Roma 2 dic – I numeri, ogni tanto, hanno la capacità di parlare più chiaro delle dichiarazioni. Oltre tre miliardi di euro di aiuti militari già forniti all’Ucraina dall’Italia certificano non tanto un coinvolgimento “totale” del nostro Paese nel conflitto – come sostiene certa retorica – quanto una linea intrapresa senza ripensamenti. Eppure, proprio su questa linea strutturata, il Palazzo continua a mettere in scena un dibattito artificiale sul tema della Difesa, fatto di rinvii, distinguo e formule di compromesso, che ha un solo scopo: mascherare una frattura politica che attraversa la maggioranza e che ha un nome preciso.
La Difesa italiana torna nella politica
Il braccio di ferro interno sul decreto armi, con la Lega impegnata a rallentare, diluire o simbolicamente “civilizzare” il sostegno a Kyiv, non è una semplice divergenza tattica. È la manifestazione coerente di una postura che negli ultimi anni ha oscillato tra populismo interno e ambiguità internazionale, fino a sfiorare apertamente una narrativa filorussa travestita da pacifismo. Il richiamo insistente agli “aiuti civili”, l’enfasi sui negoziati messa nei preamboli, la retorica del «non tolgo soldi alla sanità per una guerra persa» servono a un doppio pubblico: rassicurare una base che ha interiorizzato anni di propaganda anti-Nato fine a sè stessa e, allo stesso tempo, evitare lo strappo definitivo con una linea di governo che resta saldamente ancorata all’asse euro-atlantico. Il risultato è un teatrino che non incide sulla sostanza delle decisioni, ma rivela molto sul profilo politico di chi lo alimenta. Questa ambiguità diventa ancora più evidente se la si incrocia con il secondo livello della questione: il ripensamento complessivo dello strumento militare e industriale italiano. Le parole del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano, e la linea portata avanti dal ministro Guido Crosetto non lasciano spazio a interpretazioni ideologiche. L’Italia, come il resto dell’Europa, si trova davanti a un dato di realtà: anni di disinvestimento hanno eroso capacità, scorte, organici e filiere produttive, mentre il contesto internazionale richiede esattamente l’opposto. Prontezza operativa, sostenibilità della risposta convenzionale, deterrenza credibile, superiorità tecnologica nei domini emergenti.
Tra pacifisti e disarmisti il dibattito è inquinato
Dentro questo quadro, l’operazione “Strade Sicure” diventa un simbolo di un uso improprio delle Forze armate. Non per ragioni morali o astratte, ma funzionali. Impiegare circa 6.500 militari in compiti di presidio del territorio mentre lo Stato Maggiore segnala la necessità di forze pronte, addestrate e disponibili per scenari ad alta intensità è una distorsione che nessuna retorica securitaria può giustificare. È la fotografia di uno Stato che ha usato l’Esercito come tampone, rinviando ogni riflessione strategica, e che ora si trova costretto a scegliere. La scelta, inevitabilmente, passa anche dall’industria. E qui cade il secondo grande bluff del dibattito pubblico: quello degli alfieri della deindustrializzazione travestita da pacifismo. Quando Portolano parla della necessità di ricostituire linee produttive essenziali, come quelle della nitrocellulosa e della nitroglicerina, non sta evocando fantasmi bellicisti. Sta semplicemente descrivendo cosa significa autonomia strategica in un mondo in cui le catene di fornitura sono diventate un’arma. Senza capacità produttiva nazionale, senza manutenzione degli stabilimenti, senza continuità nelle forniture, ogni politica di difesa resta dipendente da attori esterni. E la dipendenza, in ambito strategico, è una forma di vulnerabilità.
L’Italia non si sta militarizzando
Il Documento Programmatico Pluriennale 2025-27 va letto esattamente in questa chiave. Non come un elenco di spese, ma come un tentativo di rimettere in asse uno strumento logorato. Investimenti in spazio, comando e controllo, digitalizzazione, mezzi terrestri, navali e aerei; risorse destinate alla ricerca e sviluppo; un’attenzione centrale al mantenimento delle condizioni operative, definito non a caso l’architrave della sostenibilità militare. È il riconoscimento implicito che per anni si è preferito tagliare, rinviare, esternalizzare, salvo poi scoprire che la sicurezza non è un servizio acquistabile a chiamata. Anche il tema degli organici va sottratto alla caricatura. L’ipotesi di un incremento di 10mila unità e di una riserva articolata, con una forte componente specialistica nel settore cyber, non risponde a un’ansia di militarizzazione della società, ma alla trasformazione stessa del conflitto. La guerra ibrida, la pressione sulle infrastrutture critiche, la dimensione cognitiva e informativa rendono obsolete le categorie novecentesche del “tempo di pace” e del “fronte lontano”. È su questo terreno che si misura la credibilità di uno Stato, non sulle dichiarazioni rituali contro la guerra in astratto.
La sovranità si esercita con i mezzi
Alla fine, il nodo politico torna sempre lì. Da un lato c’è una linea che, tra mille contraddizioni, prende atto del mondo così com’è e prova ad attrezzarsi. Dall’altro c’è una miscela di pacifismo disarmista e populismo geopolitico che promette sicurezza senza potenza, sovranità senza industria, pace senza deterrenza. Gli indugi leghisti sul dossier Ucraina e la retorica anti-industriale di certa sinistra finiscono per incontrarsi nello stesso punto: la rimozione sistematica della realtà. Ma la realtà, come dimostrano i numeri e le scelte già compiute, non aspetta i tempi della propaganda. E prima o poi presenta il conto. In termini di credibilità internazionale, di sicurezza nazionale e di capacità di decidere sovranamente del proprio destino.
Sergio Filacchioni