Roma, 24 feb – Quattro anni dopo l’invasione russa su larga scala, la guerra in Ucraina è diventata la più lunga guerra tra Stati combattuta in Europa dal 1945. Un conflitto che non ha prodotto né il crollo di Kyiv né il trionfo strategico di Mosca, ma uno stallo sanguinoso che consuma uomini, risorse e prospettive. E mentre sul campo si combatte metro dopo metro, sul piano politico si gioca una partita ancora più delicata: chi deciderà i termini della pace?
Quattro anni di guerra all’Ucraina
Nel 2025 la Russia ha mantenuto l’iniziativa tattica su diversi settori del fronte. Ma i numeri raccontano una realtà meno trionfale di certa propaganda. In un anno intero, l’esercito russo ha conquistato meno dell’1% aggiuntivo del territorio ucraino. Progressi minimi, pagati a caro prezzo. Le stime parlano di circa 1,2 milioni di perdite russe tra morti e feriti dall’inizio del conflitto, con oltre 325.000 caduti. È un livello di sacrificio umano che supera di molte volte quello sostenuto da Mosca in tutti i conflitti dalla fine della Seconda guerra mondiale. Anche l’Ucraina ha subito perdite drammatiche, con quasi 180.000 militari tra caduti e dispersi e un numero enorme di vittime civili. La Russia non ha ottenuto gli obiettivi dichiarati all’inizio dell’invasione: né il controllo totale del Donbas né un cambio di regime a Kyiv. L’Ucraina, che doveva essere “neutralizzata”, si è invece avvicinata strutturalmente all’Occidente. L’allargamento della NATO a Finlandia e Svezia ha ampliato il confine diretto tra Alleanza e Russia. Se la guerra doveva fermare l’espansione occidentale, l’effetto è stato opposto. Eppure il Cremlino non appare prossimo al collasso. Ha dimostrato di poter sostenere uno sforzo bellico prolungato. Il fattore decisivo diventa il tempo: chi resisterà più a lungo?
Accordi di pace impantanati
I colloqui diplomatici restano impantanati su una questione centrale: i territori. Mosca chiede che l’Ucraina abbandoni formalmente la porzione di Donbas ancora sotto il suo controllo come condizione preliminare per un accordo. Kyiv propone un cessate il fuoco lungo le attuali linee del fronte, senza cessioni unilaterali. Dietro questa divergenza si nasconde il vero punto politico: le garanzie di sicurezza. Per Kyiv, qualsiasi pace senza protezione credibile sarebbe solo una tregua armata: dopo la violazione del Memorandum di Budapest del 1994 e il fallimento dei Protocolli di Minsk del 2014-2015, l’Ucraina ha compreso che una pace fondata solo su dichiarazioni di principio o su generiche “assicurazioni” è destinata a perire. Se per Mosca la presenza di truppe straniere sul territorio ucraino è inaccettabile, Francia e Regno Unito hanno evocato la possibilità di forze di peacekeeping, anche se senza un accordo complessivo l’ipotesi resta soltanto teorica. Intanto si sono moltiplicati i segnali di una possibile convergenza russo-americana che potrebbe ridisegnare l’assetto continentale senza un reale protagonismo europeo. È il rischio emerso nei mesi scorsi, con gli Stati Uniti e Donald Trump protagonisti di un riavvicinamento a Vladimir Putin in occasione dell’incontro tra i due presidenti in Alaska. Un vertice che ha alimentato i timori – anche tra i più moderati – di una stabilizzazione negoziata sopra la testa dell’Europa, con Kyiv chiamata a ratificare decisioni prese altrove.
