Roma, 1 apr – “Non vi sono nazioni, non vi sono popoli… esiste soltanto un unico sistema di sistemi”. Il monologo di Arthur Jensen in Quinto Potere (1976) non mette semplicemente in scena la hybris del capitalismo finanziario, ma qualcosa di più preciso e radicale. In quelle parole c’è la descrizione di un potere economico che si impone sulla politica, ma soprattutto la formulazione, quasi teologica, di un mondo in cui la storia smette di essere il campo dell’azione umana per diventare un processo da amministrare. Quando Jensen liquida nazioni, ideologie e conflitti come residui del passato e, allo stesso tempo, promette un ordine futuro “senza guerra né fame né oppressione”, una società perfettamente integrata in cui ogni bisogno è soddisfatto e ogni angoscia neutralizzata, non sta semplicemente anticipando l’odierna evoluzione del capitalismo: sta delineando un orizzonte in cui il conflitto storico viene riassorbito dentro un equilibrio definitivo. È qui che il suo discorso smette di essere una provocazione cinematografica e diventa qualcosa di più profondo. L’espressione estrema di una tendenza lunga, interna alla civiltà occidentale, che ha progressivamente interpretato la storia non come destino da vivere, ma come problema da risolvere. Per comprenderla davvero, però, bisogna uscire dalla scena e tornare a chi – negli stessi anni in cui usciva il film di Lumet – stava già portando fino in fondo quella stessa intuizione.
Dal cinema alla cultura: la fine della storia secondo Locchi
Ci sono testi che invecchiano in pochi anni e testi che, al contrario, sembrano scritti per essere capiti davvero solo dopo decenni. “La Storia”, pubblicato da Giorgio Locchi nel 1975 su Nouvelle École, appartiene alla seconda categoria. Non perché contenga profezie facili, né perché anticipi meccanicamente il nostro presente, ma perché individua una struttura profonda della modernità occidentale che oggi, dopo mezzo secolo, si mostra con una chiarezza quasi brutale. Locchi non si limita a interrogarsi sul “senso della storia” in termini filosofici generici. Fa qualcosa di più pericoloso: riduce la moltitudine apparente delle interpretazioni storiche a due forme fondamentali, “due tipi di base profondamente antagonisti e contraddittori”, e mostra che dietro le grandi parole dell’Occidente contemporaneo si muove un’unica volontà: portare la storia alla propria fine. Il punto di partenza è già decisivo. Locchi chiarisce subito che per “storia” non bisogna intendere genericamente il mutamento, l’evoluzione, la successione dei fatti. La storia, in senso proprio, riguarda solo l’uomo. L’universo fisico muta configurazione, la vita evolve, ma non hanno storia nel senso pieno del termine. “La storia è il divenire dell’uomo (e dell’uomo soltanto) in quanto tale: soltanto l’uomo diviene storicamente”. Questa formulazione, apparentemente astratta, è in realtà una dichiarazione di guerra contro ogni riduzione naturalistica o economicistica. Se la storia è solo umana, allora chiedersi il suo senso significa chiedersi se abbia senso l’uomo stesso, e se la sua partecipazione al divenire storico sia oppure no un atteggiamento razionale. La questione non è dunque cronologica, ma antropologica. E da qui Locchi arriva immediatamente al punto che interessa ancora di più: il nostro tempo non si limita a discutere la storia, la mette sotto accusa.
