Roma, 9 gen – Le proteste degli agricoltori europei tornate a Bruxelles lo scorso dicembre non sono un’anomalia né un rigurgito corporativo. Sono il punto di emersione di una contraddizione strutturale che l’Unione europea fatica sempre più a tenere insieme: quella tra ambizione geopolitica, liberalizzazione commerciale e tenuta del proprio modello produttivo interno. Il caso dell’accordo tra Unione europea e Mercosur è esemplare perché costringe a uscire dalla semplificazione ideologica e a misurarsi con il merito delle scelte.
Mercosur ed Europa: un mercato unico
Il Mercosur, mercato comune sudamericano che riunisce Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, è un blocco economico di circa 270 milioni di abitanti, con una forte vocazione agricola e un ruolo crescente nelle catene globali delle materie prime. L’accordo con l’UE, negoziato per oltre venticinque anni, mira a creare la più ampia area di libero scambio al mondo, eliminando progressivamente i dazi su oltre il 90 per cento degli scambi. Per l’Europa, il vantaggio è evidente: accesso privilegiato a mercati dove oggi l’industria europea sconta barriere elevate su automobili, macchinari, chimica e farmaceutica. Non è un dettaglio. In un contesto di competizione globale sempre più dura, con Stati Uniti e Cina impegnati in politiche apertamente protezionistiche sul piano interno ma al tempo stesso altamente penetranti sul piano esterno – come dimostra l’attivismo cinese nel Sud-Est asiatico e nel continente africano – Bruxelles cerca nel Mercosur una valvola di sfogo per il proprio export industriale e un tassello della sua strategia di posizionamento globale. Ridurre l’accordo a un complotto contro gli agricoltori sarebbe però intellettualmente disonesto e superficiale. L’intesa contiene limiti quantitativi per i prodotti agricoli più sensibili, vieta l’ingresso di carne agli ormoni e pollame trattato con pratiche non conformi agli standard europei, tutela numerose indicazioni geografiche. Sul piano formale, non siamo di fronte a una deregulation selvaggia. Il problema non è ciò che l’accordo dice, ma il contesto in cui viene inserito e l’equilibrio complessivo che produce.
Apertura esterna e compressione interna
La criticità principale non è l’importazione in sé di una quota controllata di carne o zucchero sudamericano. È la combinazione tra apertura commerciale esterna e compressione interna delle politiche di sostegno al settore primario. La Politica agricola comune (Pac), per decenni pilastro della costruzione europea, viene progressivamente ridotta, accorpata, resa flessibile fino a perdere la sua funzione originaria di garanzia strategica. In questo quadro, chiedere agli agricoltori europei di competere sul prezzo con sistemi produttivi che operano con costi ambientali, sociali e fiscali strutturalmente inferiori significa spostare il problema dal piano commerciale a quello politico. Qui si innesta la responsabilità delle classi dirigenti europee. L’accordo Mercosur non nasce per rafforzare l’agricoltura europea, ma per sostenere l’industria esportatrice e il posizionamento geopolitico dell’Unione in America Latina, in una fase in cui la regione guarda con crescente interesse alla Cina. È una scelta legittima, ma deve essere detta per quello che è. Il punto critico è che questa scelta viene finanziata, direttamente o indirettamente, scaricando i costi su un settore che Bruxelles considera sacrificabile perché frammentato, politicamente debole e incapace di parlare con una sola voce continentale.
