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La casa intoccabile della magistratura: Tobagi e il culto ideologico dello status quo

by Sergio Filacchioni
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Roma, 10 feb – L’intervista rilasciata da Benedetta Tobagi a Il Fatto Quotidiano suona meno come una riflessione storica o giuridica e più come un atto di fede politico-culturale. La tesi è semplice: se la riforma della magistratura fosse esistita nelle stagioni di terrorismo e stragi, non avremmo saputo nulla di quegli eventi. Il messaggio è chiaro: senza l’attuale assetto giudiziario accusatorio, non c’è verità, non c’è storia, non c’è memoria. Ma questa affermazione non è un argomento. È un postulato ideologico, e va smontato per quello che è: una difesa d’ufficio dell’apparato giudiziario attuale, presentata come un imperativo morale e storico. E no, la questione non riguarda il ricordo del passato. Riguarda il potere istituzionale di chi decide ciò che è vero e ciò che non lo è, di chi difende un modello di giustizia che – proprio nelle stagioni più controverse della Repubblica – ha dato prova di incapacità, omissioni, se non peggio.

La riforma della magistratura secondo Tobagi

Gli anni di piombo non furono semplici. Non sono un monolite interpretativo. La vulgata dominante ha infatti trasformato quegli anni in un discorso che facilita un sistema di potere ben preciso: la responsabilità è tutta della destra eversiva, dei settori deviati dello Stato, e la magistratura è stato l’unico baluardo di verità. Ma questa narrazione non solo è semplicistica; è stata spesso strumentale. Le inchieste giudiziarie di allora furono segnate da depistaggi, omissioni, reticenze. Non è un caso che certe piste – oggi vagliate da chi fa analisi storica vera – siano state per anni accantonate o liquidate. Ma se ne parla poco, perché la narrazione dominante non ammette una lettura che non sia orientata verso un’unica colpa morale: quella della destra eversiva e del neo-fascismo. Tobagi quindi non parla di realtà storica. Si frappone alla riforma con un dispositivo retorico consolidato: chiunque metta in discussione questo sistema è nemico della verità.

La finta neutralità della cultura accademica

È qui che il gioco di un certa cultura si fa più palese. Storici, accademici, intellettuali che si presentano come osservatori “imparziali”, ma che in realtà svolgono una funzione di legittimazione ideologica. Non producono sapere critico, producono copertura simbolica. Trasformano un assetto di potere in un fatto naturale, una scelta politica in una necessità storica, una costruzione istituzionale in un presidio etico permanente. È la stessa dinamica che abbiamo visto all’opera con altri nomi celebri del panorama culturale italiano: la neutralità proclamata serve solo a rendere più efficace l’intervento politico. Ma quando la Tobagi afferma che senza questo sistema non avremmo conosciuto la “verità” sulle stragi, implicitamente afferma anche altro: che il sistema non è riformabile, che le sue distorsioni sono un prezzo accettabile, che le sue omissioni non contano. Ma soprattutto afferma che la verità non è qualcosa da cercare, bensì qualcosa che è già stata concessa, stabilita, certificata una volta per tutte. Una verità che coincide perfettamente con l’egemonia culturale della sinistra, con la sua lettura degli anni Settanta, con il suo racconto morale della Repubblica.

Rompere con le ambiguità strutturali

Il risultato è un cortocircuito politico grave. Da un lato si invoca la giustizia come valore assoluto, dall’altro si difende un sistema che ha prodotto ingiustizia, e che continua a produrla. Da un lato si parla di verità, dall’altro si impedisce qualunque revisione critica delle modalità con cui quella verità è stata costruita. La stagione delle stragi viene così sottratta alla ricerca storico-giuridica e consegnata alla liturgia, utilizzata come arma polemica contro chiunque osi mettere in discussione il ruolo salvifico della magistratura. In questo quadro, la separazione delle carriere non è una minaccia alla verità, ma una minaccia a un potere consolidato. È la possibilità, finalmente, di distinguere ruoli, responsabilità, funzioni. È la possibilità di rompere l’ambiguità strutturale di un sistema in cui chi accusa è percepito come portatore di un mandato morale superiore, e quindi sottratto a ogni critica. Forse, se quella distinzione fosse esistita prima, molte verità sarebbero emerse con maggiore chiarezza. Forse non avremmo avuto processi costruiti per chiudere i conti con la politica extra-parlamentare più che per chiarire i fatti. Forse non avremmo avuto decenni di silenzi selettivi e certezze prefabbricate. Forse non avremmo avuto questa mediocre e finta morale post-ideologica.

La magistratura come punto di non ritorno della sinistra

La reazione scomposta di una parte del mondo culturale a ogni ipotesi di riforma dice molto. Dice una volta di più che la posta in gioco non è tecnica, ma politica. Dice che ciò che si vuole difendere non è la giustizia, ma un sistema di potere che ha fatto della magistratura un attore centrale del conflitto politico e simbolico italiano. Dice che per alcuni la verità non è un processo, ma un possesso. Ed è proprio per questo che il dibattito va riportato sul terreno politico, senza complessi e senza inginocchiamenti rituali davanti ai dogmi del passato. Non è necessario giustificarsi per mettere in discussione una narrazione che ha già mostrato tutte le sue crepe. È necessario, al contrario, rivendicare il diritto di farlo. Perché una politica che non può mettere mano alla giustizia senza essere accusata di attentare alla “Verità” non governa davvero: è una politica commissariata sul piano culturale, paralizzata sul piano decisionale e, proprio per questo, destinata all’inutilità.

Sergio Filacchioni

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