Genealogia della fine della storia
La storia oggi è “messa in stato d’accusa da ogni parte”, scrive, e la sua formula conserva intatta tutta la propria forza. Perchè non è una critica parziale, non è una revisione di alcuni modelli di sviluppo, non è il rifiuto di una certa idea di progresso. È una condanna totale, “senza possibilità d’appello”. Alla storia si imputa di essere la conseguenza dell’alienazione dell’umanità; si invoca, si propone, si progetta la sua fine; si predica il ritorno a una sorta di stato di natura arricchito, la cessazione dell’accrescimento, la risoluzione delle tensioni, il rientro in un equilibrio tranquillo e sereno, in una felicità modesta ma garantita per tutte le specie viventi. Basta leggere queste righe – o rivedere Quinto Potere – per capire che non siamo affatto davanti a una curiosità teorica degli anni Settanta. E c’è di più. Dentro questa diagnosi c’è già la grammatica profonda di molta parte del presente: l’ossessione per la neutralizzazione dei conflitti, la sacralizzazione dell’equilibrio, la diffidenza verso ogni grandezza storica, l’idea che il compito della politica consista non nel dare forma al divenire ma nel amministrarne lo spegnimento. Qui Locchi introduce una delle sue tesi decisive: l’idea della fine della storia, che spesso viene scambiata per una intuizione tipicamente moderna, è in realtà il compimento logico di una corrente di pensiero lunga almeno duemila anni. Questa corrente è l’egalitarismo. Non un’opinione fra le altre, non una piattaforma politica contingente, ma una volontà profonda, prima istintiva e quasi cieca, poi progressivamente sempre più consapevole di sé e del proprio obiettivo. E questo obiettivo finale coincide appunto con “la fine della storia, l’uscita dalla storia”. È su questo punto che il saggio di Locchi smette di essere una discussione sulla filosofia della storia in generale e diventa uno strumento di lettura del mondo occidentale.
L’egalitarismo: dal cristianesimo alle ideologie moderne
Per spiegare il percorso dell’egalitarismo, Locchi ne distingue tre grandi momenti successivi. Il primo è quello del mito, che corrisponde alla nascita e allo sviluppo del cristianesimo. Il secondo è quello dell’ideologia, che si afferma con la progressiva rottura dei contenuti unitari del mito e con la nascita delle diverse teologie, chiese, dottrine politiche, fino alle ideologie delle rivoluzioni americana e francese. Il terzo, infine, è quello del concetto sintetico che si proclama scientifico: è il passaggio al marxismo e ai suoi derivati. Qui bisogna evitare l’equivoco più banale. Quando Locchi parla di “mito” non sta usando il termine in senso denigratorio. Lo dice espressamente: il mito è un discorso che, sviluppandosi, crea simultaneamente il proprio linguaggio, attribuisce alle parole un nuovo significato e fa appello, attraverso i simboli, all’immaginazione di coloro cui si rivolge. I suoi elementi strutturali, i “mitemi”, costituiscono inizialmente una unità di opposti ancora non separati. Solo nel corso dello sviluppo storico questa unità si rompe, facendo nascere ideologie concorrenti. È una dinamica fondamentale, perché consente a Locchi di sostenere che cristianesimo, ideologie moderne e marxismo non sono mondi diversi, ma successive prese di coscienza di una stessa volontà. La formula con cui lo dice è di una chiarezza chirurgica: “mito egualitario, ideologie e pretesa scienza esprimono dunque, per così dire, livelli successivi di coscienza della stessa volontà”. Cambiano le forme, i linguaggi, le giustificazioni, ma la struttura resta identica. E resta identica anche la concezione della storia che da essa deriva. In ogni sua forma, la visione egalitaria della storia è una visione escatologica. Attribuisce alla storia un valore negativo e le riconosce un senso soltanto nella misura in cui il movimento storico tende, con il proprio stesso movimento, alla propria negazione e alla propria fine. Qui sta il vero cuore polemico del testo. Per l’egalitarismo la storia non è un bene, non è il luogo della pienezza umana, non è il teatro della libertà. È un incidente, una parentesi, una caduta da espiare e da chiudere.
La visione cristiana della storia
Per mostrare la portata di questa struttura, Locchi ricostruisce anzitutto la differenza tra la visione antica e quella cristiana della storia. Il paganesimo antico oscillava fra due immagini: da un lato la visione ciclica, quella per cui si ha l’eterna ripetizione di istanti, fasi o periodi, riassumibile nella formula nihil sub sole novi; dall’altro una visione lineare, una linea che ha un inizio ma non una fine prevedibile. Il cristianesimo opera una sintesi particolare di queste due immagini e produce ciò che Locchi chiama una concezione non veramente lineare ma segmentale della storia. La storia ha un inizio e ha una fine; è “solo un episodio, un incidente nell’esistenza dell’umanità”. Il vero essere dell’uomo è fuori dalla storia. E la fine della storia dovrebbe restaurarlo, sublimandolo, alla condizione originaria. In questo modo, l’elemento ciclico della restaurazione viene conservato, ma il momento della restaurazione viene trasferito fuori dal divenire storico, in una eternità immobile. Allo stesso tempo, resta l’idea di un inizio, ma l’eternità autentica non è più quella del divenire, bensì quella dell’essere.
