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Solo chi vota Sì vuole disarmare l’antifascismo

by La Redazione
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Roma, 04 feb – Solo tre giorni dopo la guerriglia urbana di Torino in difesa di Askatasuna, il centro sociale sgomberato, è cosa archiviata, appartiene al mese passato. D’altronde la pagina del calendario è stata girata e oggi la politica deve parlare e pensare alla propria pancia. L’agenda la detta ancora una volta il generalissimo. Roberto Vannacci ha fatto storcere più di qualche muso annunciando di aver fondato il proprio partito. Mentre tutti sono presi dal tifo pro e contro, obiettivi e microfoni sono stati dirottati su di lui direttamente dalla corsia d’ospedale dove la parte “onorevole” della politica era andata a far visita ai poliziotti feriti durante gli scontri, quando i poliziotti hanno appena guadagnato le dimissioni, ma sono ancora in convalescenza, il giudice per le indagini preliminari ha già deciso di rimettere in libertà due dei tre indagati.

Torino, due scarcerati su tre

Dei tre, due sono stati scarcerati. E per loro è stato disposto l’obbligo di firma. Erano accusati di resistenza a pubblico ufficiale. Mentre l’altro è stato, invece, posto agli arresti domiciliari. È considerato uno dei responsabili della brutale aggressione al poliziotto Alessandro Calista. Probabilmente emulo della maestra Salis nel prendere a martellate chi non è come loro.

II GIP ha ritenuto sussistenti gravi indizi per i reati di lesioni personali aggravate e violenza a pubblico ufficiale. Ma ha fatto cadere l’accusa di rapina, relativa allo scudo e alla maschera sottratti all’agente. Così, nonostante la procura abbia ipotizzato per i giovani un ruolo attivo nell’aggressione e in generale negli scontri, il giudice ha disposto che non vi fossero elementi sufficienti per giustificare la detenzione in carcere in attesa del processo. In quanto, a suo dire, mancano gli indizi per i gravi indizi per alcuni reati. Alla fine, sono dei bravi ragazzi perché incensurati – non dei criminali in erba come se, a parti invertite, i manifestanti sarebbero stati subito etichettati come picchiatori – e questo avrebbe portato il GIP a poter pensare che non può configurarsi la reiterazione del reato.

L’atto dovuto

Poiché, però, due indizi fanno una prova, è bastato anche dirsi “inorriditi” quanto basta dall’aggressione al poliziotto. E negando di aver partecipato allo scontro e (auto)qualificandosi come un manifestante pacifico. Creduti sulla parola. Pure se sei stato beccato in flagranza di reato.

Nessun atto dovuto stavolta. Quel famoso atto dovuto che, sempre più spesso, non esiste. Anzi, diventa la direzione che si vuole dare all’indagine. E che porta ad accusare le persone coinvolte, prima ancora di chiarire cosa sia successo. È in questo senso che l’impalcatura puramente ideologica del rifiuto della riforma della giustizia lascia il tempo che dura un qualsiasi segretario del Pd. È in questo clima di frustrazione sociale che il dibattito sul referendum sulla giustizia smette di essere una questione per addetti ai lavori. E diventa un’urgenza popolare. Scegliere il “Sì” alle urne non è più solo una scelta politica. Ma diventa un grido di esasperazione contro una magistratura che appare, agli occhi del cittadino comune, arroccata in una torre d’avorio procedurale.

Questo modo d’interpretare – che è il passaggio precedente a quello certo di assolvere – le leggi da parte di una certa magistratura che fa pendere solo da una parte il piatto della bilancia. Sempre più simile a una rete dalle larghe maglie da cui è facile scappare, trasforma il concetto di giustizia in una lotteria dove l’unica a perdere è la comunità.

Il significato del “sì” al referendum

Scegliere di votare Sì” al referendum, allora, rappresenta il tentativo di riportare la magistratura entro binari di maggiore trasparenza. Evicinanza al sentimento di giustizia della Nazione.
Se i soliti noti che distruggono, aggrediscono e devastano possono contare su una maglia così larga della rete giudiziaria, allora il patto tra Stato e cittadini è rotto.

La “mano di piuma” dei togati di Torino è la prova regina del fatto che il sistema attuale è ingessato, incapace di distinguere tra il diritto alla difesa e la capitolazione di fronte alla violenza. Il sistema è definitivamente rotto. Il “Sì” al referendum è il solo modo di tronare a cucire quel rapporto di fiducia che lega la giustizia alla sua Nazione. Non è un attacco all’indipendenza dei giudici. Ma un atto di difesa verso una società che non può più permettersi il lusso di essere ostaggio di interpretazioni eccessivamente benevole.

Torino, come l’Italia intera, merita giustizia. Non più scuse procedurali e l’antifascismo, quello con il martello, dei togati e dei militanti, dalla Salis ai compagni dell’Askatasuna, va urgentemente, necessariamente, improcrastinabilmente disarmato.

Tony Fabrizio

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