Roma, 30 mar – “No Kings” sembra uno slogan leggero, quasi intuitivo: nessun re, nessun capo, nessuna verticalità. In realtà porta con sé un’intera grammatica politica. Non descrive soltanto una protesta, e non esprime soltanto una diffidenza verso la leadership tradizionale. Nomina un modo di stare nel conflitto, di costruire campo, di allargare il perimetro morale fino a farlo coincidere con il mondo intero. Per capire davvero ciò che sta emergendo attorno a questa mobilitazione occorre allora spostare lo sguardo: meno cronaca di piazza, più genealogia politica.
No Kings, il populismo di sinistra che ingloba ogni ingiustizia
“No Kings” arriva dagli Stati Uniti, ma attecchisce in un terreno che in Europa e in Italia era già pronto. Da anni una parte della sinistra ha smesso di darsi una linea politica nel senso classico del termine e ha iniziato a tenersi insieme attraverso una costellazione morale. Gaza, l’antiriarmo, il femminismo, l’ambientalismo, la critica del welfare sacrificato alla guerra, l’ostilità verso la Nato, la denuncia della gentrificazione, la difesa degli spazi occupati, il linguaggio dei diritti umani, il lessico del genocidio: ogni tema entra in rapporto con gli altri e viene ricondotto a un unico quadro. Non conta tanto la coerenza strategica dell’insieme, conta la possibilità di riconoscervi una divisione elementare tra ciò che viene percepito come giusto e ciò che viene percepito come ingiusto. È qui che il populismo di sinistra – perchè di populismo stiamo parlando – mostra il suo tratto specifico. Il populismo classico separava popolo ed élite. Questa nuova versione separa il mondo in un modo ancora più ambizioso: da una parte gli oppressi, i resistenti, i corpi vulnerabili, le periferie, i popoli aggrediti; dall’altra l’Occidente, il riarmo, Israele, il capitale, i governi, le frontiere, la città turistica, la rendita, la repressione. È una struttura assai più flessibile di un partito e assai più espansiva di un programma. Assorbe conflitti diversi, li moralizza e li rende reciprocamente equivalenti. In questa capacità di espansione, teoricamente infinita, si trova la sua forza attuale. Ma anche dei limiti che puntualmente emergono all’interno dello stesso campo.
Auto-percezione della “generazione Gaza”
La cosiddetta “generazione Gaza” nasce come forma di coscienza pre-politica. Gaza diventa la lente che permette di leggere tutto il resto: la guerra in Ucraina, il riarmo europeo, la subordinazione dell’Europa agli Stati Uniti, la crisi abitativa, il lavoro povero, la frattura razziale, la repressione urbana, la frontiera come dispositivo morale prima ancora che giuridico. In questo senso la piazza “No Kings” non è semplicemente una piazza contro Trump o contro Meloni. È una piazza che tenta di fare di ogni contraddizione una sola contraddizione, di ogni ferita una sola storia. Questo aiuta a entrare davvero nella testa di chi si muove dentro quella galassia. Quello che emerge guardando a questo tipo di piazza è che non interessa molto il contenitore occasionale, quanto la possibilità di far ri-vivere una mobilitazione reale che non si vedeva dai tempi della contestazione no-global. Poco importa che la cornice venga fornita dagli Usa, poco importa che in piazza ci siano Avs, il pacifismo cattolico, i centri sociali, pezzi di sindacalismo, studenti, militanti o pensionati. La piazza, nella loro autorappresentazione, usa le organizzazioni e non si lascia usare da esse. E qui si colloca la vera illusione del momento: l’idea che esista una partecipazione capace di esondare i soggetti che la convocano e la dirigono.