È a questo punto che Locchi riassume con forza la struttura cristiana. La storia appare, dal punto di vista cristiano, come una vera maledizione. È la conseguenza della condanna divina inflitta all’uomo dopo il peccato di Adamo. L’umanità viveva nell’innocenza felice del Giardino dell’Eden; è stata condannata alla storia perché il suo antenato ha trasgredito il comandamento divino, ha mangiato il frutto dell’albero della conoscenza e ha voluto farsi uguale a Dio. Quel peccato, essendo originale, ricade su ogni individuo che viene al mondo. È in sé inespiabile, perché l’offeso è Dio stesso. Ma Dio, nella sua bontà infinita, accetta di farsi uomo e di prendere su di sé l’espiazione: l’incarnazione di Cristo introduce nel divenire storico il fatto essenziale della Redenzione. Si apre così la lenta processione verso la fine della storia, preparata dalla comunità dei santi, fino allo scontro apocalittico finale, al Giudizio universale e all’installazione del Regno dei cieli. Locchi elenca i mitemi di questa struttura con una precisione che conviene riportare quasi integralmente: Eden prima dell’inizio della storia, peccato originale, espulsione dal giardino, attraversamento di questa valle di lacrime che è il mondo, Redenzione, comunità dei santi, battaglia apocalittica, Giudizio finale, fine della storia, instaurazione del Regno dei cieli. Tutto questo forma una visione in cui il divenire storico dell’umanità ha carattere puramente negativo e il significato di un’espiazione.
La ricaduta marxista
Il passaggio successivo dell’articolo è forse il più utile per leggere il mondo moderno: Locchi mostra che gli stessi mitemi ricompaiono in forma secolarizzata e pretesamente scientifica nella visione marxista della storia. E ancora, sentiamo l’invettiva di Jensen nella pellicola di Lumet: “Di cosa crede che parlino i russi ai loro consigli di Stato? Di Karl Marx? Tirano fuori diagrammi di programmazione lineare, le teorie di decisione statistica, le probabili soluzioni, e computano i probabili prezzi e costi delle loro transazioni e dei loro investimenti: proprio come noi”. Anche a Locchi non interessa la disputa filologica su quale fosse il “vero Marx”. Lo dice senza ambiguità: usa il termine “marxista” per riferirsi al marxismo ricevuto, quello che è stato e resta, in ultima analisi, la dottrina dei partiti comunisti e degli Stati che si richiamano all’interpretazione leninista. Anche qui la storia è presentata come il risultato di una lotta, non più fra bene e male ma fra classi sociali definite dalle rispettive condizioni economiche. Anche qui esiste un Eden: è il “comunismo primitivo” della preistoria. Anche qui si produce una caduta: la pressione della miseria porta all’invenzione dei mezzi di produzione agricola, ma questa invenzione è al tempo stesso una maledizione, perché implica sfruttamento della natura, divisione del lavoro, sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo e dunque alienazione. La lotta di classe è la conseguenza di questa alienazione, e il suo risultato è la storia. Anche qui la redenzione arriva: con il capitalismo, la miseria degli sfruttati raggiunge il suo culmine, diventa insopportabile, i proletari prendono coscienza della propria condizione e questa coscienza redentrice produce l’organizzazione dei partiti comunisti, esattamente come la redenzione di Gesù aveva portato alla fondazione della comunità dei santi. Anche qui si annuncia una battaglia apocalittica, questa volta fra partiti comunisti e sfruttatori; anche qui il risultato necessario è la vittoria finale, l’abolizione delle classi, la fine dell’alienazione, l’instaurazione di una società comunista immutabile e senza classi. E, poiché la storia è il risultato della lotta di classe, una volta abolite le classi “non ci sarà evidentemente più storia”.
