Roma, 1 apr – Da quando è emersa per la prima volta all’attenzione pubblica, con le immagini delle catene in un tribunale ungherese, fino al controllo di polizia nella sua stanza d’albergo a Roma, la vicenda di Ilaria Salis è stata raccontata quasi esclusivamente attraverso le lenti dell’abuso e dello “Stato di polizia”. Ma qual è la parte di storia che resta fuori da questo racconto? La parte rimossa riguarda soprattutto il contesto giudiziario e investigativo europeo dentro cui il nome di Salis continua a circolare con una certa insistenza.
Le indagini tedesche riportano Ilaria Salis nel perimetro giudiziario
Il passaggio televisivo andato in onda ieri sera su Otto e mezzo, introduce un elemento che rompe questa linearità narrativa che nel tempo è servita a costruire una legittimità politica per la Salis. In studio, il direttore di Die Zeit, Giovanni di Lorenzo, ha parlato apertamente di “indagini ad alto livello” in Germania, collegate non solo alla figura della Salis ma a un gruppo più ampio e a una rete investigativa che coinvolge anche l’Ungheria. Il riferimento non è generico: riguarda attività definite di matrice estremista e si inserisce in un quadro europeo di cooperazione tra apparati giudiziari e di sicurezza. Il dato centrale è questo: mentre in Italia il caso continua a essere interpretato come una controversia politico-giudiziaria circoscritta al contesto ungherese, dalle autorità tedesche emerge una lettura diversa, che colloca la vicenda dentro un perimetro più ampio. Non si tratta più soltanto delle imputazioni formulate a Budapest, ma di un’inchiesta parallela che si sviluppa su più livelli e che incrocia ambienti dell’area antifascista europea.
Budapest: le aggressioni rimosse dal racconto della sinistra
Per comprendere questo scarto serve tornare ai fatti, che spesso nel racconto finiscono per essere smarriti. Febbraio 2023, Budapest. In occasione del cosiddetto “Giorno dell’Onore”, evento che negli anni ha assunto una dimensione europea per ambienti dell’estrema destra, si registrano una serie di aggressioni ai danni di partecipanti. Le dinamiche appaiono strutturate: piccoli gruppi, abbigliamento coordinato, utilizzo di spray urticante e manganelli telescopici, azioni rapide seguite da fuga. I referti medici parlano di traumi significativi, fratture e lesioni oculari. Non è vero che contro la Salis non ci sono prove: è più giusto dire che c’è una forte componente indiziaria. Il quadro probatorio ricostruito dalle autorità ungheresi si fonda su elementi reali e convergenti: presenza della Salis nelle stesse aree, ricostruzione degli spostamenti, materiali sequestrati. Tra questi, anche oggetti compatibili con quelli utilizzati nelle aggressioni: spray, guanti, manganello. La contestazione principale resta quella di lesioni aggravate e partecipazione a un’organizzazione. L’impianto – lo ripetiamo – è indiziario, senza una prova “regina”, ma costruito su una rete di corrispondenze tutt’altro che fantasiose.
Lo sviluppo tedesco sulla galassia antifascista
Da quel momento la vicenda si sviluppa su due binari che in Italia sono stati spesso separati artificiosamente. Il primo è il binario dei diritti, delle condizioni di detenzione, dell’uso delle catene in aula, della durata della custodia cautelare, del profilo politico della giustizia ungherese e del rapporto conflittuale tra Budapest e una parte dell’opinione pubblica europea. Su questo terreno il caso Salis è diventato simbolico già all’inizio del 2024. Il secondo è il binario delle indagini sulle reti militanti, sulla preparazione delle azioni violente, sui collegamenti transnazionali e sulla presenza di soggetti tedeschi e di altre nazionalità già noti agli apparati investigativi. È questo secondo binario che oggi riemerge. Il nome che torna con più insistenza è quello di “Antifa Ost”, la rete dell’estrema sinistra tedesca che una parte della stampa ha ribattezzato “Hammerbande”, la “banda del martello”, per il tipo di aggressioni attribuite ai suoi membri in Germania. Open riferisce che tra i gruppi finiti nel mirino di Berlino c’è proprio Antifa-Ost e richiama l’esistenza, in Sassonia, sia di una unità speciale di polizia dedicata all’estremismo di sinistra, la Soko LinX, sia del monitoraggio dell’intelligence interna tedesca. La stessa vicenda giudiziaria tedesca attorno ai fatti di Budapest e alle aggressioni contro ambienti dell’ultradestra ha prodotto negli ultimi due anni arresti, mandati, processi e richieste di estradizione, a conferma che il capitolo ungherese viene trattato da Berlino come una diramazione di un fenomeno più vasto, non come un episodio isolato.
