Roma, 14 nov – In Germania lo Stato conta le reclute, in Italia il dibattito pubblico è inchiodato all’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Mentre la politica, i media e una fetta del mondo associativo discutono di programmi, linee guida e “nuove sensibilità”, a Berlino si ragiona su quante unità mobilitabili potrà schierare il Paese nei prossimi dieci anni. Ecco perchè, oltre le facili battute sul riarmo dei tedeschi che “arruola i ragazzini”, la cosa dovrebbe interessarci.
La Germania verso la mobilitazione
Dal 1° gennaio 2026 circa 700 mila giovani nati nel 2008, prossimi ai 18 anni, saranno contattati dal governo tedesco per registrarsi, compilare un questionario obbligatorio e sottoporsi a una visita medica che ne accerti le capacità fisiche e mentali. Il questionario – online – chiederà informazioni su salute, prontezza fisica, livello d’istruzione e, soprattutto, disponibilità ad arruolarsi nell’esercito se necessario. La chiamata riguarderà sia maschi che femmine, ma solo i primi avranno l’obbligo di rispondere, in base alla normativa che mantiene il servizio militare femminile su base esclusivamente volontaria. Formalmente non si tratta di un ritorno alla leva obbligatoria. Politicamente, però, siamo già in una fase di pre-mobilitazione. Come ha spiegato Jens Spahn, presidente del gruppo parlamentare Cdu/Csu, l’obiettivo è “stabilire un percorso di crescita vincolante nella legge con un obbligo di rendicontazione semestrale al Bundestag, in modo che insieme come società sappiamo sempre a che punto siamo nella crescita delle nostre forze armate per essere in grado di difenderci”. Tradotto: la Germania vuole sapere, classe anagrafica per classe anagrafica, su quali numeri potrà contare.
Una nuova cultura del servizio armato
Per rendere appetibile l’arruolamento, Berlino offre un incentivo economico preciso: chi sceglierà di entrare nelle forze armate potrà farlo per un periodo minimo di sei mesi, rinnovabile fino a 23, ricevendo un salario di 2.600 euro lordi al mese. Non è solo una misura di “volontariato patriottico”: è un modo per costruire, nella generazione che esce dalle scuole, una cultura della disponibilità al servizio armato, dopo decenni di pacifismo istituzionale e fiducia cieca nel paracadute americano. Il quadro strategico è chiaro. Nell’ottica di riarmo e riforma, il governo tedesco punta a portare il personale attivo da circa 182 mila a 260 mila unità entro il 2035 e i riservisti da 60 mila a 200 mila. Il piano nasce da un accordo tra la Cdu del cancelliere Friedrich Merz e i socialdemocratici dell’Spd, a cui appartiene il ministro della Difesa Boris Pistorius. Ogni mese il ministero dovrà presentare al Parlamento un rendiconto sugli arruolamenti e, se i numeri non dovessero bastare, la strada verso forme di leva obbligatoria, almeno per una parte della popolazione maschile, è già tracciata.
Un cambio di fase che l’Italia non riconosce
Mentre la Germania imposta un sistema di censimento, selezione e incentivazione delle future reclute, l’Italia arriva alla discussione sul ruolo delle forze armate in ritardo e di traverso. L’unica voce che sembra prendere sul serio il cambio di fase è quella del ministro della Difesa Guido Crosetto, che in più occasioni ha definito superata la legge 244 – il provvedimento che fissa a 170 mila unità il tetto del personale militare. “La legge 244 dobbiamo buttarla via. Lo spirito con cui è nata è morto” ha dichiarato, legando direttamente quel limite numerico a una concezione delle forze armate come bacino occupazionale più che come strumento operativo reale. Crosetto sostiene che “il personale va aumentato e reso più efficiente”, indicando come obiettivo almeno 30 mila unità in più per arrivare a 200 mila effettivi. In un’intervista televisiva ha sottolineato: “Abbiamo bisogno di 30mila unità in più, dovremmo arrivare a 200mila. I tedeschi ne hanno 280mila circa. E servono 6-7 anni per avere una difesa aerea minimamente paragonabile a quella di Israele”. Parole che fotografano una distanza non solo numerica ma culturale: da un lato un Paese che già programma sulla scala del decennio, dall’altro un sistema politico abituato a considerare la Difesa come capitolo residuale.
Crosetto, tra lucidità e limiti
Sul piano interno, il ministro ha messo nel mirino anche l’operazione “Strade sicure”, dove 6.800 militari sono impiegati in compiti di vigilanza urbana: “Quando penso che 6.800 militari in tutta Italia sono su strada, penso che dovremmo aumentare le forze di polizia per riportare i militari al loro lavoro originario”. Il messaggio è netto: i soldati devono essere addestrati a combattere, non a fare presidio simbolico davanti a stazioni e monumenti. Da qui anche la critica a un certo approccio ideologico alle forze armate: “Le forze armate devono essere efficienti, non inclusive. Dobbiamo iniziare a parlare di requisiti. Non si può pensare di non riformare il sistema dei requisiti”. Secondo Crosetto non può esistere “un solo sistema di requisiti”: è diverso arruolare per le forze speciali, per la guerra elettronica o per la guida di droni rispetto ad altri incarichi logistici o di supporto. Il contrasto tra la pre-mobilitazione tedesca e la lentezza italiana non è una questione di “militarismo” o di nostalgia della leva di massa: è la cartina di tornasole di come i due Paesi percepiscono il futuro.
Il riarmo che non vogliamo vedere
Berlino si prepara a uno scenario di instabilità prolungata, in cui la capacità di mobilitare uomini, mezzi e competenze sarà decisiva per contare davvero nel contesto europeo. Roma, invece, continua a concentrare gran parte del dibattito scolastico e culturale su temi simbolici, mentre la riflessione sulla sicurezza nazionale, sulla struttura delle forze armate e sulla collocazione strategica dell’Italia resta confinata a poche dichiarazioni tecniche. In un’Europa che si riarma, la vera alternativa non è tra “militarismo” e “pacifismo”, ma tra chi si attrezza e chi no.
Vincenzo Monti