Cristianesimo e marxismo alla sbarra
La conclusione di Locchi è devastante per tutto il progressismo moderno che ama pensarsi come emancipato dal cristianesimo: il marxismo non distrugge la struttura escatologica cristiana, la traduce in linguaggio secolare. Cambiano i nomi, resta la forma. Eden diventa comunismo primitivo, peccato originale diventa alienazione, redenzione diventa presa di coscienza, comunità dei santi diventa partito, Giudizio finale diventa rivoluzione, Regno dei cieli diventa società senza classi. E il valore della storia resta sempre negativo. “Nata dall’alienazione originaria dell’uomo, essa non ha senso se non nella misura in cui, aumentando senza sosta la miseria degli sfruttati, finisce per contribuire a creare le condizioni nelle quali questa miseria potrebbe scomparire”. La storia, in altri termini, vale solo in quanto lavora alla propria soppressione. Da qui Locchi ricava una conseguenza ulteriore, essenziale: sia la visione cristiana sia quella marxista implicano necessariamente un determinismo storico. In nessuna delle due l’uomo è davvero autore della storia. Il cristianesimo attribuisce certo all’uomo il libero arbitrio, e può così dire che Adamo ha liberamente scelto di peccare; ma resta il fatto che è stato Dio ad averlo creato imperfetto, e dunque ad aver voluto la possibilità stessa della caduta. Il marxismo può affermare che gli uomini fanno la storia in quanto membri di una classe sociale; ma resta il fatto che le classi sono determinate dalle condizioni economiche, e che queste condizioni discendono a loro volta dalla miseria originaria e dal gioco delle forze materiali. In entrambi i casi, l’uomo recita una parte in un dramma che non ha scritto e non poteva scrivere. Ed è un dramma vergognoso, doloroso, farsesco. La sua dignità autentica, la sua verità, stanno fuori dalla storia: prima della storia e dopo la storia. È una formulazione durissima, perché spoglia l’umanesimo moderno della sua retorica. L’uomo moderno proclama continuamente la centralità dell’uomo, ma dentro le grandi visioni egalitarie l’uomo non è mai davvero centrale: è lo strumento di un processo che lo trascende.
Locchi individua la “rottura” in Nietzsche
Locchi riconosce poi che l’escatologia ha una propria antitesi relativa, che resta però interna allo stesso universo egalitario: la teoria del progresso infinito. In questo caso il movimento storico non tende a una fine compiuta ma a un punto zero che non viene mai raggiunto. Si può trattare di un “sempre meglio”, come nell’ingenuità progressista dell’ideologia americana e di certo marxismo disilluso, oppure di un “sempre peggio” come nel pessimismo freudiano, incapace di vedere come la civiltà possa smettere di riprodurre la propria malattia. Ma anche qui la struttura resta quella di un movimento lineare che svuota la storia del suo carattere tragico e formativo. La vera rottura, per Locchi, arriva altrove. Arriva con Nietzsche. Il merito decisivo di Nietzsche è aver ricondotto cristianesimo, ideologia democratica e comunismo al comune denominatore dell’egalitarismo. Ma non basta. Nietzsche non si limita a smascherare l’uguaglianza come codice morale dominante. Cerca di combatterla, di suscitare un progetto opposto, di animare un’altra volontà, di rafforzare un giudizio di valore diametralmente contrario. L’opera nietzscheana, scrive Locchi, ha due aspetti complementari: uno critico, quasi scientifico, che mette in luce la relatività di tutti i giudizi di valore, di tutte le morali e di tutte le pretese verità assolute; e uno poetico, nel senso greco di poieîn, del fare e del creare, attraverso cui Nietzsche tenta di far nascere un nuovo tipo d’uomo, aderente a nuovi valori e guidato da un’etica che non è più quella del Bene e del Male, ma che Locchi definisce legittimamente “sovrumanista”. Per dare un’idea di ciò che potrebbe essere una società fondata su questi valori, Nietzsche evoca spesso come esempi la Grecia arcaica, la Roma più antica, perfino le società ancestrali dell’aristocrazia indoeuropea conquistatrice. Ma Locchi mette in guardia da un equivoco decisivo: Nietzsche non ha mai pensato che fosse possibile semplicemente “rianimare i Greci”. Lo dice apertamente. Ed è qui che si apre il problema vero della sua concezione della storia.
