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Marx, Musk e la fine del lavoro

by Sergio Filacchioni
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Musk

Roma, 20 nov – Quando Elon Musk parla, soprattutto davanti a una platea di investitori e decisori globali, non sta mai improvvisando. Al U.S.–Saudi Investment Forum, l’uomo che controlla Tesla, X, SpaceX e Neuralink ha presentato una delle dichiarazioni più ambiziose – e inquietanti – dell’immaginario tecnologico contemporaneo: tra venti o trent’anni, grazie alla convergenza fra intelligenza artificiale e robotica umanoide, il lavoro diventerà “opzionale”, il denaro “molto meno rilevante”, e gli Stati proveranno a garantire una “universal high income” che permetta a tutti di accedere a beni e servizi prodotti da macchine intelligenti. Non è un’utopia improvvisata né una boutade visionaria per colpire un pubblico benestante. È un manifesto politico. Rappresenta la narrazione con cui l’oligarchia tecnologica sta cercando di plasmare il futuro: non più il progresso inteso come aumento del benessere attraverso la partecipazione sociale, ma l’automazione totale come condizione per ripensare la relazione fra potere, ricchezza e popolazione.

Da Marx a Musk: il regno della libertà

La suggestione di un mondo abbondante, in cui robot e IA garantiscono la fine della scarsità materiale e dell’obbligo lavorativo, richiama immediatamente la promessa marxiana di un “regno della libertà” dove gli automatismi liberano l’uomo dal bisogno. Un’associazione inevitabile, ma profondamente fuorviante se non approfondita a dovere. Che un livello estremo di automazione possa avvicinare la società a una condizione post-scarsità era chiaro anche a Marx; ma per lui tale trasformazione implicava la socializzazione dei mezzi di produzione, non la loro concentrazione definitiva nelle mani di un’élite. Insomma, l’idea di un mondo dove il lavoro umano diventa un’opzione è vecchia di più di un secolo, ma Musk la presenta nella forma completamente inversa: non come liberazione collettiva, ma come stabilizzazione dell’ordine proprietario esistente. Automatismo totale in alto, dipendenza totale in basso. La tecnologia abolisce la fatica, ma non redistribuisce il potere. L’automazione produce ricchezza, ma la proprietà dell’automazione resta nelle mani dei signori dell’hardware, del software e dei dati. Il risultato più che un comunismo “classico” è un capitalismo oligopolistico al suo stadio più avanzato.

Un reddito universale elargito dallo Stato

Nel modello evocato da Musk, il ricorso al lavoro non sarebbe più un obbligo imposto dal bisogno ma una scelta personale, un’attività che si esercita per “piacere”, quasi fosse un complemento estetico della vita. Una visione che certo potrebbe avere richiami apertamente Gentiliani o Poundiani. Anche se per Gentile l’umanesimo del lavoro era una concezione spirituale: il lavoro come espressione più alta della creatività dell’uomo che agendo trasforma il mondo e realizza se stesso come spirito. Per Musk però, tale possibilità di vita dovrebbe essere sostenuta da una “universal high income”, un reddito universale elevato elargito dallo Stato affinché ogni individuo possa permettersi l’accesso ai beni e ai servizi prodotti dalle macchine intelligenti. Ma è proprio su questo punto che la visione, da paradisiaca, diventa opaca. Musk non chiarisce in che modo l’ottimizzazione dei mezzi di produzione – robotica, IA, digitalizzazione integrale – dovrebbe tradursi in una razionalizzazione dell’impiego dei capitali e della massa monetaria. Non spiega come gli Stati potrebbero finanziare un reddito universale “alto”, né quali meccanismi fiscali, patrimoniali o monetari lo renderebbero possibile. La questione resta sospesa in un vuoto teorico: chi paga? Con quali strumenti? E soprattutto: con quale rapporto di forza tra Stati, cittadini e colossi privati?

