Roma, 21 nov – Le indiscrezioni sul “piano in 28 punti” negoziato tra Stati Uniti e Russia segnano una rottura che va oltre il destino dell’Ucraina. Mostrano, con una chiarezza brutale, che la guerra nel cuore dell’Europa vuole essere chiusa attraverso un’intesa bilaterale che esclude proprio Kyiv e scavalca completamente l’Unione Europea. È la versione più compiuta della diplomazia transazionale inaugurata da Trump: una pace modellata non sulla sicurezza collettiva, ma su un equilibrio di convenienze, leve economiche e concessioni territoriali stabilite dall’alto.
Una ridefinizione coercitiva della sovranità ucraina
Il precedente è lo schema già visto nel piano per Gaza, anch’esso costruito come architettura finanziaria più che politica; ma nel caso ucraino la logica viene esasperata, iper-dettagliata e definita punto per punto fino a interferire perfino nei processi interni dell’UE. Il nucleo del piano è una ridefinizione coercitiva della sovranità ucraina. Kyiv dovrebbe riconoscere la Crimea e il Donbass come territori sottratti definitivamente alla propria giurisdizione, accettare alcune aree come sotto “influenza russa” e sancire nella propria Costituzione la neutralità perpetua, cioè la rinuncia formale all’ingresso nella NATO. Il russo diventerebbe lingua ufficiale accanto all’ucraino, mentre l’esercito verrebbe limitato a 600.000 effettivi. È una compressione della sovranità senza precedenti nel dopoguerra europeo, resa ancora più evidente dal fatto che alcune delle aree richieste da Mosca non sono mai state completamente conquistate, ma vengono trattate come moneta di scambio in un negoziato in cui gli ucraini non sono presenti.
Una governance finanziaria russo-americana
In parallelo, il piano prevede un dispositivo economico che rivela la sua natura più profonda: non un accordo di pace, ma un modello di governance finanziaria. I beni russi congelati verrebbero sbloccati e incanalati in un veicolo congiunto USA-Russia destinato a gestire investimenti a lungo termine in settori strategici come energia, infrastrutture, data center, intelligenza artificiale, materie prime e terre rare. Washington offrirebbe garanzie di sicurezza “tipo NATO” alla versione neutralizzata dell’Ucraina, mentre Mosca verrebbe reintegrata nei circuiti economici globali, incluso un ritorno nel G8. La ricostruzione del Paese diventerebbe così un business multilivello, aperto soprattutto al capitale occidentale e statunitense, a fronte di una riduzione sostanziale della capacità sovrana ucraina. È la riproposizione, in chiave estrema, dello schema già testato su Gaza con il cosiddetto “Board of Peace”, un organismo internazionale pensato per rendere gli investimenti più “attraenti”: solo che qui la cornice è più rigida, più dettagliata, più invasive nelle prerogative dello Stato coinvolto.
L’Europa scavalcata e commissariata
L’aspetto più grave – che farà senz’altro gioire l’intellighenzia filorussa – è la totale marginalizzazione dell’Europa. Nel dossier Gaza gli USA avevano almeno coinvolto attori regionali come Qatar, Egitto e Turchia, cercando una cornice multilaterale. Nel dossier ucraino, invece, l’approccio è opposto: gli alleati europei sono stati scavalcati, esclusi, ignorati. A rendere ancora più grottesca la situazione è il fatto che il piano arriva a dettare condizioni sull’eventuale adesione di Kyiv all’Unione Europea, una decisione che riguarda esclusivamente i Paesi membri. Il messaggio è chiaro: il destino dell’Ucraina, così come la futura architettura del continente, viene discusso e definito da potenze esterne all’UE, senza che Bruxelles abbia voce in capitolo. In uno scenario in cui la guerra ha ridisegnato gli equilibri continentali, l’Europa appare non solo irrilevante, ma strutturalmente incapace di rivendicare un ruolo autonomo. Trump — e più in generale l’establishment economico che lo sostiene — concepisce la geopolitica come una sequenza di scambi: concessioni territoriali in cambio di stabilità, neutralizzazioni militari in cambio di flussi finanziari, ingressi e uscite da organizzazioni internazionali in cambio di aperture strategiche. È un sistema che promette di congelare i conflitti, non di risolverli. E soprattutto è un sistema in cui gli Stati intermedi non negoziano: vengono posizionati.
Un disastro annunciato
Il risultato finale è un’Ucraina ridimensionata, controllata, trasformata in snodo amministrato di una tregua costruita su misura per interessi americani e russi; e un’Europa costretta ad assistere mentre altri determinano chi potrà entrare o meno nell’Unione, quali territori saranno sacrificati, quale sarà la futura mappa di sicurezza del continente. Il piano, se dovesse essere realizzato, sarebbe il fallimento più evidente delle ambizioni strategiche europee degli ultimi trent’anni. L’unica lezione utile da questo piano è brutale: chi non è una potenza, viene trattato come un territorio. E oggi, agli occhi dei complici di questo negoziato, l’Europa non è una potenza. Se il continente non troverà la capacità di agire come soggetto politico, altri continueranno a decidere iquali guerre meritano di essere combattute, quali confini possono essere spostati e quale prezzo dovranno pagare gli Stati che si ostinano a credere di avere ancora una sovranità piena.
Sergio Filacchioni