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Referendum, il dopo-voto: Meloni chiude i fronti, la sinistra rischia di sopravvalutarsi

by Sergio Filacchioni
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Roma, 25 mar – Il voto al referendum sulla giustizia modifica gli equilibri e costringe tutti a muoversi. La reazione del governo è stata immediata e concreta, quella del centrosinistra altrettanto rapida ma più esposta a una lettura eccessiva del risultato. In mezzo resta un dato politico semplice: quei milioni di voti non si trasferiranno automaticamente da una parte all’altra. Sullo sfondo rimane la carcassa di una riforma, abbattuta dal fuoco incrociato dell’antifascismo togato e dai troppi errori del fronte del Sì.

Referendum: la Meloni interviene sui fronti scoperti

A Palazzo Chigi la linea viene fissata subito. Andrea Delmastro si dimette da sottosegretario alla Giustizia in un momento in cui la sua vicenda personale è diventata un problema politico diretto. La partecipazione nelle “Bisteccherie d’Italia”, i rapporti con Miriam Caroccia e soprattutto con il padre Mauro, già condannato e collegato all’area criminale romana, finiscono dentro un’indagine della procura su intestazione fittizia di beni e flussi di denaro. Durante la campagna referendaria questo elemento si sovrappone al tema della riforma, trasformandosi in un punto di attacco continuo, rafforzato anche dalle richieste di accesso agli atti avanzate dalle opposizioni sulla cena nel locale a cui avevano partecipato lo stesso Delmastro e la capa di gabinetto del ministero della Giustizia. Nel momento in cui il voto riporta la giustizia al centro, una situazione del genere non regge più sul piano politico, a prescindere dall’innocenza. Lo stesso vale per Giusi Bartolozzi, che lascia il ruolo di capo di gabinetto del ministero della Giustizia. Il suo nome resta legato sia al caso Delmastro sia alle dichiarazioni sulla magistratura definite come “plotoni di esecuzione” durante la campagna. Parole che — al netto della loro durezza, e proprio per questo — hanno contribuito a spostare il terreno dello scontro su un piano apertamente politico, mentre il governo cercava di difendere una riforma presentata come tecnica.

Il passaggio più delicato riguarda Daniela Santanchè. La nota di Palazzo Chigi, nel ringraziare Delmastro e Bartolozzi, introduce un riferimento esplicito alla “sensibilità istituzionale” e indica chiaramente la direzione anche per la ministra del Turismo, a processo a Milano per falso in bilancio su Visibilia e indagata per bancarotta. Qui la linea politica è ancora più chiara: il governo sceglie di non lasciare aperti fronti che possano essere utilizzati come leva permanente. Dopo il referendum, il terreno della giustizia torna a essere un campo di scontro pienamente politico e ogni esposizione individuale rischia di trasformarsi in un problema sistemico. Meloni interviene prima che la pressione si accumuli, mettendo in sicurezza l’esecutivo e riducendo lo spazio di manovra degli avversari.

La dichiarazione d’intenti dell’ANM

Di fatto, la presa di posizione dell’Associazione Nazionale Magistrati, che dopo il voto rivendica apertamente il risultato come un punto di partenza e non di arrivo, sottolineando come i cittadini avrebbero “democraticamente confermato la bontà delle nostre scelte e delle nostre indicazioni”, suona come una dichiarazione d’intenti. È un passaggio politico rilevante, perché segna un salto di qualità nella postura: dalla difesa della propria autonomia a una forma di legittimazione diretta nel processo politico. La linea viene ulteriormente chiarita dalle parole di Luca Poniz, già presidente dell’Anm e oggi sostituto procuratore generale a Milano, che non si limita a criticare la campagna referendaria, ma attacca frontalmente l’avvocatura, definita “travolta” e “irresponsabile”, arrivando a metterne in discussione la rappresentatività e a invocare dimissioni dei suoi dirigenti. Il punto non è solo il tono, ma la direzione: si passa da uno scontro tra posizioni a una dinamica in cui una componente della magistratura rivendica un ruolo di indirizzo, mentre delegittima uno degli altri pilastri del sistema giudiziario, cioè proprio quell’avvocatura che costituisce l’unico contrappeso effettivo tra cittadino e potere giudiziario. Letto insieme al documento ufficiale dell’Anm, questo intervento contribuisce a definire il contesto in cui si muoverà la fase successiva: una fase in cui il conflitto non si attenua, ma tenderà a strutturarsi e a investire direttamente gli equilibri tra poteri.

La sinistra sopravvaluta sè stessa?

Sul lato opposto, il centrosinistra si muove con un riflesso diverso: capitalizzare subito. Giuseppe Conte apre alle primarie “aperte”, parla esplicitamente di partecipazione e lascia intendere la volontà di tornare a Palazzo Chigi. Elly Schlein accetta il terreno, conferma la disponibilità e prova a tenere insieme una coalizione che, proprio nel momento della vittoria, mostra tutte le sue contraddizioni. Matteo Renzi spinge per accelerare, mentre figure come Gaetano Manfredi si tengono fuori, segnalando che la partita resta aperta. Dentro questa dinamica si inserisce una prima crepa, ed è significativa. Nicola Fratoianni lo dice chiaramente: i 15 milioni di voti per il No non sono automaticamente voti del centrosinistra. È un richiamo controcorrente in un clima di entusiasmo, ma fotografa il punto centrale. Quel voto tiene insieme elettori diversi, motivazioni diverse, pezzi di Paese che si sono mossi contro la riforma ma che non coincidono con un blocco politico già strutturato. Pensare di poterli assorbire automaticamente espone a una lettura sbagliata fin dall’inizio.

Eppure il tono prevalente resta quello dell’euforia. La piazza promossa dalla Cgil, la presenza simultanea di Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni, Gualtieri e Pagliarulo, “bella ciao” e il racconto di una “nuova primavera” rilanciato da Maurizio Landini costruiscono una rappresentazione precisa: il referendum come segnale di un Paese che cambia direzione. Landini spinge oltre, arrivando a sostenere che il governo non rappresenta più la maggioranza del Paese e parlando apertamente di un “avviso di sfratto”. È una lettura che alza il livello dello scontro e tenta di trasformare un voto referendario su quesiti tecnici in una legittimazione politica generale.

Un referendum che archivia le riforme (di tutti)

Il quadro che si definisce è meno lineare di quanto suggerisca il giubilo della sinistra. Il governo reagisce chiudendo rapidamente i fronti più esposti e preparandosi a una fase in cui il rapporto con la magistratura tornerà a essere conflittuale anche sul piano politico. Il centrosinistra accelera, prova a occupare lo spazio e a trasformare il voto in una leva di rilancio, ma si muove su un terreno in cui consenso potenziale e consenso reale restano distinti. Il risultato del referendum ha colpito una riforma e ha indebolito una linea politica che, negli anni, ha attraversato entrambi gli schieramenti: la riforma dell’ordinamento giudiziario voluta da Marta Cartabia e sostenuta dal Partito Democratico non ha separato le carriere sul piano costituzionale, ma è intervenuta proprio nel punto più sensibile, restringendo in modo significativo i passaggi tra giudici e pubblici ministeri e spingendo verso una distinzione più netta dei ruoli nella pratica. Oggi invece, al grido “la Costituzione non si tocca”, si archivia nuovamente ogni prospettiva di riforma, forse in modo definitivo. Chi interpreta questo passaggio come un punto di arrivo vittorioso, rimuovendo il proprio stesso percorso, rischia di trovarsi scoperto molto prima di quanto immagini.

Sergio Filacchioni

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