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Il Pd che usa Acca Larenzia per il referendum: il doppio errore che fa scoppiare il caos al Nazareno

by Tony Fabrizio
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Acca Larenzia

Roma, 5 febbraio – C’è un limite che separa la dialettica politica dal sacrilegio, e il Partito Democratico lo appena valicato con l’ultima trovata elettorale di chi non ha più nulla da dire agli italiani. Utilizzare l’immagine di Acca Larenzia — luogo di martirio, di memoria e di sacro silenzio per un’intera comunità umana e politica — come sfondo per un’effimera propaganda referendaria, non è solo un errore di comunicazione, ma pura profanazione.

La confusione della profanazione

Per chi crede nelle radici profonde di chi questa Nazione la forgiata col sangue e con l’estremo sacrificio, quello più alto, Acca Larentia non è uno sterile set fotografico per grafiche da social media. È il luogo dove il sangue di giovani italiani è stato versato in nome di un ideale, in anni in cui l’odio politico, alimentato proprio da certe cattive maestre della sinistra, armava le mani degli assassini. È il luogo dove chi è andato avanti, offrendo l’esempio di dignità e silenzio, dove chi ha reso sacra e immortale la propria Idea torna a essere presente. Usare quel simbolo per una battaglia burocratica o elettorale è un atto di sciacallaggio estetico che porta solo a qualificare chi lo ha ideato per ciò che è. Niente di più. Il PD, ormai privo di un’identità che non sia il riflesso speculare e livoroso dei suoi avversari, ha cercato la provocazione. Ma la provocazione richiede intelligenza; qui abbiamo visto solo l’ignoranza del sacro, la prova provata della scomparsa dell’intelligenza, la pneumatica assenza di ogni dignità e rispetto. Hanno preso un simbolo di appartenenza e lo hanno gettato nel tritacarne del marketing progressista. Hanno tentato di trasformare un luogo di memoria in uno spauracchio elettorale, ottenendo solo di mostrare quanto siano ossessionati da un passato che non riescono a superare, un passato che vogliono cancellare, ma che serve soprattutto a loro per creare un presente per sperare di assicurarsi un futuro.

Il Pd che insorge contro la sua stessa comunicazione

In questo teatro dell’assurdo, le dichiarazioni di Pina Picierno suonano come l’ultima ammissione di colpa. Le sue critiche interne, il suo smarcarsi da una scelta che ha definito lei stessa “sbagliata” e “incomprensibile”, non sono un atto di onestà intellettuale, ma la conferma del caos che regna al Nazareno. Le fa eco l’ex deputata pdina e fautrice della separazione delle carriere, Paola Concia, che ricorda quando, nel 2016, persino Elly Schlein votò come CasaPound contro la riforma Renzi, ma allora nessuno le diede della fascista, non mandando certo a intendere tutta la mancanza di spessore e di incidenza del maggior partito di opposizione. Quando persino le figure di vertice, che hanno contribuito a fondare quel partito, ormai sempre più solo un participio passato, ammettono che la propria comunicazione è offensiva o strategicamente suicida significa che il PD non è più una forza politica, ma poco meno di un’assemblea condominiale in preda a una crisi di nervi.
La Picierno ha tentato di salvare il salvabile, ma le sue parole hanno solo evidenziato la verità: il PD odia talmente tanto l’identità nazionale da non riuscire nemmeno a maneggiarne i simboli senza bruciarsi le mani. Criticare il proprio partito per aver usato quell’immagine significa ammettere che quella foto “scotta”, che quel luogo incute ancora un timore reverenziale che la sinistra non sa come gestire se non attraverso il fango e, come tutte le ultime “genialate”, dal referendum contro le politiche del lavoro che loro stessi aveva introdotto che (mal) mascherava il regalo della concessione della cittadinanza agli stranieri passando per la fiera del libro di Roma fino alla bufala a cui ormai credono solo loro di Bella ciao starnazzata alla Camera come antidoto all’ingresso dei fascisti, ottengono l’effetto contrario. Una vera zappata sui piedi per loro e tanti consensi per la fazione avversa(ta). Un capolavoro sotto tutti i punti di vista: politico, propagandistico e comunicativo.

Il valore del rispetto

Acca Larenzia, se lo scrivano con i gessetti colorati o con le mani ancora sporche di sangue, appartiene alla Storia e al dolore delle famiglie! Non appartiene nel modo più assoluto ai grafici del Pd né alle loro beghe referendarie da bottega. Mentre loro litigano internamente, tra una gaffe della segreteria e un’autocritica della Picerno, noi riaffermiamo un concetto semplice: il Sacro non si tocca. L’Italia non ha bisogno di partiti che usano i martiri come “asset” pubblicitari. Ha bisogno di rispetto per chi è caduto e di una politica che sappia guardare al futuro senza calpestare i fiori deposti sul marmo della memoria. Certo, è difficile capire per chi non ha un culto della morte, dei morti e probabilmente difetta anche nel trovare tra le proprie fila un uomo che disposto a correre dei rischi per le proprie idee pur dimostrare il proprio valore. Inizino dalle idee, se ne hanno. O prendano consapevolezza che una forza extraparlamentare che loro tanto odiano detta l’agenda politica ai parlamentari e incide sul quesito referendario proposto dal governo da provocare emorragie di bile, fiume di più dello stesso referendum.

Il Pd riparta da Acca Larenzia

Il Pd guardi pure ad Acca Larenzia per certificare innanzitutto il fallimento del cancella culture, per trovare l’essenza vera di quella democrazia a cui hanno dedicato il nome del loro partito, di cui evidentemente ignorano il significato primordiale, al pari di come non ancora capito la Costituzione che rivendicano antifascista e che antifascista non è. Non basta la volontà di riscrivere la storia a proprio piacimento per reinterpretarne fonti ed eventi e cambiarne il significato. Come Acca Larenzia che è il sacrario dell’Idea, una sezione martire, ma mai vittima delle strumentalizzazioni da parte di chi dovrebbe sciacquare ancora quel sangue sull’asfalto, sulle scale, sul piazzale prima di pulirsi la bocca a cui dà solo aria ogni volta che tenta di infangare il ricordo. Acca Larenzia è un grido ancora vivo, dopo oltre mezzo secolo e non diventerà mai un grido interessato di disperazione da parte di un Pd sempre più morente.

Tony Fabrizio

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