Roma, 6 gen – Tempi di IA, ma anche di MeToo e di OnlyFans. Eppure il femminismo moderno 2.0 non è ancora riuscito a reinventare la figura della Befana. Vecchia e mal vestita, il suo dress code è quello della stracciona casalinga: rughe, capelli bianchi e arruffati, scarpe rotte, naso adunco e senza denti. Niente a che vedere con il suo omologo Babbo Natale: vestito di velluto rosso griffato Coca-Cola, pancione d’ordinanza indice del buongustaio, sorriso sornione e barba da nonno felice e rassicurante. Latte e biscotti gourmet come ricompensa per lui, persino carote per Rudolf e compagne. Per lei solo qualche briciola di cibo e un bicchiere di vino. Meglio se annacquato, anche perché deve guidare e pure a una certa altezza e velocità.
Slitte supersoniche e scope di miglio
Per non parlare poi della discriminazione circa i mezzi di locomozione. Tiro di dodici renne di cui si conoscono persino i nomi, slitta supersonica che viaggia alla velocità della luce, con comodi interni in pelle per lui; una scopa di miglio di nessuna marca e nulla più per lei. E oltre a questo, al body shaming e al possesso, le condizioni lavorative non sono certo migliori. Per Babbo ambiente confortevole corredato di un numero indecifrato di aiutanti elfi stakanovisti che leggono lettere con una grafia da fare impallidire gli amanuensi.
Mentre lei è costretta a fare tutto da sé, persino a spiare e a fare la lista dei buoni e dei cattivi per poter distribuire dolciumi e cenere e carbone. Costretta a fare tutto in una notte e per una notte all’anno vuoi che sia assunta regolarmente e non abbia un contratto precario e a chiamata? “Se non fai il bravo la Befana ti porta cenere e carbone”: vecchietta stanca e supersfruttata e pure braccio armato del controllo parentale!
Insomma, un’ingiustizia, un atto di inciviltà da fare insorgere persino le più buone delle Boldrini, una Vandea necessaria che dovrebbe affollare le piazze di casa nostra. Eppure la Befana continua a essere appannaggio del regime violento e maschilista per eccellenza (secondo gli odiatori): il Fascismo.
Le dodici notti successive al Solstizio
La cultura della Befana ha radici che affondano nell’antica Roma: siamo al V secolo circa e per i Romani, nelle dodici notti successive al solstizio d’inverno, quelle che vanno dal 25 dicembre al 6 gennaio, delle figure femminili volavano sui campi appena seminati per propiziare il raccolto. Erano guidate da Diana, la dea della caccia, o da Satia o Abundantia, (divinità legate all’abbondanza del raccolto).
Con la sovrapposizione del rito cattolico della Chiesa a quello del paganesimo, la Befana fu legata alla storpiatura del termine greco epifanèia – manifestazione – e passò a indicare la comparsa dei Re Magi presso la grotta di Betlemme. E già è tanto che la vecchia a cavallo di una scopa non finì bruciata sul rogo come una strega qualunque.
La Befana fascista
È durante il Ventennio, però, che il suo culto ebbe la massima diffusione. Innanzitutto per fare fronte alle tante esperienze locali, soprattutto dell’Italia centrale, dove ognuno aveva il proprio culto su cui si moltiplicavano miti e leggende, la narrazione della vecchietta del 6 gennaio, fu “nazionalizzata”.
Da un’idea del segretario del partito Filippo Turati, fu creata un’iniziativa benefica volta a tutti. Soprattutto alle classi più povere. Il 6 gennaio 1928 ebbe luogo la prima Befana fascista, una distribuzione dei cosiddetti “pacchi della Befana” contenenti pane, zucchero, caffè, beni di prima necessità e anche qualche giocattolo per i più piccoli. L’idea, successivamente ribattezzata Befana del Duce, ebbe un successo strepitoso. Tanto che industrie e produttori locali donarono tantissimi beni da garantire la distribuzione negli anni, fino addirittura al periodo post bellico. Si pensi che se nel 1930 i pacchi donati superarono i seicentomila, nel 1932 superarono abbondantemente il milione grazie all’organizzazione eccellente delle tantissime Case del Fascio.
Dall’Italia alla Germania
Un’iniziativa di successo la cui eco arrivò fino in Germania. Dove divenne addirittura legge: il 9 ottobre 1936 Hitler inaugura la Winterhilfswerk, un soccorso destinato a combattere le ristrettezze economiche dell’inverno che garantiva non solo cibo, ma anche capi di abbigliamento, reso possibile facendo leva sull’educazione del popolo al vero senso di comunità popolare e del socialismo in azione.
Una vera manna dal cielo per i tedeschi che erano caduti in povertà a causa della prima guerra mondiale. Poi allo stato sociale si sostituì il welfare state, ma questo non è stato un regalo di Babbo Natale né della Befana. E nemmeno un bel regalo. Poiché l’idea piacque a tutti e fu talmente radicata, negli anni del boom economico tutte le più grosse fabbriche e enti statali crearono ripresero il concetto della Befana fascista per crearne una propria: dai Dopolavoro ferroviario (DLF) alla Fiat, passando per le Poste e Telecomunicazioni.
La Befana lungo tutta l’Italia
Un’idea geniale arrivata praticamente intatta fino ai giorni nostri, quando più di una città organizza degli eventi importantissimi. Da quella famosissima di Piazza Navona a Roma fino a Verona, alla più grande festa in suo onore a Urbania (PU). Senza dimenticare quella di Venezia con la regata a lei dedicata, a quella di Piazza del Plebiscito a Napoli, fino a Montescaglioso (MT) e Candela (FG).
Un culto entrato nel DNA di ogni italiano presso cui e grazie al quale la Befana è ancora viva, almeno fin quando non si sarà stancata di portare di dispensare cenere e carbone a streghe e gattare dai capelli viola troppo acide che necessitano più di tutte di dolcetti e leccornie varie. Almeno per un ventennio ancora…
Tony Fabrizio