Notte di distruttiva follia. Donald Trump deve avere un legame particolare con la data del 3 gennaio: esattamente a sei anni di distanza dall’eliminazione di Qassem Soleimani, generale dei Pasdaran, il presidente degli Stati Uniti ha bombardato il Venezuela e rapito il presidente Nicolas Maduro insieme alla moglie.
Un attacco tutt’altro che inatteso
L’intervento militare statunitense in Venezuela è parte dell’operazione Southern Spear, che Trump conduce da mesi nei Caraibi e sulle coste del Sudamerica. Il bombardamento della Repubblica Bolivariana è solo l’ultimo di una serie di attacchi mirati coordinati dall’amministrazione Trump e del segretario Marco Rubio nel continente latino. L’ennesima “operazione militare speciale” da parte degli yankee ha giustificato un colpo potentissimo sferrato a un paese del continente americano come non se ne vedevano da decenni.
Trump segue la dottrina Monroe
Gli Stati Uniti considerano la zona a sud del Texas parte del proprio giardino di casa. Non è un semplice attacco a un nemico politico: quello di Trump è un vero e proprio monito a stare attenti, a tutti quei paesi dell’America Latina – la Colombia del presidente socialista Petro, il Brasile di Lula – che negli anni hanno messo i bastoni tra le ruote agli Stati Uniti. La situazione di instabilità, unita alla gravissima crisi economica in atto in Venezuela, ha reso il paese di Nicolas Maduro una preda debole per gli Stati Uniti. Presidente venezuelano che ora, prigioniero degli Usa, sarà processato per vari capi d’accusa, anche se non è ancora noto alcunché sul suo effettivo benessere insieme a quello della moglie. Intanto, le autorità venezuelane hanno richiesto prove concrete circa la sua incolumità agli Stati Uniti.
Smacco ai multipolaristi
Smentiti dunque coloro che segnalavano una differenza sostanziale nell’azione politica estera rispetto alle precedenti amministrazioni americane, come Marco Travaglio: “a noi europei un presidente isolazionista che non si impiccia in tutto il mondo e non va a raddrizzar le gambe ai cani, farà vivere sicuramente meno guerre“, dichiarava il direttore del Fatto Quotidiano al salotto di Breaking Italy. Frase invecchiata malissimo, soprattutto se si pensa invece alla continua giustificazione dell’aggressione di Putin all’Ucraina da parte del medesimo. Se dopo la seconda guerra mondiale il mondo era diviso a blocchi condividenti concetti macroeconomici e macropolitici – socialismo contro capitalismo – oggi è un semplice scontro tra potenze. Di cui gli Usa sono la più forte: nessuno si è sognato, a parte qualche vuota condanna più retorica che sostanziale, di anche solo provare a impedire l’azione lampo degli States.
Maduro non è Chavez
Si sono spese molte parole da parte delle parti politiche “antisistema” e della sinistra radicale nel condannare l’azione di Trump. “Grave violazione del diritto internazionale“, hanno cianciato gli stessi che giustificano le azioni militari dei russi alle porte d’Europa. Quando si tratta dei “presidenti illuminati” a controllare “il proprio giardino di casa“, si trovano sempre giustificazioni valide per le azioni fuori dal diritto. Maduro, a differenza del suo predecessore alla presidenza Hugo Chavez – anch’egli non esente da aspetti criticabili – si è dimostrato un semplice gangaster al potere incapace di rendere il Venezuela uno stato sovrano.
Se è vero che le pesanti sanzioni occidentali sull’economia venezuelana abbiano influito su tutta la sua parabola politica, lo è altrettanto il fatto che basare il proprio potere sulla corruzione e il militarismo non abbia aiutato la Repubblica Bolivariana a crescere e svilupparsi. Ne sono prova i consensi bassissimi della popolazione nei confronti del suo governo, la stessa che sostené Chavez a furor di popolo di fronte ai tentativi americani di rovesciarlo.
Non esistono presidenti illuminati
Trump, il presidente isolazionista, ha smentito i suoi stessi tifosi conducendo più operazioni militari in un anno che Biden durante tutto il proprio mandato. Seppur ridicola la figura dell’ex presidente democratico, demonizzato dai multipolaristi perché sostenitore inizialmente dello sforzo ucraino contro l’aggressione militare russa, il suo successore non si è esattamente risparmiato in quanto ad attacchi imperialisti. Come Putin non è l’alfiere di alcuna tradizione, come Netanyahu non è difensore di alcuna democrazia in Medioriente. Altrettanto, Trump non è il manutentore di alcuna stabilità o pace mondiale.
Né Washington né Mosca non è uno slogan vuoto
Un punto fondamentale resta la necessità di costruire un vero polo terzo rispetto allo scenario politico attuale. Da anni assistiamo ad un vero e proprio scontro tra stati-gangster con Donald Trump a fare man bassa. Gli Stati Uniti non sono morti né sulla via del tramonto. E l’alternativa alla prepotenza a stelle e strisce non sono certo improbabili salvatori “non allineati”. La condanna vuota della Russia e dell’Iran, per l’ennesima volta immobili di fronte all’esautorazione di un proprio alleato, ne è la prova. Azione in Venezuela che in realtà indebolisce ulteriormente Mosca, a cui Washington chiede di accelerare nelle trattative per giungere a un accordo con Kyiv.
Due pesi e due misure che non possono essere più utilizzati: prima è toccato all’Artsakh, che Mosca ha abbandonato, e la Turchia ringrazia. Poi alla Siria, con il rovesciamento di Assad alleato dei russi, e della corruzione/repressione della libertà di espressione in Ucraina. Che esiste, sin dai tempi dell’Urss, anche a Mosca. E chi fa parte di movimenti nazionalisti, contrari alla mafia al potere al Cremlino, lo sa bene. Il mondo multipolare non c’è, e ogni giorno aumentano le prove che smascherano chi continua a non vedere.