Due economie a confronto
L’economia ucraina, già fragile prima della guerra, ha subito un crollo superiore al 30% nel 2022. Dopo una parziale ripresa, nel 2025 la crescita si è fermata all’1,8%. La carenza di manodopera dovuta alla mobilitazione e alle migrazioni, i danni alle infrastrutture energetiche e un raccolto agricolo in calo hanno aggravato la situazione. Il deficit commerciale è esploso: le importazioni hanno raggiunto circa 84,8 miliardi di dollari nel 2025, quasi il doppio delle esportazioni. Il debito pubblico ha superato i 200 miliardi di dollari, con una forte esposizione verso creditori esteri. Paradossalmente, è proprio il flusso di aiuti internazionali a tenere in piedi l’economia: la spesa pubblica finanziata dall’estero sostiene la domanda interna e impedisce il collasso. Ma la Russia, dovrà pagare un prezzo anche più alto sul lungo periodo: nel 2025 l’economia è rallentata all’1% e mentre le entrate da petrolio e gas si sono ridotte drasticamente, la spesa militare ha superato il 7% del PIL. Il complesso industriale della difesa mantiene in moto la produzione, ma alimenta inflazione e sottrae risorse ai settori civili. Inoltre, le sanzioni occidentali e il progressivo sganciamento dai mercati europei hanno spinto Mosca nell’orbita economica dalla Cina. Pechino è diventata il principale sbocco energetico, fornitore tecnologico e partner finanziario della Federazione Russa, in un rapporto asimmetrico: la recente sospensione degli acquisti di petrolio russo da parte di alcune grandi compagnie statali cinesi, a seguito delle pressioni legate al regime sanzionatorio occidentale, ha mostrato quanto questa interdipendenza sia in realtà squilibrata. Pechino tutela prioritariamente la propria stabilità finanziaria e l’accesso ai mercati globali; Mosca, priva di alternative equivalenti, deve adeguarsi.
L’Unione Europea regge Kyiv
A quattro anni dall’inizio del conflitto, l’Unione Europea si è affermata come il principale pilastro finanziario dell’Ucraina: i contributi impegnati fino al 2027 superano i 120 miliardi di euro, con circa 78 miliardi già erogati, mentre gli Stati Uniti hanno versato oltre 47 miliardi a sostegno del bilancio ucraino ma, dal 2025, il sostegno diretto americano si è ridotto, ampliando ulteriormente il peso europeo. Anche sul piano militare il 2025 ha segnato una svolta: pur con un volume complessivo inferiore rispetto agli anni precedenti, gli aiuti europei hanno superato quelli statunitensi, consolidando il ruolo del continente come principale garante della tenuta di Kyiv. Parallelamente, l’industria bellica ucraina è cresciuta in modo esponenziale, passando da una produzione di circa un miliardo di dollari nel 2022 a circa 12 miliardi nel 2025, anche se una parte significativa del potenziale resta inutilizzata per carenza di fondi. L’Ucraina non è più soltanto un teatro di guerra, ma un laboratorio industriale e tecnologico in cui si sperimentano nuovi modelli di produzione militare, cooperazione e procurement. In questo contesto, l’adesione all’Unione Europea emerge come snodo politico-strategico decisivo: l’ipotesi di una data simbolica – 1° gennaio 2027 – è circolata come elemento di una possibile architettura di pace, e per Kyiv l’ingresso nell’UE rappresenterebbe una garanzia strutturale alternativa alla NATO, capace di ancorare definitivamente il Paese allo spazio europeo.
L’Ucraina e il nuovo ordine europeo
Nonostante il disfattismo di certa propaganda filo-russa — che negli ultimi anni ha trovato sorprendenti punti di contatto con settori politici no-riarmo e no-UE — la guerra non è “vinta dalla Russia”. Ripeterlo non è un atto di fede atlantica, ma un dato di fatto. Mosca non ha raggiunto i propri obiettivi strategici iniziali, Kyiv non è crollata né militarmente né politicamente. La narrazione di una Russia inarrestabile, o che addirittura “morde il freno”, serve soltanto a condizionare le opinioni pubbliche europee, già di per sè disabituate a capire la potenza e scioccate dal ritorno del termine “guerra” nei vocabolari politici. Ma il punto che si evita accuratamente è un altro. Se il futuro dell’Ucraina verrà deciso da un’intesa tra grandi potenze esterne — magari confezionata come compromesso “realista” — l’Europa avrà certificato la propria subordinazione storica in nome del buon senso. Se invece saprà assumersi la responsabilità politica di incidere sui termini della pace e dell’integrazione di Kyiv nello spazio europeo, questa crisi potrà diventare un punto di svolta. Il conflitto ha già trasformato di fatto il continente: riarmo, ridefinizione energetica, centralità del fianco orientale, accelerazione del dibattito sull’autonomia strategica. Sono processi storicamente rilevanti che devono essere affrontati con maturità. Perché dopo quattro anni di guerra la domanda decisiva non è solo chi stia avanzando di qualche chilometro in più sul terreno. È chi avrà la forza politica, industriale e strategica di scrivere l’ordine europeo che verrà.
Sergio Filacchioni