Roma, 10 mar – La notizia di una recente decisione del governo di Pechino sull’industria automobilistica mi ha fatto ripensare a un dialogo tra il generale Roberto Vannacci e il filosofo Diego Fusaro riguardante quale sia il miglior sistema economico per la gestione di un Paese.
Andiamo per gradi. Nel dialogo, Vannacci sosteneva che il sistema capace di generare maggiore benessere per i cittadini fosse il capitalismo, inteso come motore di produzione della ricchezza. Fusaro, al contrario, ne criticava gli squilibri a danno delle fasce più svantaggiate della popolazione, portando come esempio i milioni di poveri presenti nella società americana privi persino di un’assistenza sanitaria adeguata. Ascoltando quel confronto, mi rimasero alcune perplessità: entrambi facevano riferimento o al capitalismo del presunto libero mercato o al marxismo del mercato pianificato, come se non esistesse altro da poter scegliere.
Il libero mercato non esiste
Poi è arrivata la notizia di pochi giorni fa: il governo cinese ha proibito alle aziende automobilistiche nazionali di farsi concorrenza tra loro vendendo le vetture sotto i costi di produzione, per evitare una spirale di fallimenti. E allora viene spontaneo chiedersi: che fine fa, in questo caso, la libera concorrenza alla Vannacci? E come si concilia la conquista del mercato europeo — dove le auto cinesi potrebbero arrivare a un milione di vetture vendute già nel 2026 — con un governo che interviene apertamente per frenare il capitalismo? La realtà è che non esistono solo i sistemi evocati da Vannacci e Fusaro. Anche se molti fingono che la cosiddetta Terza Via sia scomparsa nel 1945, essa ricompare puntualmente ogni volta che uno Stato decide di intervenire per difendere il proprio sistema produttivo. Vietare alle aziende della stessa nazione di scontrarsi fino al rischio di fallimento è, semplicemente, una decisione di buon senso. Una decisione che qualsiasi governo fascista avrebbe preso prima del 1945.
Il capitalismo deregolato
A questo punto vale la pena allargare il discorso al tanto celebrato capitalismo. Vogliamo davvero continuare a raccontarci che il libero mercato esiste? Possiamo almeno tra di noi evitare qualche ipocrisia? Quando il mercato è davvero “libero”, le industrie possono possedere le banche o le banche possono possedere le industrie. Così il deposito dei risparmi dei cittadini può finire prestato a un’azienda gestita malissimo — si pensi agli incapaci alla guida di Stellantis — semplicemente perché la banca è controllata dalla stessa industria. Addio trasparenza, addio tutela dei correntisti. Un sistema perfetto, vero? O forse sarebbe il caso di ripassare la legge bancaria introdotta dal fascismo nel 1925 e poi ripresa negli Stati Uniti da Roosevelt dopo la crisi del 1929, che vietava proprio questo tipo di incroci.
Oppure si pensi a quando le banche prestano denaro senza che nessuno controlli davvero l’equilibrio dei bilanci. Così può accadere che un istituto arrivi a prestare fino a 54 volte il proprio patrimonio di sicurezza, come avvenne negli Stati Uniti nella crisi dei mutui del 2008. Il risultato? 224 banche fallite e lo Stato costretto a intervenire per salvare le quattro più grandi con lo slogan too big to fail. Orribile scandalo: lo Stato americano che interviene a dirigere il mercato, proprio come farebbe un governo cinese qualsiasi. In realtà non c’è nulla di scandaloso: c’è solo molta ipocrisia. Anche perché quella stessa legge bancaria ispirata al modello del 1925 era stata progressivamente smantellata da Bill Clinton in nome del libero mercato pochi anni prima del disastro del 2008.
Un disastro annunciato
In realtà il capitalismo lasciato completamente libero ha prodotto soprattutto disastri di dimensioni globali. Si pensi alla scelta di globalizzare le produzioni, distruggendo interi sistemi sociali europei e accompagnando il processo con la decisione di trasferire tecnologie e know-how a Paesi come Cina e India. Oggi quei Paesi sono pronti a invadere i mercati occidentali con i loro prodotti, con la precisazione che ormai non si limitano più neppure a copiare. Eppure, ogni volta che qualcuno propone dazi o strumenti di protezione economica, i sacerdoti del libero mercato gridano allo scandalo — gli stessi che crearono la Wto proprio per limitare i dazi. Infine resta una domanda: le tragiche delocalizzazioni globali sarebbero davvero avvenute con la stessa brutalità se fosse rimasta in vigore una legge sulla cogestione come la 375 del giugno 1944, poi cancellata dopo il 1945 grazie a un accordo tra i capitalisti e il Pci? Forse anche un sindacato come quello guidato oggi da Maurizio Landini, rimasto a guardare la distruzione dell’automotive italiano mentre il principale quotidiano del gruppo Stellantis, Repubblica, celebrava i suoi dirigenti, avrebbe dovuto fare i conti con la presenza dei lavoratori nei consigli di amministrazione, come quella legge prevedeva.
Il libero mercato perde sempre
A volte basta guardare oltre le etichette ideologiche per accorgersi che il cosiddetto libero mercato non è mai esistito davvero. E che ogni sistema economico, quando vuole sopravvivere, finisce inevitabilmente per fare ciò che gli Stati hanno sempre fatto: intervenire.
Carlo Maria Persano