Radicalità simbolica e leggibilità politica
Prendere sul serio questo dato, ci consente di evitare un equivoco retorico. “No Kings” non è la piazza del centrosinistra, e definirla in questi termini significa perdere il punto. Il centrosinistra, il Pd, persino Avs, dentro questo spazio funzionano come terminali parziali, come sponde, come presenze intermittenti. La mobilitazione li attraversa ma non si esaurisce in loro. La sua energia arriva da più lontano: dalla lunga sedimentazione della cultura antagonista, dalla sua capacità di fabbricare linguaggi, simboli, reti, figure, estetiche, occasioni di convergenza. Qui riaffiora un tratto che il mondo dei centri sociali e della sinistra radicale ha sempre posseduto: la capacità di “fare sistema”, di creare agitatori culturali, di colonizzare segmenti del mainstream senza apparire mainstream. Non perché abbia vinto contro il sistema restando esterna, ma perché ha imparato da tempo a stare dentro i suoi interstizi, a usare piattaforme, media, linguaggi e dispositivi della modernità per diffondere i propri codici. Il caso Zerocalcare, anni fa, aveva già mostrato questo passaggio. Non una controcultura rimasta intatta e poi “miracolosamente” sbarcata su Netflix, ma un antagonismo che ha imparato a farsi compatibile, riconoscibile, esportabile, perfino tenero, senza perdere del tutto la propria funzione di orientamento morale. La piazza “No Kings” vive della stessa capacità di saldare radicalità simbolica e leggibilità pubblica. Si presenta come giovane, spontanea, vitale, comprensibile, perfino confusa. Ma quella confusione ha una direzione, e la direzione è chiara: allargare il campo, rendere morale ogni contraddizione, aggregare tutto ciò che può essere ricondotto a una postura di resistenza.
Il fascista è sempre il nemico
Per questo la riflessione va allargata ancora. Una parte della sinistra italiana ha ormai trovato una fragile unità proprio dove abdica a ogni responsabilità nazionale. La ritrova nella denuncia dell’Occidente tout-court, nella critica dell’atlantismo, nella diffidenza verso l’Europa del riarmo, nella centralità assoluta della questione palestinese. La figura di Francesca Albanese ha incarnato in modo quasi perfetto questa dinamica. Non per il suo ruolo formale all’Onu, ma per la funzione simbolica che ha assunto: voce morale esterna, narrativa totalizzante, capacità di dividere il mondo in blocchi netti e di offrire alla sinistra ciò che il Pd non sa più produrre, cioè un criterio di giudizio assoluto. “No Kings” si colloca sulla stessa traiettoria: la sostituzione della politica con un tribunale morale permanente. Chi è dentro il bene, chi è fuori, chi resiste, chi collabora, chi si mobilita, chi rimane complice. In questo campo l’antifascismo continua a funzionare come linguaggio di fondo e struttura mentale di questo campo larghissimo. Chi sta dall’altra parte viene percepito come fascista a priori, come blocco compatto, come male politico già definito. Da qui deriva anche l’inutilità della distinzione avanzata da certa destra tra antifascismo “buono” e antifascismo “cattivo”: chi si mobilita in quel campo non riconosce quella sfumatura, non la sente, non la ritiene necessaria. L’avversario resta uno, e resta fascista in blocco.
Una saldatura che non vuole risolvere la sua contraddizione
È qui che la riflessione deve farsi attenta, perché la saldatura oggi in corso tra piazza radicale, Avs, figure come Ilaria Salis, sindacalismo di base, immigrati, pezzi di cattolicesimo e di islamismo, centri sociali, università e media militanti mostra una tendenza reale. Questa tendenza – che per alcuni tratti ricorda il ferro di cavallo di Jean-Pierre Faye – tiene insieme pacifismo, filorussismo emotivo, terzomondismo, antiriarmo, femminismo, ambientalismo, critica dei confini e ostilità all’Occidente. In questo, l’antifascismo ha dimostrato la capacità di colonizzare pezzi di discorso populista e sovranista, ovvero proprio l’altra estremità del ferro di cavallo. Ma ovviamente questa tendenza non forma ancora una linea di governo, e il suo futuro è appeso ad una realtà che ancora non vuole sciogliere il dilemma: formare una leadership con i partiti o rimanere agitatori? Interventi come quello di Gad Lerner sul Manifesto, ci dicono che la fase di auto-critica è in corso, ma l’esito non è per niente scontato: “La sinistra cresce quando si autogestiscono dal basso moti di cambiamento della società. La storia della sinistra ci ricorda che a interpretare e dare sbocco politico a questi moti sono stati leader per nulla carismatici, semmai piuttosto schivi. Da Gramsci a Berlinguer, il contrario di uomini forti“. Insomma, c’è un baricentro culturale e la sua forza non deriva dal realismo, ma dalla sua semplicità morale. Questa area non offre soluzioni credibili per l’Italia, offre una direzione sentimentale e una postura etica. E in tempi di sradicamento, spesso basta.
