perso loro.

Il mito della “liberazione”

Da ottant’anni raccontano la (falsa) storia che l’Italia è nata dai fiori stesi a mo’ di tappeto ai carri armati degli occupanti, hanno chiamato e ancora chiamano “liberazione” quella che fu a tutti gli effetti un’invasione straniera orchestrata da chi voleva trasformare il Mediterraneo in un lago americano e con la resa incondizionata spacciata per armistizio le cui clausole sono ancora oggi secretate hanno finito per trasformare la Nazione più bella del mondo, una delle più forti e la Civiltà per eccellenza in una porterei del mare nostrum, trovando e facendo trovare così l’America in Italia. Se, però, oggi la sinistra afferma anche giustamente che un popolo deve fare da solo, allora sta ammettendo ciò che noi abbiamo sempre saputo ovvero che chi nel 1943 scelse la trincea della Repubblica Sociale Italiana non stava certo, come loro hanno sempre professato, dalla parte del “torto”, ma dalla parte dell’Onore. Stava difendendo il suolo della Patria dal calpestìo dello straniero, dagli yankee che portavano chewing-gum e bombardamenti a tappeto sulle nostre città. Seguendo la logica dei compagni di oggi, possiamo pretendere che anche loro dovranno ammettere che la Resistenza di Salò non è stata un’appendice della guerra tedesca, ma l’unico, autentico atto di sovranismo italiano contro l’imperialismo “alleato, anzi anglo-americano.

L’ingerenza americana del ’45

Se, dunque, il popolo deve liberarsi da sé, allora i banditi col fazzoletto rosso in gola che hanno accolto lo straniero in casa propria sono (stati) dei collaborazionisti, mentre chi lo ha combattuto – pur sapendo di perdere sul campo, ma certamente non incassando la sconfitta dalla storia come ha detto ultimamente Qualcuno – è il solo ad aver mantenuto alta la dignità nazionale. Gli odiatori del Fascismo hanno così, di fatto, legittimato i leoni della Folgore, i reparti della Decima, gli eroi della Nembo, i combattenti del Barbarigo e tutti i giovanissimi che non vollero voltare le spalle alla bandiera quando il Re badogliano fuggiva a Brindisi. Se l’ingerenza americana è un male in Sudamerica nel XXI secolo, perché mai avrebbe dovuto essere un bene nelle nostre piazze nel 1945? L’antifascismo militante è caduto in un cortocircuito logico che ne decreta la morte intellettuale. Per salvare un regime lontano hanno sacrificato il loro mito fondativo. Hanno ammesso – magari senza rendersene conto e, se sì, invece, è ancora peggio (per loro) – che la sovranità nazionale è il bene supremo, superiore persino alla forma politica di chi governa.

Salò non fu il male allora

Noi che non abbiamo mai cambiato idea e che per questa idea abbiamo mangiato il pane amaro dell’esilio in Patria, oggi sorridiamo. Vedere i paladini dell’antifascismo militante utilizzare gli stessi argomenti di chi difendeva i confini della RSI è la vittoria postuma di una generazione che non si è mai arresa e che cent’anni dopo è ancora presente. Non serve la riabilitazione della storia, quella che non ha sconfitto proprio nessuno, né il disincanto del tempo; ci ha già pensato la pochezza antifa che ha finto di combattere un regime per poter instaurare quello a che loro avrebbero desiderato, ma è solo finita a recitare la parte degli acccoglioni del nuovo padrone. Dopo la vicenda venezuelana sarà più chiaro persino a loro: Salò non fu il “male”, ma solo la risposta più degna e amorevole di chi non voleva diventare una colonia. E oggi la storia, persino quella riscritta, ci dà (ancora) ragione.

Tony Fabrizio

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