La Salis torna come figura interessata dai fatti
Insomma, la segnalazione partita dalla Germania e recepita dalle autorità italiane mostra che il nome di Salis resta inserito in un circuito di attenzione operativa. Repubblica colloca la segnalazione al 2 marzo, quando Salis era già eurodeputata, e sottolinea che il monitoraggio tedesco riguarderebbe i suoi contatti attuali più che una formale imputazione già definita. RaiNews e Ansa confermano che la richiesta era abbastanza cogente da imporre alla polizia italiana l’identificazione, ma anche abbastanza delimitata da fermarsi appena accertata l’identità dell’europarlamentare. In altre parole: il controllo di Roma non racconta una persecuzione improvvisata, racconta l’esistenza di un alert ancora attivo dentro i canali di cooperazione europea. E proprio questo passaggio riporta la vicenda nel suo vero perimetro: Finché il caso viene raccontato solo come scontro tra Salis e l’Ungheria di Orbán, il focus cade sulle garanzie, sui simboli e sulla sproporzione delle immagini. Quando invece si guarda al versante tedesco, emerge un altro profilo: la presenza di una rete investigativa che collega Budapest a Berlino e che colloca Salis, almeno come figura di interesse investigativo o di monitoraggio, in un contesto di estremismo politico organizzato.
L’imbarazzo della Gruber è l’imbarazzo di tutta la sinistra
È per questo che la frase pronunciata da di Lorenzo ha creato un evidente imbarazzo nello studio della Gruber: perchè riporta la scena dalla marchetta di sinistra alla natura giudiziaria da cui è nata. La costruzione pubblica del “caso Salis” ha funzionato per mesi attraverso una riduzione narrativa: una donna incatenata in un’aula di tribunale, un Paese orientale descritto come periferia autoritaria d’Europa, una campagna per i diritti culminata nell’elezione al Parlamento europeo. Tutto questo ha avuto una forza simbolica enorme, ma ha anche schiacciato il resto. È rimasto ai margini il profilo delle accuse, la dimensione organizzata delle aggressioni contestate, il coinvolgimento di altri militanti tedeschi e il fatto che, nel frattempo, il fascicolo Budapest sia diventato parte di un mosaico molto più vasto sui circuiti violenti dell’antifascismo militante tedesco. Da qui deriva anche una conclusione più ampia. Il caso Salis non può più essere letto soltanto come una controversia tra una militante italiana e la giustizia ungherese. Oggi appare come l’incrocio di tre piani distinti ma comunicanti: il piano giudiziario ungherese, ancora sospeso; il piano politico-mediatico italiano, che ha trasformato la vicenda in simbolo; il piano investigativo tedesco, che la inserisce nel problema europeo della violenza politica organizzata in area antagonista.
I mostri della sinistra consensuale con la violenza
Dentro questo quadro si apre una questione che non riguarda più soltanto Salis, ma la scelta compiuta da Alleanza Verdi e Sinistra. Trasformare una figura al centro di un caso giudiziario internazionale in una candidatura simbolica significava assumersi un rischio preciso: quello di sovrapporre il piano della mobilitazione politica a quello della rappresentanza istituzionale. La narrazione della “perseguitata” ha funzionato sul piano mediatico ed elettorale, ma non risolve il nodo della compatibilità con un ruolo europeo che richiede stabilità, credibilità e autonomia da contenziosi giudiziari aperti o in evoluzione. La domanda, a questo punto, diventa inevitabile: quella candidatura è stata una scelta consapevole rispetto alle implicazioni internazionali del caso, oppure una scommessa costruita sull’impatto immediato del consenso? Oggi il tema non è più il rendimento elettorale di una figura capace di attivare un elettorato oppositivo. Il tema è la responsabilità politica di aver portato dentro il Parlamento europeo un caso ancora aperto su più livelli, con implicazioni che superano il perimetro nazionale. Una responsabilità che non si misura nel breve periodo, ma nella capacità di sostenere nel tempo le conseguenze di quella scelta, sul piano istituzionale e su quello politico.
Vincenzo Monti