Proteggere i propri settori strategici
La posizione italiana, oscillante fino all’ultimo, è rivelatrice di questa dinamica. Roma ha utilizzato il proprio peso politico per ottenere garanzie finanziarie sulla Pac e una copertura politica che consenta di neutralizzare il conflitto interno con il mondo agricolo. Non ha modificato il trattato, né ha inciso sulle sue clausole strutturali. Ha semplicemente spostato risorse e tempi, trasformando il sì al Mercosur in una decisione “gestibile” sul piano interno. È una vittoria tattica, non una correzione strategica. E lo stesso vale per le cautele francesi di Emmanuel Macron, che difendono un interesse nazionale specifico senza mettere realmente in discussione l’impostazione complessiva dell’Unione. Le proteste degli agricoltori, per quanto comprensibili, non possono diventare l’alibi per evitare il nodo centrale. Il problema non è l’Europa in quanto tale, né il commercio internazionale come principio astratto. Il problema è un’Unione che pretende di giocare da attore geopolitico globale senza dotarsi degli strumenti per proteggere i propri settori strategici, affidandosi a compensazioni finanziarie ex post invece che a una visione coerente di lungo periodo.
Il Mercosur può moltiplicare la potenza
Per rendere l’accordo con il Mercosur davvero strategico l’Unione europea dovrebbe rovesciare l’impostazione attuale e trattare l’agricoltura come infrastruttura di sicurezza, non come settore da indennizzare a posteriori. Ciò significa subordinare in modo vincolante l’accesso al mercato europeo non solo al rispetto formale degli standard sanitari, ma a criteri effettivi di reciprocità produttiva, con meccanismi automatici di sospensione che scattino non su soglie quantitative generiche ma su squilibri territoriali e settoriali misurabili; rafforzare la Politica agricola comune come strumento strategico europeo, sottraendola alla logica del fondo flessibile e garantendo risorse stabili per investimenti in resilienza, filiere corte, innovazione e sicurezza alimentare; integrare l’accordo commerciale in una politica estera che utilizzi l’accesso al mercato come leva negoziale permanente, non come concessione irreversibile; e infine costruire una vera rappresentanza agricola europea capace di incidere ex ante sulle scelte commerciali, evitando che il settore primario venga coinvolto solo quando il conflitto è già esploso. Solo così il Mercosur può diventare un moltiplicatore di potenza europea e non l’ennesimo compromesso che scarica sul territorio i costi di una strategia incompleta.
La contraddizione da tastiera
C’è poi una contraddizione che attraversa una parte del mondo sovranista da tastiera e che merita di essere chiamata per nome. Da anni si invoca la cooperazione con il “Sud globale”, si esaltano i BRICS come alternativa all’ordine occidentale e si auspica un mondo multipolare fondato su grandi aree economiche autonome. Ma quando l’Unione europea prova – con evidenti limiti che questo articolo vuole mostrare con chiarezza – a costruire un proprio spazio di proiezione economica verso il Sud America, la reazione diventa immediatamente difensiva, isterica, puramente negativa. Si passa dalla critica strategica alla lamentazione permanente, come se ogni accordo fosse di per sé una resa. È una postura incoerente, perché confonde il problema reale – come e a quali condizioni si costruiscono le alleanze economiche – con un rifiuto pregiudiziale di ogni iniziativa di proiezione europea. La sovranità non si afferma chiudendosi, ma governando i rapporti di forza e i mezzi. E chi è sempre pronto ad applaudire alla penetrazione economica cinese in Africa o in Asia, per poi indignarsi quando l’Europa tenta di non restare completamente marginale, dimostra di non ragionare in termini di potenza ma di decrescita. O di non ragionare affatto.
Un indicatore di sovranità reale
Il Mercosur è uno specchio rivelatore: un’Europa che impone regole all’interno e liberalizzazione all’esterno, che chiede sostenibilità ai propri produttori ma accetta di competere con sistemi che non la garantiscono, che parla di autonomia strategica ma continua a ragionare per compartimenti stagni. Se non si scioglie questa contraddizione, nessuna clausola di salvaguardia e nessun fondo di compensazione basteranno a evitare che il conflitto torni ciclicamente nelle piazze. La questione agricola non è un problema settoriale: è un indicatore di sovranità. Ed è su questo terreno che si gioca la partita politica vera.
Sergio Filacchioni