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Referendum giustizia, perchè la vittoria del Sì significherebbe una svolta storica

by La Redazione
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ordinanze antifasciste, giustizia

Roma, 6 feb – Il 22 e 23 marzo 2026 vi sarà uno scontro frontale tra i vertici dell’Associazione Nazionale Magistrati e il Governo Meloni? Questo per una stampa pigra che adesso ignora quanto sia presente anche nella magistratura una voce favorevole al Sì (come Andrea Mirenda, consigliere togato del Consiglio Superiore della Magistratura), quanto sia stato in passato e sia ancora in buona parte trasversale politicamente il Sì. Ma soprattutto – se ci è concesso – quanto sia da sempre stata quella della separazione delle carriere una battaglia storica degli avvocati penalisti italiani. E non solo, basti leggere i comunicati delle Camere Penali e del Cnf.

Rischi e bilanciamenti

Stendiamo un velo pietoso sui riferimenti a Licio Gelli e ricordiamo che anche la riduzione del numero dei parlamentari era nel suo programma. In tutte le democrazie consolidate in Europa e nel mondo giudici e pubblici ministeri dipendono da organizzazioni distinte, per cui è addirittura grottesco che chi sostiene il No, lo faccia perché teme svolte autoritarie. Il rischio paventato al contrario, cioè di rendere quella dei Pm una casta autoreferenziale di super-poliziotti requirenti, ma di converso, ancora più specializzata sull’aspetto investigativo, sarebbe comunque bilanciata dalle garanzie processuali e dalla terzietà del giudice.

Referendum Giustizia: due carriere distinte

L’accusa abnorme che la riforma possa minare l’indipendenza della magistratura (Luigi Salvato, ex procuratore generale della Corte di Cassazione, in un articolo pubblicato su La Verità WEB definisce “slogan fasullo”), se davvero fosse proposta in un ipotetico processo alle norme, non sarebbe sostenibile davanti a nessun giudice. Perché la riforma interviene solo per dire che l’ordine giudiziario è composto da due carriere distinte.

I pm continueranno ad essere indipendenti dal potere esecutivo. Non vi è alcuna abrogazione dell’obbligatorietà dell’azione penale. Il tema è un altro. Ossia un profondo cambiamento nel meccanismo di autogoverno delle toghe, sull’architettura interna della magistratura. Due Csm e un’Alta Corte disciplinare che cristallizzano quella separazione effettiva mai raggiunta. Ma soprattutto la fine di un sistema elettivo negli organi di autogoverno che tende a spingere una certa magistratura a concepirsi come “soggetto politico” che controlla e dirige carriere, trasferimenti e procedimenti disciplinari. Non vi è dubbio che l’indebolimento della cooptazione interna toglierebbe potere alla magistratura come soggetto politico, ma non come ordine che possiede il potere giudiziario.

La separazione delle carriere

La separazione delle carriere nella magistratura è un novum per un sistema processual-penalistico che fino al 1989 ha avuto ispirazione dal modello inquisitorio. L’unico Csm del 1948 era ovviamente concepito in quel vecchio modello ereditato dal ministro Dino Grandi: nell’edificazione dello Stato totalitario occorreva restringere la dimensione montesqueiana della separazione dei poteri. E quindi, assai di più, non aveva senso mantenere una distinzione tra Pm e Giudice, lo stesso Giudice era istruttore e lo Stato aveva dunque un’unica forma che si sostanziava e quasi identificava nell’Accusa e nel Giudizio.

Dopo il 1945, davanti ad un potere giudiziario tornato fortemente autonomo (perché si temeva che potesse essere usato dal governo di turno contro gli oppositori) agli occhi dei costituenti serviva un contrappeso per i parlamentari ed infatti era previsto che il Parlamento dovesse autorizzare sia l’inizio di indagini su un membro di un Camera sia il suo arresto in attuazione di una condanna definitiva. 

Il conflitto di poteri

Il populismo giustizialista che con “Mani Pulite” generò una sfiducia totale verso la “politica” in senso lato – e del quale per onestà intellettuale moltissimi furono allora vittime o opportunisti – ha prodotto quel conflitto di poteri che da trenta anni non trova ancora una “pace” vera. Restava però, al netto dell’autonomia della magistratura, ancora il modello inquisitorio. Il nuovo codice di procedura penale ha superato questa impostazione per rendere compiuta la scelta del modello procedurale accusatorio.

In buona sostanza tutta la questione, al netto delle isterie di qualcuno e degli influencer a servizio, risiede nell’ambito di una coerenza tecnica di schemi che si sovrappongono. Un codice che sposa il modello accusatorio di parità tra le parti, formazione delle prove in dibattimento, terzietà del Giudice deve convivere con una struttura organizzativa della giustizia che renda effettivamente diversi Giudice e Pm. Diversi nelle carriere ma oseremo dire financo nella formazione, nei concorsi e da collocare in diversi edifici giudiziari.

Referendum Giustizia, il sorteggio dei magistrati

Il sorteggio dei magistrati che avranno il compito sia di giudicare i colleghi che di decidere sui loro avanzamenti e trasferimenti, non toglierà alcuna libertà alla magistratura. Ma potere politico all’Anm. Ovvero ad un’associazione privata (non un organo costituzionale) che fino ad ora ha potuto gestire, con logiche tutte sue, un organo davvero costituzionale come il Csm. Anzi, attenuare la forza delle correnti dell’Anm darà maggiore libertà ai singoli magistrati assai meno condizionati dal dover o meno militare in esse.

Questi sono gli aspetti tecnici più rilevanti ma ovviamente ve ne sono anche di politici e simbolici.

La costituzionalizzazione della Destra

Il navigato apparato pluritentacolare della sinistra italiana ha la necessità genetica di evocare sempre quella che fu la conventio ad escludendum nei confronti degli avversari missini. Poi per motivi diversi leghisti ed infine ancora per altri motivi berlusconiani. La “destra” è un codice esemplificativo in cui si devono concentrare tutti i mali. E pertanto bisogna scongiurare quella che possiamo definire la costituzionalizzazione della Destra: se la Destra cambia la Costituzione, la riscrive, la corregge separando le carriere della magistratura (sarebbe ancora più “sacrilego” realizzare il premierato), una Costituzione vista come surrogato del Sacro, per cui Iota unum, è come se entrasse l’apostasia capitale nella immaginaria cittadella del “polo escluso”, come se sul Soglio di un presunto Papato potesse salire l’osceno, la vendetta blasfema del “male”. 

E’ evidente anche ai bambini che siamo nel campo della psichiatrìa, nel disagio paranoico e nelle ossessioni che solo come percolato emotivo trasudano in un discorso “politico”. Ma paradossalmente è proprio per questo motivo psico-patologico e nonostante tutto che la vittoria referendaria segnerebbe – ben oltre la sua portata oggettiva – una svolta storica molto più decisiva della vittoria politica post-missina del 2022.

Pietro Ferrari

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