Ultimo uomo, superuomo, eterno ritorno
Secondo Locchi, Nietzsche ha deliberatamente nascosto, codificato, l’ordine sistematico del proprio pensiero, per un sentimento aristocratico che voleva tenere lontani gli intrusi. Per questo ci consegna gli elementi della propria concezione della storia senza mostrarne mai apertamente l’assemblaggio. E poiché il suo linguaggio è mitico, l’interpretazione resta inevitabilmente difficile. La lettura proposta da Locchi è una possibile interpretazione del mito nietzscheano della storia, ma è tutt’altro che arbitraria, perché è quella che ha ispirato un intero movimento metapolitico, la Rivoluzione Conservatrice, ed è anche l’interpretazione di coloro che, dichiarandosi nietzscheani, restano più fedeli alla sua intenzione anti-egualitaria. I tre mitemi fondamentali di questa visione sono l’“ultimo uomo”, l’avvento del “superuomo” e infine l’“Eterno Ritorno dell’Identico”. L’“ultimo uomo” rappresenta, agli occhi di Nietzsche, un pericolo estremo per l’umanità. È l’uomo della felicità minima, uguale per tutti, l’uomo dell’estinzione dei contrasti, l’uomo che vuole la fine della storia perché la storia genera eventi, e dunque conflitti e tensioni che minacciano quella sua “meschina felicità”. Howard Beale – uno dei personaggi di Quinto Potere – incarna perfettamente l’ultimo uomo: trasforma il proprio rifiuto in spettacolo e la propria impotenza in indignazione, restando incapace di incidere sul reale e finendo per essere riassorbito dal sistema. Locchi usa una formula splendida, presa da Nietzsche: l’ultimo uomo appartiene alla “razza inestinguibile delle zanzare”. È piccolo, indistruttibile, mediocre, incapace di altezza. Schernisce Zarathustra che annuncia il superuomo. Per Nietzsche, invece, “l’uomo non è che il ponte fra la bestia e il superuomo”, e questo significa che uomo e storia hanno senso solo nella misura in cui tendono a un superamento e, per questo superamento, non esitano ad accettare anche la propria scomparsa. Il superuomo non è un approdo statico, una perfezione immobilizzata, un termine della storia. È una meta sempre data e sempre spostata, una meta che anche quando viene raggiunta riappare immediatamente su un nuovo orizzonte. Da questa prospettiva, la storia è il perpetuo superamento dell’uomo da parte dell’uomo.
Il tempo sferico del sovrumanismo
Resta però il terzo elemento, il più difficile e il più frequentemente frainteso: l’Eterno Ritorno. A prima vista sembrerebbe contraddire il tema del superamento, perché se tutto ritorna identico nulla di nuovo può accadere e ogni oltrepassamento appare escluso. È per questo che il motivo è stato spesso letto in senso ciclico, come un ritorno a una concezione del tempo simile a quella pagana antica. Locchi respinge con forza questa interpretazione e ricorda che anche Nietzsche la rifiutava. Nel celebre passo di Così parlò Zarathustra, quando lo Spirito di Gravità risponde che “tutto ciò che è diritto mente; ogni verità è curva; il tempo stesso è un cerchio”, Zarathustra reagisce con violenza: “Non prenderla così alla leggera!”. Per Locchi, la differenza è decisiva. Nella visione nietzscheana gli istanti non sono punti successivi su una linea, sia essa retta o circolare. Per comprendere il tempo storico di Nietzsche bisogna piuttosto avvicinarlo, per analogia, alla concezione relativistica dell’universo fisico a quattro dimensioni. Così come l’universo einsteiniano non può essere rappresentato sensibilmente, perché la nostra esperienza biologica è tridimensionale, anche l’universo storico nietzscheano non si lascia pensare nei termini della semplice successione. Il divenire umano va inteso come un insieme di momenti, ciascuno dei quali forma una sfera dentro una “supersfera” quadridimensionale, dove ogni momento può occupare il centro rispetto agli altri. Da questa prospettiva, l’attualità di ogni momento non coincide con un semplice presente: presente, passato e futuro coesistono in ogni istante come le tre dimensioni di ogni momento storico.
