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Vannacci, Renzi e la solita “nuova destra”: quando la funzione conta più delle idee

by La Redazione
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Vannacci

Roma, 4 feb – L’uscita di Roberto Vannacci dalla Lega e l’avvio pieno di Futuro Nazionale aprono una fase nuova negli equilibri della destra italiana. La reazione immediata, però, racconta qualcosa che va oltre il destino di un singolo soggetto politico. Prima ancora che struttura, classe dirigente e radicamento vengano messi alla prova, il fenomeno viene già trattato come un attore con un peso definito e con una funzione precisa dentro lo schema complessivo. Questo passaggio merita attenzione.

Renzi spiega per filo e per segno il ruolo di Vannacci

A renderlo esplicito è il post pubblicato da Matteo Renzi, in cui il leader di Italia Viva ragiona in termini puramente elettorali: l’emergere di una destra più radicale organizzata in modo autonomo sottrae voti decisivi a Meloni e Salvini; con un centrosinistra unito, questo spostamento può cambiare il risultato finale. È una lettura fredda, aritmetica, che colloca il fenomeno Vannacci dentro una logica di redistribuzione del consenso prima ancora di discuterne contenuti e linea politica. Questo schema richiama un copione già visto. Lo stesso racconto aveva accompagnato il Salvini “populista” e la Meloni “d’opposizione”: ogni volta una “nuova destra” veniva descritta come espressione di un elettorato di rottura, destinato a incidere sugli equilibri del campo conservatore più che a trasformare davvero il sistema. La costante non sta nei protagonisti, ma nella funzione attribuita dall’esterno a quel segmento politico.

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L’area di Vannacci esiste come esisteva nel 2018

Qui si colloca la diffidenza. L’area sociale che guarda a Vannacci esiste davvero, come esisteva quella che guardava a Salvini nel 2018 o a Meloni quando stava all’opposizione. È un elettorato che pone temi di sovranità, sicurezza, identità, critica al progressismo culturale. Il punto decisivo riguarda la traduzione politica di quella domanda. Quando un fenomeno nasce e viene subito incasellato dentro una funzione utile alla geometria del consenso, il problema diventa strategico. La questione riguarda quindi le dinamiche, non le etichette. Nella storia recente, molte spinte presentate come rottura sono state rapidamente rese compatibili con logiche di sistema che non coincidono con l’interesse nazionale. Questo passaggio avviene quando un soggetto produce effetti politici che risultano perfettamente integrabili negli equilibri che dice di voler contestare. È su questo terreno che si gioca la partita. Una destra frammentata facilita la strategia di un centrosinistra che fatica ad allargare il proprio consenso ma può vincere per sottrazione. La narrazione che accredita Futuro Nazionale come soggetto già definito, già pesato tra il 2,5-5%, già dotato di una funzione parte proprio da qui.

Vannacci rafforza o indebolisce il suo campo?

La domanda politica, per l’elettorato di destra, diventa essenziale: quella richiesta di sovranità e identità trova una forma che rafforza il campo nel suo complesso oppure una configurazione che, sul piano dei numeri, finisce per favorire gli equilibri che si vorrebbero cambiare? La risposta a questo interrogativo vale più di ogni slogan, perché riguarda la direzione che prende un consenso reale e il ruolo che finisce per svolgere dentro il sistema.

Vincenzo Monti

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