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Figli della Luce: i fratelli Lumière tra Europa, Tecnica e Mito

by Marco Battistini
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Roma, 24 feb – In un mondo in cui l’informatizzazione sembra correre sempre più veloce, non è così peregrino pensare che si possa avere la capacità di agire nel reale solamente se si ha l’abilità di saper maneggiare anche il virtuale. All’incirca un secolo fa, ben prima dell’avvento di internet, era la cinematografia ad essere considerata come l’arma più forte. D’altronde in questa parte di globo l’uomo europeo ha avuto, fin dall’inizio della storia, un particolare rapporto con la tecnica. Una triangolazione che si chiude con la ricerca perpetua del mito. Ritroviamo tutti e tre i vertici del poligono nell’ultimo libro di Adriano Scianca: Figli della luce. I fratelli Lumière, il genio europeo, il Fascismo

I fratelli Auguste e Louis Lumière

Edito da Inquadrature Perfette l’agile volume ci porta nella vivace Francia di fine Ottocento. Partendo dalle (dis)avventure imprenditoriali del padre Antoine si ripercorrono, senza scadere nella stucchevolezza che molto spesso caratterizza i lavori biografici, diversi passaggi della vita di Auguste e Louis.

Una famiglia numerosa, due fratelli che – come nei film, prima dei film – giurano di esserci sempre l’uno per l’altro (già grandi e famosi, nel primo dopoguerra prenderanno strade parzialmente diverse, senza mai rompere i legami). Nel taglio dato da Scianca all’opera, particolarmente ficcante l’immagine dei fratelli Lumière che studiano, sperimentano e lavorano divisi per poi ritrovarsi a tavola la sera e mettere congiuntamente a terra spunti e idee.

Si parla, ovviamente, della genesi del cinema: oltre alle sedimentazioni di questo paziente ma deciso processo, la scintilla arriva grazie a «un’intuizione subitanea e folgorante» di Auguste, colta in passeggiata davanti a un negozio nel centro di Lione. Poi mesi di tentativi fino ad un’altra illuminazione, questa volta di Louis.

La cattura del movimento 

Un’idea fissa, la cattura del movimento e la sua riproduzione. Louis negli anni Trenta si appassionerà al volo e alle auto, allora simboli futuristi. Tecnica, scoperta, avventura, velocità: tutto ciò che gira attorno alla vita dei Lumière trasuda di spirito europeo.

Al genio dell’inventore, si affianca le vena imprenditoriale: prima i brevetti – in sessant’anni ne saranno depositati 240 nei più disparati campi, ai quali vanno aggiunte 500 comunicazioni alle accademie scientifiche – poi la (ancora rudimentale) rete commerciale su tutto il territorio continentale, royalties ai concessionari e piccoli grandi accorgimenti per prevenire lo spionaggio industriale.

I fratelli Lumière e la politica

Il cinematografo, sebbene riscuota fin da subito un buon consenso popolare, come ogni novità non venne mai totalmente compresa (quando non rifiutata in toto) dai pensatori del tempo. Chi capisce, forse prima di altri, la portata sociale dell’invenzione dei fratelli Lumière è sicuramente Benito Mussolini. Il Duce riceve Louis nel 1935: quest’ultimo, poco incline alle faccende politiche, come gran parte dell’opinione pubblica transalpina vede però di buon occhio l’operato giovane e vitale dello statista romagnolo. Sarà invece Auguste – in un’intervista che si affretterà a disconoscere nel secondo dopoguerra – a chiarire come la pacificazione dell’Europa potesse passare solamente dai destini di Francia e Germania, due cavalieri che dopo essersi «combattuti fino allo sfinimento» avrebbero dovuto darsi la mano per cercare «un’altra gloria» rispetto allo scontro fratricida.

Una struttura dell’immaginario

Europa, Tecnica, Mito. Ma come ricorda l’editore Attilio Sodi Russotto nella prefazione per i fratelli Lumière «il cinema non fu mai arte, bensì un progresso tecnico». Questione di anni – pochi – per farlo diventare quella «struttura dell’immaginario» che ancora oggi possiamo apprezzare, completando così la tensione verticale di Auguste e Louis verso l’orizzonte della bellezza. D’altronde, tornando all’autore di Figli della luce, «i fondatori degli imperi non sempre sono anche coloro che ne consolidano le frontiere».

Marco Battistini

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