La citazione che Locchi usa per rendere questa idea è una delle più belle: “Ogni momento comincia l’esistenza; attorno a ogni ‘Qui’ ruota la sfera del ‘Là’. Il centro è dappertutto. Curvo è il sentiero dell’eternità”. La conseguenza è straordinaria. Il passato non è più qualcosa di definitivamente avvenuto, lasciato alle spalle una volta per tutte. E il futuro non è più l’effetto necessario di cause precedenti. A ogni momento della storia, a ogni attualità, passato e futuro vengono rimessi in questione, configurati secondo una nuova prospettiva, conformati a un’altra verità. Il passato diventa allora, scrive Locchi, il progetto al quale l’uomo conforma la propria azione storica, l’immagine che si dà e che cerca di incarnare. Il passato appare come prefigurazione del futuro; è, nel senso più autentico del termine, “l’immaginazione del futuro”. È questo uno dei significati più profondi del mitema dell’Eterno Ritorno.
Da Nietzsche a Locchi: la storia come possibilità
Da qui discende la tesi forse più radicale della riflessione sulla storia di Locchi. Nella visione di Nietzsche, l’uomo porta interamente la responsabilità del divenire storico. La storia è opera sua. E questo significa che egli porta interamente la responsabilità anche di se stesso. È veramente e totalmente libero: faber suae fortunae. Non una libertà condizionata dalla Grazia o dalla situazione economica, ma una libertà reale, cioè una libertà che consiste nella possibilità di scegliere fra due opzioni opposte, date in ogni momento della storia, e tali da mettere sempre in questione la totalità dell’essere e del divenire dell’uomo. Se queste scelte non fossero realmente praticabili, la scelta sarebbe finta, la libertà una finzione, l’autonomia umana una messinscena. Ma per Locchi quelle scelte sono reali, e Nietzsche le identifica con la massima chiarezza per l’epoca moderna: da una parte il “ultimo uomo”, cioè l’uomo della fine della storia; dall’altra la tensione verso il superuomo, cioè la rigenerazione della storia. Il punto è decisivo: la fine della storia è possibile, deve essere presa sul serio, ma è possibile anche il suo contrario, la sua rigenerazione. Tutto dipende dagli uomini, dalla scelta che compiono fra i due campi: quello del movimento egalitario, che Nietzsche chiama il movimento del ultimo uomo, e l’altro movimento, quello che egli cerca di raccogliere attorno a sé e che chiama il proprio.
A questo punto Locchi compie un passaggio che rende il saggio immediatamente politico e metapolitico. Le due visioni della storia corrispondono a due sensibilità. Non sono soltanto due dottrine. Sono due modi di sentire, di percepire, di reagire. Davanti alle Piramidi, per esempio, la sensibilità egalitaria vede anzitutto un simbolo esecrabile, perché solo la schiavitù e lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo avrebbero potuto concepire e realizzare quei monumenti. L’altra sensibilità, invece, viene colpita prima di tutto dall’unicità di quell’espressione artistica e architettonica, da tutto ciò che considera grande e terribile nell’uomo che osa fare la storia e desidera eguagliare il proprio destino. L’esempio riassume due antropologie. Per una, la grandezza è sempre sospetta perché implica differenza, gerarchia, verticalità, sacrificio. Per l’altra, la grandezza rivela la possibilità più alta dell’uomo, che non coincide con il comfort ma con la forma impressa al mondo.
L’altro esempio, ancora più memorabile, è quello del soldato romano di Pompei ricordato da Spengler. Quel sentinella che si lascia seppellire dalla cenere perché nessun superiore gli ha dato l’ordine di abbandonare il posto, per la sensibilità egalitaria appare del tutto privo di senso. Nel migliore dei casi è vittima di una illusione, nel peggiore di un errore inutile. Ma dalla prospettiva tragica e sovrumanista quello stesso gesto diventa immediatamente esemplare, perché quel soldato “ha veramente realizzato l’uomo conformandosi all’immagine che egli stesso si faceva di sé”, cioè all’immagine della sentinella della Città imperiale. In questo passaggio si condensa tutto il discrimine tra i due mondi. Per l’egalitarismo, il senso dell’esistenza coincide con la conservazione biologica e con l’attenuazione del dolore; per la sensibilità tragica, il senso può coincidere con la fedeltà a una forma, a un compito, a una immagine superiore di sé, anche a prezzo della morte. Qui si misura l’abisso che separa due civiltà morali.