La spontaneità e il problema della forma
Il punto decisivo, però, resta la contraddizione interna. Un movimento che rivendica orizzontalità, spontaneità, esondazione rispetto ai partiti, prima o poi incontra il problema della forma. La piazza può vivere di occasioni, di slogan importati, di saldature improvvise, di confusione vitale. Ma la politica richiede selezione, rappresentanza, gerarchia, decisione. Proprio per questo la leadership ritorna. Non come re, non come capo apertamente proclamato, ma come funzione necessaria di traduzione. Qui si apre la frattura tra chi vede nella mobilitazione un fine in sé e chi vuole trasformarla in forza elettorale. È una frattura già visibile: da una parte la purezza della piazza, dall’altra la tentazione di darle uno sbocco. Da una parte l’autonomia della “generazione Gaza”, dall’altra chi prova a farne un capitale politico. Questo passaggio contiene una verità scomoda. Più il campo morale si allarga, più cresce il bisogno di un centro che lo organizzi. Più la mobilitazione ingloba tutto, più rischia di perdere forma. Più rivendica radicalità, più deve decidere se rimanere testimonianza o diventare potere. Ed è proprio qui che l’orizzontalità si rovescia nel suo contrario. “No Kings” porta in sé il bisogno di una leadership che sappia dire dove va tutta questa energia, quale forma assume, quale priorità sceglie, quale compromesso accetta, quale risultato considera sufficiente. In assenza di questa traduzione, la piazza resta un grande campo morale in espansione permanente. In presenza di questa traduzione, emergono inevitabilmente le gerarchie che lo slogan vorrebbe esorcizzare.
No Kings, la tradizione giacobina della ghigliottina
Dentro questo quadro la destra commetterebbe un errore fatale inseguendo il populismo emotivo della piazza. L’asse anti-occidentale è trasversale e come abbiamo detto seduce anche pezzi di sovranismo, ma la risposta seria non passa dalla rincorsa al terzomondismo moralista. Passa da una posizione nazional-europea adulta, capace di criticare le dipendenze senza dissolvere l’Europa, di rifiutare l’atlantismo subalterno senza trasformare il risentimento in prassi, di pensare l’Italia come soggetto storico ancora in divenire. Ogni cedimento all’antifascismo linguistico, ogni fascinazione per il “campo del bene”, ogni simpatia per il populismo morale finirebbe solo per consegnare la destra alla grammatica dell’avversario. “No Kings” restituisce allora con precisione questa fase. Un rifiuto della leadership che convive con la necessità di produrne una. Un campo morale che si espande fino a includere tutto ciò che appare giusto. Una mobilitazione che si percepisce globale e che – per adesso – usa le strutture politiche senza lasciarsi definire da esse. E una contrapposizione sempre più netta, che tende a ridurre lo spazio delle sfumature. In questo senso lo slogan richiama apertamente la tradizione giacobina: una linea che separa senza mediazioni, che punta alla purezza delle appartenenze, che privilegia l’espansione della vendetta rispetto alla sua stabilizzazione. La storia mostra che ogni mobilitazione morale-totale tende a due esiti: o si organizza in potere con nuove gerarchie (1917), o resta egemonia culturale senza forma politica (2001). In entrambi i casi ridefinisce il linguaggio e i confini del legittimo, lasciando tracce profonde.
Sergio Filacchioni