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Askatasuna, resa dei conti a sinistra: la galassia GEDI non perdona

by Sergio Filacchioni
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Askatasuna

Roma, 18 dic – Lo sgombero di Askatasuna a Torino non è un semplice intervento di ordine pubblico: è l’esito politico di una frattura ormai insanabile all’interno della sinistra italiana, un conflitto che la prova dei fatti ha trasformato da contrasto simbolico a resa dei conti. Dopo decenni di tolleranza più o meno esplicita verso pratiche di piazza violente e occupazioni illegali, la linea non è stata superata da uno scontro generico con lo Stato, ma quando quella violenza ha colpito un centro di potere preciso: la sede de La Stampa, organo di un gruppo editoriale intoccabile nell’ecosistema mediatico-progressista italiano.

L’Askatasuna ha rotto il patto

La sensazione che qualcosa di simile a un “patto” si fosse rotto nel momento dell’irruzione antagonista nei locali del quotidiano era evidente fin da subito. Chi ha letto il recente approfondimento pubblicato su queste colonne sa bene che l’assalto alla redazione non è stato un semplice incidente, ma il riflesso della doppia natura della sinistra contemporanea: da un lato il volto rispettabile dei salotti, degli editorialisti, degli accademici che parlano di “partecipazione attiva”; dall’altro quello dei collettivi antagonisti, abituati a concepire la piazza come terreno di scontro permanente. Fino a quel momento si era potuto sorvolare. Fino al giorno del raid punitivo, la violenza di sinistra era stata raccontata come un fatto periferico, un eccesso isolato, un generico “malessere sociale”. La narrazione dominante ha spesso funzionato a doppio binario: legittimare certi soggetti come “spazi di socialità” o “compagni di strada”, mentre si condannavano altri atti di protesta quando diventavano politicamente scomodi. Ma quando quella stessa violenza ha colpito La Stampa, cioè un asset strategico del gruppo GEDI, si è arrivati alla rottura. È lì che il confine tra tolleranza e condanna si è fatto improvvisamente netto. È lì che la sinistra si è resa conto che la retorica della “lotta contro il sistema” non può spingersi fino a colpire un centro mediatico del proprio fronte culturale. Questo il messaggio chiaro recapitato dalla sinistra ai propri antagonisti.

GEDI e gli intoccabili

L’intervento della Digos e delle forze dell’ordine, lo sgombero e le perquisizioni non sono quindi giunti per caso, né per un improvviso rigurgito di rigore istituzionale. Sono arrivati perché uno spazio che per anni ha operato ai margini della legalità ha varcato una soglia non scritta, un tabù. Che Askatasuna abbia accumulato nel tempo responsabilità gravi è difficile da negare: una lunga storia di scontri, azioni intimidatorie, modelli di protesta violenta esportati anche fuori Torino, fino all’assalto a una redazione giornalistica. Ma la questione non è solo la gravità dei fatti in sé. È ciò che quei fatti hanno rivelato. Hanno dimostrato, una volta per tutte, che nella sinistra italiana esiste un ordine simbolico e gerarchico degli obiettivi: alcuni possono essere contestati, altri no. GEDI rientra nella categoria degli intoccabili. Questo spiega perché lo sgombero non arriva dopo decenni di episodi anche più gravi, ma immediatamente dopo un attacco percepito come inaccettabile dall’establishment progressista. Non è un caso che le prese di distanza politiche si siano moltiplicate, né che il patto tra Comune e comitato di garanti sia stato rapidamente stracciato. Più che una vittoria dello Stato, appare come una regolazione dei conti interna: il patto può anche essere simmetrico, ma il sistema di coperture, spazi e legittimazioni lo garantisce solo una parte. E quella parte non doveva finire nel mirino.

Askatasuna e il messaggio chiaro lanciato agli antagonisti

In definitiva, la vicenda Askatasuna dimostra che in Italia non esiste una sinistra monolitica, ma un fronte diviso tra un antagonismo di piazza e un sistema mediatico-culturale che ne ha a lungo tollerato l’esistenza finché restava funzionale. Lo sgombero non rappresenta un ritorno astratto alla legalità: è la conferma di una scala di valori e di priorità politiche ben precisa. Il messaggio è chiaro: la violenza può essere tollerata, persino assorbita, finché non mette a rischio ciò che la sinistra considera il proprio centro nevralgico. GEDI non perdona. E oggi Askatasuna ne ha fatto le spese.

Sergio Filacchioni

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