Il destino dell’Occidente
È allora inevitabile che Locchi arrivi a porre il problema del destino dell’Occidente. E lo fa attraverso Spengler, di cui ricorda il pessimismo. Per Spengler la fine dell’Occidente è vicina e l’uomo europeo può soltanto mantenere il proprio ruolo fino alla fine, come il soldato di Pompei, prima di perire tragicamente nella conflagrazione del proprio mondo. Ma Locchi, scrivendo nel 1975, sposta la questione su un piano ancora più radicale. Non è soltanto l’Occidente a rischiare la fine: è la storia stessa. L’Occidente tende alla fine di tutta la storia, al ritorno di una felicità immobile della specie, e non vede in questa prospettiva nulla di tragico, anzi. L’Occidente egalitario e universalista si vergogna del proprio passato, è inorridito da quella specificità che aveva assicurato la sua superiorità lungo i secoli mentre, magari inconsciamente, seguiva un’etica diversa da quella che oggi professa. Questo Occidente, aggiunge Locchi, è anche un Occidente giudeo-cristiano che ha finito per scoprirsi come tale e che oggi ne trae le conseguenze. Certo, ha a lungo portato in sé anche un’eredità greca, celtica, germanica, romana, e da essa ha tratto la propria forza. Ma le masse occidentali, prive di veri maestri, rinnegano questa eredità indoeuropea. Solo piccole minoranze, disperse qua e là, guardano con nostalgia alle realizzazioni dei loro antenati più lontani, ispirandosi ai valori che furono i loro e sognando di farli rivivere. Locchi non indulge alla consolazione facile. Sa bene che queste minoranze possono apparire derisorie, e forse lo sono davvero. Ma aggiunge subito la frase che dà a tutto il saggio il suo accento strategico: “una minoranza, per quanto minuscola, può sempre acquisire il valore di una massa”.
La storia come lotta d’immagini dell’uomo
È qui che il testo del 1975 si rivela, più che come diagnosi culturale, come chiamata metapolitica. L’Occidente moderno, nato dal compromesso costantiniano e dall’in hoc signo vinces, è diventato schizofrenico. Per immensa maggioranza desidera la fine della storia e spera nella felicità della regressione. Ma, nello stesso tempo, piccole minoranze cercano di fondare una nuova aristocrazia e sperano in un Ritorno che non può avvenire come semplice ripristino del passato — “non possiamo far rivivere i Greci” — ma che potrebbe metamorfosarsi in rigenerazione della storia. Questa distinzione è essenziale. Il pensiero di Locchi non è archeologismo, non è passatismo, non è culto della rovina. Non chiede di ricostruire meccanicamente forme morte. Chiede di assumere immagini del passato come prefigurazioni del futuro, come stili di presenza, come sorgenti di forme nuove. Il suo Ritorno non è restaurazione, ma metamorfosi.
Per questo l’ultima parte del saggio conserva una lucidità che oggi suona persino più sferzante di allora. Coloro che adottano una visione lineare o segmentale della storia hanno la certezza di stare dalla parte di Dio, oppure, in linguaggio secolarizzato, “di andare nel senso della storia”. I loro avversari, invece, non possono avere alcuna certezza. Se credono che la storia sia fatta dall’uomo e dall’uomo soltanto, se credono che l’uomo sia libero e che possa forgiarsi il proprio destino, allora devono anche ammettere che questa stessa libertà potrebbe, al limite, distruggere e abolire la storicità dell’uomo. Devono considerare realmente possibile la fine della storia, pur respingendola e combattendola. Ma proprio perché la fine della storia è possibile, lo è anche la sua rigenerazione, in ogni momento. La storia non è né il riflesso di una volontà divina né il prodotto di una lotta di classe predeterminata dalla logica dell’economia. È “la lotta tra uomini in nome delle immagini che essi si fanno rispettivamente di se stessi e che intendono, realizzandole, eguagliare”.
