Roma, 31 mar – Nelle società organiche del mondo antico ordinate verticalmente, la percezione dello scorrere eterno del tempo era ciclica, dove il passato sempre ritorna. “L’eterno ritorno dell’eguale” di Nietzsche afferma la continua morte e rinascita dei mondi, secondo cicli cosmici immutabili ed essenziali affinché tutto si evolva rimanendo sempre fedele se stesso.
L’eterno ritorno
Come dimostrano i ritmi naturali, il giorno e la notte, le stagioni dell’anno, il movimento degli astri, rappresentati dall’Ouroboros, il serpente che si morde la coda. Il simbolo circolare della ciclicità del tempo, dell’energia divina che si consuma e rigenera costantemente, unendo ogni inizio ad ogni fine. Il tempo ciclico è rappresentato dal rito, gesto magico ordinatore e catalizzatore di energie cosmiche, contenitore delle memorie della stirpe e dei suoi principi fondativi.
Le grandi tradizioni prevedono la fine dei tempi con il crollo dell’albero cosmico, seguita dalla rigenerazione ciclica del tutto, destino dell’Oltreuomo, che accetta l’eterno ritorno con suoi attimi negativi e positivi senza disperarsi. Nel tempo ciclico della Tradizione è fondamentale l’appartenenza al proprio luogo, là dove vive il ricordo degli antenati, la loro lingua e le loro visone del mondo.
Dalla percezione ciclica a quella lineare
Dove nasce la comunità di destino, gli stessi avi e gli stessi eredi, uniti dal Genius loci che vive dove parte l’Eroe, archetipo della trasformazione, rappresentazione di uno stadio del cammino umano. La realizzazione del processo di individuazione, il compimento del Dharma, il proprio destino, motivo ultimo della reincarnazione, viaggio che culmina nel ritorno alle radici come nel mito di Ulisse.
Nel tempo della dissoluzione la percezione dello scorrere del tempo è invece lineare. Una sola direzione che scorre dal passato al futuro, con un inizio e una fine. Concezione universalistica, escatologica e messianica del giudeocristianesimo, derivata dall’ebraismo e raccolta dalle sue eresie cristiana e musulmana.
Visione cosmopolita e dissociata, incompatibile con la fedeltà alla stirpe ed alla terra degli avi, caratteristica della fase terminale del ciclo cosmico, che genera il mito profano del progresso.
Il tempo del progressismo
Il progressismo che vanta il miglioramento costante della condizione umana, teoria sconfessata dal malessere psichico crescente. Il progresso oltre l’innegabile aumento delle comodità, del benessere economico non per tutti, dell’aumento della durata della vita a scapito della sua qualità è portatore di buio spirituale e disperazione esistenziale.
La visone progressista del tempo lineare svilisce il passato come dimensione definitivamente morta. Quindi inutile, dimenticando che l’impalpabile e sfuggente attimo presente è fatto dal passato. Così come nella percezione dell’Io si riflette il vissuto della persona, nelle esperienze, nelle emozioni, nei sentimenti e nei traumi.
Il futuro come fine dei tempi, dalla creazione al giudizio finale, con l’esaurirsi della Storia è smentito da tutte le tradizioni che prevedono la rigenerazione del cosmo e il nuovo inizio del mondo. L’attesa spasmodica del futuro, della fine dei tempi con la punizione o la salvezza del tempo lineare, scatena l’ansia anticipatoria di cui soffre l’attuale società, la paura indecifrabile degli eventi futuri.
Un mondo di consumatori
Il progressismo rinnegando il passato cancella identità e comunità, la narrazione di ciò che viene tramandato, le tradizioni e l’anima dei popoli. Predilige la mescolanza etnica, la confusione dei ruoli e dei sessi, delle lingue e delle culture, per creare un nuovo mondo di consumatori funzionale alla smodata sete di guadagno del grande capitale.
Con la percezione del tempo cambiò il corso della Storia, dal tempo ciclico della Tradizione al tempo lineare dell’attesa infinita del giudizio finale. Dalla maestosità del rito alla confusione della paura della fine, dalla certezza dell’infinito alla finitezza del progresso, dalla spiritualità al materialismo. Il tempo lineare e la fine della Storia sono incompatibili con l’eterno ritorno degli dèi e degli eroi.
Roberto Giacomelli