Roma, 7 feb – Ancora una volta la sedicente intellighenzia progressista affida alle matite intrise di livore il compito di sbeffeggiare chi ha il coraggio di nominare la verità. La vignetta di Mauro Biani sulla remigrazione è il perfetto manifesto di una sinistra che, non avendo più alcun argomento per difendere l’accoglienza indiscriminata, imposta dai loro padrini e padroni, il multiculturalismo forzato, l’invasione mascherata e la sostituzione etnica evidente, sceglie la via della delegittimazione morale. Dipingendo come un “abisso” quella che, in realtà, è una esigenza non più procrastinabile per la sopravvivenza della nostra Nazione e del popolo europeo.
Il cupo moralismo di Biani
La satira, per definizione, dovrebbe essere lo strumento per mezzo del quale si compie una missione: castigat ridendo mores (corregge i costumi ridendo). Tuttavia, in quest’opera di Biani, l’ilarità è la grande infoibata, sostituita da un moralismo cupo che non invita al dubbio, ma alla condanna definitiva.
Nella vignetta, il volto del personaggio politico del momento – identificabile in Roberto Vannacci – è collocato nel punto più profondo di una voragine scavata nel terreno. Il termine remigrazione associato a un buco nero suggerisce un’equiparazione tra l’idea politica e l’abisso morale. Invece di smontare l’argomento attraverso l’ironia e l’assurdo, la satira si limita a dire che l’avversario è il male ed è (perciò?) sprofondato sottoterra. Il messaggio, a dispetto di una satira che dovrebbe essere stratificata, appare unilaterale e didascalica. Il lettore che già odia il soggetto rappresentato si sente confermato nella propria (supposta) superiorità morale, mentre il lettore indeciso e di opinione contraria vede solo un attacco che chiude ogni canale di dialogo e contraddittorio. Il risultato? La satira che diventa il solito tribunale ed emette sentenze di indegnità morale perde la sua funzione di “contropotere” per diventare il solito strumento di propaganda speculare.
Un Charlie Hebdo che non ce l’ha fatta
Le matite del montmartrois (anti)italiano – che scarabocchiano in maniera immonda il Manifesto fino a farlo apparire la brutta copia di uno Charlie Hebdo che non ce l’ha fatta – sempre più pennello della propaganda d’ordinanza, partorisce l’ennesimo insulto contro chiunque osi alzare la testa. Dipingere la remigrazione come un abisso morale non è solo un errore logico. Ma un vero atto di guerra culturale contro il volere del popolo italiano. La remigrazione oggi come oggi, come testimoniano le oltre centomila firme raccolte in meno di una settimana, solo online, che riguardano solo la fascia più digitalizzata d’Italia, che continuano a crescere di numero e che si uniranno a quelle raccolte nel corso dei banchetti cittadini, suona come un vero dovere morale identitario.
Mentre i salotti buoni inorridiscono davanti al termine remigrazione, l’Italia reale, dal centro città alla periferia, dagli studenti ai pensionati, ne sperimenta l’urgenza. Non si tratta di “scavare il fondo” come vorrebbe suggerire il vignettista. Quanto di bonificare il futuro. In una Nazione che soffre per la mancanza di sicurezza e per una identità attentata e messa sempre più sotto assedio, il ripristino del vivere civile e il ritorno nei paesi d’origine di chi non ha diritto di restare in Italia, come di chi vorrebbe ritornare ma non riesce, diventa una impellente necessità. Una risposta che tutti aspettano. La sola cosa che ormai resta da fare. È una questione di sovranità, di buon senso e di rispetto per tutti gli italiani onesti che concorrono al bene della Nazione e chiedono solo di vivere nella propria Terra con dignità e sicurezza.
Il silenzio complice e colpevole della sinistra
C’è un aspetto ulteriore, però, che rende la satira di Biani non solo ingiusta, ma profondamente ipocrita. La stessa sinistra che oggi utilizza il termine remigrazione per evocare spettri del passato, è la stessa che per decenni ha steso un velo di omertoso silenzio su una delle pagine più tragiche della nostra storia di cui proprio i suoi mentori sono stati degni protagonisti: le Foibe.
Mentre a sinistra si accaniscono contro figure come il generale Vannacci o contro chiunque chieda il controllo dei confini, i compagni continuano a essere, e pure con un certo e non celato orgoglio, la manovalanza acefala del comunismo titino. Ancora oggi assistiamo a tentativi di giustificazionismo o, peggio, all’uso politico degli avvenimenti per nascondere le proprie colpe. E riscrivere a proprio piacimento la storia. Tentano di fare persino del (nessuno si offenderà se chiamiamo le cose col proprio nome?) black humor sfanculando addirittura il loro mondo petoloso e politicamente corretto. Ma il loro è un umorismo che fa piangere e pure indignare. Li eleva, così, a campioni della doppia morale. Esaltano l’accoglienza indiscriminata di oggi, mentre non sono mai riusciti a dire una sola parola per l’odio riservato verso gli esuli istiani-giuliano-dalmati, accolti da sputi e sassi dai loro nonni politici e trattati come appestati perché “colpevoli” di amare l’Italia.
Il vero abisso della sinistra
L’unico vero abisso evidente e non disegnato è quello di una sinistra progressista che è racchiusa negli attici delle loro proprietà delle zone Ztl. A furia di pensare a tutti tranne che agli italiani, ha perso il contatto con il popolo, con la gente comune, con la realtà.
Continuare a usare la tragedia delle Foibe come un ingombro da minimizzare, mentre si demonizza chiunque voglia difendere i confini, è la soluzione finale di una farsa ormai al tramonto. Una logica e conseguenziale fine di una classe intellettuale e politica parassitaria che odia la propria bandiera, sputa sui propri eroi e non ha più memoria del suo popolo. La remigrazione non è una caduta verso il basso, ma le basi per una ineluttabile risalita verso la dignità nazionale.
Tony Fabrizio