Le parole d’ordine dell’ultimo uomo
Questa frase è probabilmente una delle più importanti di tutto il testo, e andrebbe tenuta davanti agli occhi ogni volta che si tenta di capire il nostro presente. La storia non procede da sé, non va da nessuna parte per inerzia, non ha un pilota automatico. È una lotta tra immagini dell’uomo. Ecco perché il problema non è mai solo istituzionale, economico o elettorale. È prima di tutto antropologico e simbolico. Chi vince nella storia è chi riesce a imporre l’immagine dell’uomo attorno a cui si organizzano sensibilità, gerarchie, desideri, forme del vivere e del morire. L’egalitarismo ha vinto per così tanto tempo perché è riuscito a presentare la propria immagine come l’unica morale, l’unica razionale, l’unica umana. Ha trasformato il proprio lessico in atmosfera. Ha fatto del sospetto verso la grandezza una virtù, della paura del conflitto una premessa etica, del livellamento una promessa di pace. Ha insegnato a vedere in ogni verticalità un abuso, in ogni differenza una colpa, in ogni volontà di forma una minaccia. E così ha preparato l’uomo della fine della storia: un uomo che non vuole più essere all’altezza di nulla, ma soltanto essere protetto da tutto. Da questo punto di vista, rileggere Locchi oggi significa accorgersi che molte delle parole d’ordine più celebrate del nostro tempo non sono affatto neutre. Parlare ossessivamente di pace, sicurezza, resilienza, governance, benessere sostenibile, riduzione del rischio, neutralizzazione dei conflitti, non è semplicemente descrivere bisogni concreti. È esprimere, consapevolmente o no, una precisa visione della storia come patologia da spegnere. Non è necessario che il discorso contemporaneo si presenti con i toni enfatici delle antiche escatologie, e nemmeno con le “rivelazioni cosmiche” di un film. Proprio il contrario: la sua forza sta nel presentarsi in forma tecnica, amministrativa, quasi clinica. Non promette più il Regno dei cieli né la società senza classi, ma un ordine globale regolato, una felicità minima, diffusa, monitorata, assicurata. Eppure la struttura profonda resta la stessa che Locchi aveva individuato: il movimento storico riceve un senso solo nella misura in cui tende alla propria negazione.
Il problema dell’Europa
È qui che si misura l’attualità vera di questo discorso: il problema dell’Europa e dell’Occidente non è semplicemente il declino geopolitico, il collasso demografico, la crisi culturale, la perdita di sovranità. Tutto questo conta, ma viene dopo. Il problema più radicale è che l’Occidente contemporaneo non sa più se vuole continuare a stare nella storia. Più precisamente: vaste parti di esso desiderano uscirne. Desiderano una umanità pacificata, omogenea, amministrata, priva di grandi tensioni e di grandi forme. Desiderano un mondo in cui il tragico sia stato delegittimato e con esso ogni possibilità di eccedenza. In questo senso la “fine della storia” non è un evento futuro: è già un programma politico, morale e pedagogico. Locchi, però, non scrive per gli sconfitti. Scrive per riaprire una possibilità. E questa possibilità non consiste in un semplice rifiuto del presente né in un culto sterile della rovina. Consiste nel capire che la storia può essere rigenerata solo da uomini capaci di scegliere un’altra immagine di sé. Per alcuni, conclude, il senso della storia sta nel fatto che essa tende alla negazione della condizione storica dell’uomo. Per altri, al contrario, “il senso della storia non è altro che il senso di una certa immagine dell’uomo, immagine utilizzata e consumata dalla marcia del tempo storico”. Un’immagine data nel passato, ma sempre conforme all’attualità di chi la assume. Un’immagine che può realizzarsi solo attraverso una rigenerazione del tempo storico. Sanno che l’Occidente non è più che un accumulo di rovine. Ma sanno anche, con Nietzsche, che “una stella, se deve nascere, non può sorgere se non da un caos oscuro di polvere”.
È questa, in fondo, la lezione più dura e più utile di Locchi. Non offre rassicurazioni e non promette alcuna congiuntura storica favorevole. Non dice che il risveglio sia inevitabile. Dice l’opposto: non c’è alcuna garanzia. C’è solo una scelta, che ritorna in ogni epoca e che oggi si presenta con una nettezza estrema. Da una parte l’ultimo uomo, la sicurezza, il livellamento, la regressione felice, la fine della storia. Dall’altra la volontà di forma, il rischio, la responsabilità, la gerarchia, la rigenerazione del tempo. Tutto il resto viene dopo. E tutto il resto, in realtà, discende da qui.
Sergio Filacchioni