Roma, 19 dic – In attesa delle motivazioni della Cassazione che hanno confermato l’assoluzione del ministro Matteo Salvini perché “il fatto non sussiste” in merito alle accuse di sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio, nella sentenza di primo grado si leggeva che spettava alla Spagna, quale Stato di bandiera della nave della Ong Open Arms, la responsabilità di assegnare un porto di sbarco agli immigrati a bordo. Quindi, l’Italia non aveva alcun obbligo di far sbarcare gli immigrati traghettati verso l’Italia dalla nave spagnola di Open Arms.
Una domanda sorge spontanea: perché tutte le navi delle Ong si sono concentrate nel Mediterraneo centrale, chiedendo poi lo sbarco degli immigrati esclusivamente allo Stato italiano, invece di dividersi tra le altre rotte migratorie in mare? Ad esempio, Open Arms rifiutò l’offerta della Spagna di un porto di sbarco, tergiversando per ben 19 giorni davanti alle coste italiane. La Ong fece ricorso al Tar del Lazio, il quale sospese il divieto di ingresso nelle nostre acque italiane, e successivamente, dopo il sequestro dell’imbarcazione disposto dalla procura di Agrigento, le fu permesso lo sbarco degli immigrati a Lampedusa. Open Arms però si comportò diversamente quando Salvini offrì un porto di sbarco alla nota naufraga Josefa. Dopo un surreale salvataggio a favore di telecamere, Oscar Camps, fondatore della Ong, decise curiosamente di trasportare la donna in un porto spagnolo, nonostante le sue preoccupanti condizioni di salute, sottoponendola a due giorni di navigazione.
Non bastano i porti di sbarco lontani, serve bandire le navi delle Ong
Diversi Paesi europei, come la Grecia e Malta, hanno di fatto già bandito le Ong dai loro Paesi, sia le cosiddette “navi umanitarie”, sia i loro aerei. Alcune navi che pattugliavano il tratto di mare tra la Turchia e la Grecia si sono poi spostate nel Mediterraneo centrale, traghettando poi gli immigrati in Italia. Dagli aeroporti maltesi, invece, gli aerei delle Ong si sono spostati a Lampedusa.
A questo punto, è lecito chiedersi perché l’Italia non segue la medesima politica. Nell’estate del 2017, l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti introdusse il “Codice di condotta delle Ong”. I punti di tale regolamentazione erano l’impegno a non entrare nelle acque libiche, l’obbligo di non spegnere o ritardare la trasmissione dei segnali di identificazione, l’impegno a non effettuare comunicazioni o mandare segnali luminosi per facilitare la partenza di mezzi che trasportano gli immigrati, l’impegno ad attestare l’idoneità tecnica della nave e l’addestramento dell’equipaggio per le attività di salvataggio, l’obbligo di notificare al centro di coordinamento marittimo l’intervento di ricerca e salvataggio e impegno ad informarne le competenti autorità dello Stato di bandiera, assicurando loro anche costanti informazioni sulle attività, l’impegno a non effettuare trasbordi su altre navi, l’impegno a ricevere a bordo funzionari di polizia giudiziaria e l’impegno a dichiarare le fonti di finanziamento per le attività di salvataggio in mare.
Qualche numero
Bastarono queste semplici regole per spingere diverse Ong alla resa. Non sottoscrivendo tale codice, diverse organizzazioni non governative sospesero i traghettamenti verso le coste italiane e, in alcuni casi, ritirarono definitivamente le proprie navi dal Mediterraneo centrale. Gli sbarchi di immigrati passarono in un solo mese dai 23.552 del luglio 2017 ai 3.920 dell’agosto successivo.
Ancora meglio fece Matteo Salvini al Viminale con i “decreti sicurezza”. Dal settembre del 2018 all’agosto del 2019, gli sbarchi furono di 8.430 immigrati. In pratica, in un anno erano sbarcati in totale meno immigrati rispetto a quelli che sbarcavano mediamente in un mese durante i governi del Partito Democratico. Addirittura, nell’ottobre del 2016, erano sbarcate in Italia 27.384 persone. Ora, con l’assoluzione di Salvini, dovrebbero essere riproposti quei “decreti sicurezza” che avevano di fatto ridotto drasticamente la tratta verso l’Italia.
Le navi delle Ong hanno traghettato in Italia 11mila immigrati
Oltre a provocare il cosiddetto pull factor, il fattore magnete che spinge i trafficanti a mettere in mare i barconi quando sono presenti le “navi umanitarie” nel Mediterraneo, nel 2025, le Ong hanno traghettato in Italia circa 11mila immigrati, il 16 per cento del totale. Addirittura, nel mese di dicembre in corso, la percentuale è salita al 26 per cento. Facendo un rapido calcolo, i traghettamenti delle Ong sono costati ai contribuenti italiani quasi 200 milioni di euro per i soli costi diretti dell’accoglienza annuali.
Al momento, sono ben 18 le navi delle Ong attive nel Mediterraneo centrale che traghettano immigrati solo e unicamente in Italia. Nessuna di queste imbarcazioni batte bandiera italiana. Quindi, stando alla sentenza di prima grado che ha assolto Salvini, l’Italia non avrebbe alcuna responsabilità nell’assegnazione di un porto di sbarco, essendo un dovere dello Stato di bandiera.
Francesca Totolo