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Antifascisti, No Tav e magistratura: l’intercettazione che riapre il caso Padalino

by La Redazione
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Roma, 5 feb – Un’intercettazione del 16 dicembre 2016, resa nota da Il Foglio, riporta una frase che ha riacceso l’attenzione su una vicenda giudiziaria chiusa formalmente ma rimasta politicamente controversa. Si tratta di una conversazione telefonica che, secondo quanto pubblicato dal quotidiano, avviene tra Gabriela Avossa, militante anarchica torinese attiva nelle proteste contro la Torino–Lione, e Daniele Pepino, noto esponente No Tav e figlio di Livio Pepino, ex magistrato e cofondatore di Magistratura democratica, storica corrente della magistratura associata all’area di sinistra.

Il pm Andrea Padalino seguiva le violenze No Tav

Nel dialogo, dopo un riferimento alla decisione del Riesame di rimettere in libertà alcuni anarchici arrestati, viene menzionato il nome del pubblico ministero torinese Andrea Padalino, in quegli anni tra i magistrati più esposti nel perseguire le violenze legate al circuito No Tav–Askatasuna. La frase riportata è la seguente: «C’è sto cazzo di Padalino… adesso mi sa che cercano tramite Magistratura democratica di dargli una tamponata». Il punto rilevante, al di là del linguaggio, è l’esplicito riferimento a una corrente della magistratura come possibile canale d’azione. Si tratta di una valutazione espressa in una conversazione privata, non di un fatto accertato, ma che, così come riportata, riflette almeno una percezione interna a quell’ambiente politico. Il Foglio ricostruisce inoltre una coincidenza temporale che, secondo il quotidiano, merita attenzione. Nelle settimane precedenti alla telefonata, Padalino sarebbe stato già menzionato nella prima annotazione dei Carabinieri che avrebbe poi portato all’apertura di un’indagine nei suoi confronti. L’inchiesta, incentrata su accuse di corruzione in atti giudiziari e abuso d’ufficio per presunti favoritismi alla Procura di Torino, sarebbe stata portata avanti inizialmente da due pubblici ministeri torinesi, Francesco Pelosi e Gianfranco Colace, indicati dal giornale come appartenenti all’area della sinistra giudiziaria, sotto la direzione dell’allora procuratore Armando Spataro, anch’egli descritto come esponente di spicco di quell’area culturale. Successivamente il fascicolo sarebbe stato trasmesso per competenza a Milano. L’esito giudiziario è definito: dopo quattro anni di procedimento, nel 2022, Padalino è stato assolto in via definitiva da ogni accusa. Il dato penale è stato chiuso chiuso, lasciando però il peso di un’indagine lunga e mediaticamente esposta che ha inciso in modo significativo sulla vita professionale e personale del magistrato.

L’intercettazione che imbarazza la Procura di Torino

Un ulteriore capitolo riguarda la circolazione della trascrizione dell’intercettazione. Il quotidiano riferisce che l’11 giugno 2018 un anonimo avrebbe inviato via e-mail la trascrizione della telefonata a Giuseppe Marra, all’epoca componente del Consiglio superiore della magistratura, sottolineando la tempistica delle indagini subite da Padalino. Marra avrebbe inoltrato il materiale allo stesso Padalino, che a sua volta lo avrebbe trasmesso al procuratore generale Francesco Saluzzo e al procuratore aggiunto di Alessandria Tiziano Masini. Sempre secondo quanto riportato, Padalino sarebbe stato poi convocato a fine estate 2018 in Procura a Torino da Cesare Parodi, allora procuratore aggiunto e oggi presidente dell’Associazione nazionale magistrati, per essere sentito come persona informata sui fatti nell’ambito di un’indagine su una presunta violazione del segreto legata alla diffusione del documento. Da quel momento, sostiene Padalino, non avrebbe più ricevuto notizie sugli sviluppi del procedimento. Per questo, nei giorni precedenti l’articolo, avrebbe inviato una lettera al nuovo procuratore di Torino, Giovanni Bombardieri, chiedendo di poter consultare il fascicolo. Il Foglio afferma inoltre di essere entrato in possesso dell’audio dell’intercettazione e che questo corrisponderebbe alla trascrizione contenuta nella mail anonima. Si tratta, anche in questo caso, di un elemento riferito dal giornale, ancora non oggetto di pubblicazione ufficiale.

Il caso Padalino e la contiguità tra toghe e antifascismo militante

La questione che emerge, parallelamente a un teorema giudiziario che avrà i suoi sviluppi, è il quadro politico. L’intercettazione arriva a puntino: il referendum sulla Riforma Nordio e i fatti di Torino, legati proprio al centro sociale Askatasuna. L’intercettazione non prova una cospirazione, ma conferma che nell’ambiente antifascista l’idea di poter “muoversi tramite” una corrente della magistratura non appare come una fantasia, bensì come un’ipotesi plausibile. E proprio questa plausibilità è un dato sistemico: significa che una parte del conflitto politico italiano vive dentro una cornice in cui istituzioni, narrazione pubblica e legittimazione morale non sono percepite come neutrali, ma come terreno dove alcune appartenenze partono avvantaggiate. Questa asimmetria non decide automaticamente le sentenze, ma incide sul clima in cui i conflitti vengono letti, sulle soglie di sospetto, sul modo in cui un’azione repressiva o un’indagine vengono percepite. Per questo sottoscriviamo che “disarmare l’antifascismo” vuol dire togliere a una parte politica la rendita morale automatica che la colloca, per definizione, nel campo del legittimo. Finché l’antifascismo continuerà a funzionare come scudo preventivo, il circuito resterà lo stesso: militanza che si presenta come giusta a prescindere, narrazione che ne attenua la responsabilità, istituzioni che tendono a giustificare da un lato e a irrigidire dall’altro. Il caso Padalino, così come ricostruito, mostra che questo non è un dibattito teorico, ma un problema concreto di equilibrio democratico.

Vincenzo Monti

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