Un nuovo “comunismo oligarchico”

La risposta implicita è disarmante: nessuna redistribuzione reale, nessuna socializzazione dei profitti generati dall’automazione, nessuna messa in discussione della proprietà delle infrastrutture tecnologiche. A produrre sono le macchine; a possedere le macchine sono i miliardari; allo Stato resta il compito di distribuire una rendita sufficiente a mantenere la stabilità sociale. La “universal high income” si riduce così a un meccanismo di contenimento: uno strumento di pacificazione delle masse espulse dalla produzione, una gestione tecnocratica della quiete pubblica, non un progetto emancipatore. Lavorare diventa facoltativo, sì, ma vivere dipendente da una rendita pubblica stabile diventa obbligatorio. Una libertà apparente, costruita su una dipendenza reale. Ed è qui che il confine tra Marx e Musk diventa più trasparente, perchè entra in gioco il rischio di un “comunismo oligarchico”, categoria che sintetizza perfettamente l’ambiguità del modello. Un sistema in cui una minoranza irrisoria concentra nelle proprie mani ricchezza, infrastrutture e know-how tecnologico, mentre la popolazione vive grazie a una sussistenza statale, “generosamente” somministrata da governi ormai ridotti al ruolo di agenti pagatori degli stessi oligarchi di cui dipendono. Il lavoro non scompare: si restringe a competenze di altissimo livello, riservate a una piccola élite di tecnici e manager che custodiscono e alimentano l’apparato automatico. Per tutti gli altri, la vita quotidiana è una combinazione di consumo garantito e marginalità funzionale. Non è un’utopia dell’abbondanza: è un modello post-storico di controllo in cui stati, nazioni e confini vengono aboliti automaticamente.

La questione del denaro

A rendere il quadro ancora più problematico è la retorica secondo cui “il denaro sarà meno rilevante”. Una frase seduttiva che regge solo se si considera il denaro nella sua funzione più banale: mezzo di scambio per acquistare beni. Ma il denaro, nel capitalismo avanzato, è soprattutto potere sugli asset: energia, terra, dati, infrastrutture, reti finanziarie, brevetti. Anche se i beni di largo consumo dovessero diventare quasi gratuiti, la proprietà delle infrastrutture decisive continuerà a generare profitti giganteschi e a determinare le gerarchie sociali. In un mondo automatizzato, la differenza tra possedere la piattaforma o utilizzarla coincide con la differenza tra essere sovrani o essere mantenuti. La frase “il denaro conterà meno” nasconde un’evidenza rovesciata: conterà meno per chi non ne ha, mentre per chi controlla l’automazione conterà infinitamente di più. C’è poi un’evidente questione antropologica, che Musk liquida con leggerezza quando ammette che, senza lavoro, il vero problema sarà il “senso”. Una risposta che rivela un limite enorme: concepisce la società come un insieme di individui isolati che cercano la propria autorealizzazione tra hobby, creatività e intrattenimento. Scompare il lavoro come struttura identitaria, come legame sociale, come tessuto comunitario. Scompare l’idea di popolo come progetto, come responsabilità condivisa, come destino collettivo. Resta solo una popolazione mantenuta e un’élite proprietaria. È difficile immaginare un modello più radicalmente anti-politico.

Musk fa un invito al potere

Quanto detto da Musk va dunque letto non come uno scenario oggettivo, ma come un invito al potere: investite in noi, affidateci le infrastrutture, lasciate a noi la gestione tecnica del mondo; in cambio vi promettiamo stabilità, abbondanza e popolazioni tranquille grazie a un reddito universale che eviterà conflitti. È questa la frase non detta dietro l’utopia tecnologica: la prosperità non sarà più un fatto sociale, ma un prodotto dell’ingegneria privata; lo Stato non sarà più un arbitro, ma un distributore di crediti. E il cittadino, liberato dal lavoro ma non dal bisogno, scivolerà in una dipendenza silenziosa verso chi detiene i mezzi della nuova produzione: algoritmi, robot, reti, energia, brevetti, infrastrutture. La visione di Musk, dunque, non può essere archiviata come una fantasia tecnologica. È il racconto con cui una parte crescente dell’élite globale sta cercando di legittimare la propria egemonia sull’era dell’automazione.

Dietro le utopie c’è sempre la stessa fine

La promessa è senz’altro seducente: un mondo senza lavoro e senza scarsità. Ma il costo politico è devastante: un mondo senza sovranità, senza comunità e senza potere diffuso. Non è il futuro che ci attende in modo neutrale: è il futuro che qualcuno sta provando a costruire. La vera domanda non è se l’automazione abolirà il lavoro, ma chi controllerà le macchine che lo faranno, chi detterà le regole dell’abbondanza e, soprattutto, se i popoli accetteranno di trasformarsi in utenti mantenuti anziché in soggetti politici. All’orizzonte, più che la fine del lavoro sembra apparire una vecchia compagna di viaggio: la fine della storia.

Sergio Filacchioni

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