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Accelerazione: élite giudiziarie, referendum e linee di conflitto emergenti

by La Redazione
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referendum

Roma, 30 mar – Il referendum del 2026 sulla riforma giudiziaria ha portato all’emersione di una sorta di crepa politica e sociale che, andando oltre la teoria classica delle linee di frattura, sembra anticipare – o forse evidenziare – un conflitto tra alcuni segmenti sociali e l’élite giudiziaria. Sembra delinearsi una pre-frattura, con un certo tasso di politicizzazione, caratterizzata da divisione sociale e simbolica forse non ancora del tutto cristallizzata da un punto di vista organizzativo e istituzionale, ma sicuramente in atto e almeno parzialmente compiuta.

Il referendum e la teoria delle fratture

Livelli di partecipazione, divisioni territoriali e aspetti simbolici concorrono ad evidenziare l’attivazione al livello successivo di un conflitto – di cui tutti da decenni hanno più intuito che reale contezza – fondato sul passaggio da divisioni strutturalmente radicate a veri e propri conflitti socio-politici, i quali superano ora la dimensione più percettiva e astratta. La teoria delle fratture – che ormai potremmo oggi definire “classica” – lega l’emersione di linee stabili di conflitto politico alle divisioni sociali che si sono storicamente radicate per poi acquisire una dimensione istituzionalizzata attraverso partiti e organizzazioni consolidate. Questo modello è in valore assoluto sempre significativo, ma necessita di alcuni adattamenti se applicato alla fluidità e alla mediaticità degli ultimi 20-25 anni almeno. Il referendum in questione è di particolare interesse non perché potesse costituire uno spartiacque del genere “ora o mai più”, ma perché a livello pubblico è stato trasformato da costituzionale a politico, quasi fosse una declinazione all’italiana e informale delle Midterm Elections americane – e ciò denota già una connotazione fortemente politica della magistratura. Se ciò non fosse già abbastanza indicativo di per sé, a questa dimensione pubblica se ne aggiunge almeno un’altra, ben più profonda.

Il modello “classico” e la realtà post-referendum

La teoria, che poco sopra dicevamo “classica”, individua quattro linee di conflitto: centro-periferia, Stato-Chiesa, città-campagna, capitale-lavoro, e ciascuna di queste ha origine in processi trasformativi storicamente radicati. Queste quattro fratture sono tutte caratterizzate da un fondamento nella struttura sociale, da espressioni organizzative (tipicamente in partiti politici, ma non solo) e da una stabilità a lungo termine. Si tratta quindi di fratture che comportano conflitti dagli esiti istituzionalizzati, cioè iniziati nella società e poi sfociati nella rappresentanza politica.

Il modello classico, sintetizzato in forma estrema qua sopra, non è pienamente applicabile al caso del referendum di due settimane fa, perché di fatto non esiste un partito che specificamente ed esplicitamente dia rappresentanza all’élite giudiziaria, e di conseguenza non c’è un elettorato stabile e individuabile. Tuttavia esso inizia ora ad avere profondità storica sufficiente: la propaganda a favore del No in questo senso può esserne considerata testimone, innanzitutto perché ha avuto accesso a platee molto più ampie rispetto a quella del Sì, in particolare all’interno di istituti scolastici e soprattutto ad opera di magistrati, avvocati e funzionari, e poi perché si è scelto di far partire la propria narrazione a sostegno del No dal Ventennio – e su questo, lo scrivente ha avuto testimonianza diretta grazie ai figli di diversi amici che in parti d’Italia differenti e senza conoscersi hanno visto impiegare porzioni dell’orario scolastico per queste attività.

Oltre la teoria

Il modello delle fratture sembra utile per interpretare quanto accaduto, a patto di superarne la dimensione strutturale e strettamente rappresentativa dal punto di vista politico, perché nei 20-25 anni almeno cui si faceva cenno poco sopra sono intervenute trasformazioni significative nel rapporto fra cittadini, partiti e istituzioni, tanto a livello nazionale quanto dell’Unione Europea.

Partendo proprio da quest’ultima, il passaggio dagli Stati Membri all’UE di una fetta considerevole di potere legislativo ha portato i partiti ad essere sempre più integrati nello Stato, perdendo sempre più la funzione di rappresentanza politica e assumendo al contempo una crescente funzione amministrativa e gestionale. Questo meccanismo ha generato una voragine fra cittadino con potere di voto e partiti, che sono sempre di più parte dell’istituzione piuttosto che rappresentanti dei cittadini presso le istituzioni. Volendo provare a inquadrare in ottica di conflitto/frattura questo fenomeno, l’integrazione della politica nell’istituzione comporta il delinearsi di una divisione fra forze di sistema e forze anti-sistema: socialmente quindi il conflitto è meno radicato e più volatile, con forte influenza delle esperienze e vicende personali e aggregative, e delle percezioni e narrazioni che ne conseguono. Rispetto al modello classico quindi stiamo osservando l’insorgere (o l’esplicitarsi) di fratture non solo strutturali, ma di decostruzione e ricostruzione simbolica con seguente attivazione politica in ottica pro o anti-sistema.

Il referendum nella dimensione politica

La dimensione politica assunta dal referendum è testimoniata dall’affluenza vicina al 60% – ben distante dal 20/21% del recente passato, e dunque relativamente rappresentativa di cosa e quanto possa essere l’elettorato nel 2026. Non sembra possibile interpretare l’affluenza come mobilitazione selettiva su un argomento specifico. A livello di distribuzione geografica, su scala nazionale ha vinto il No con il 53,7%, vittorioso in 17 regioni e con picchi metropolitani (Milano, Napoli, Roma, Torino). A fronte di ciò, alcune regioni a nord hanno visto prevalere il Sì con affluenza significativa, mentre a sud nonostante una partecipazione generale inferiore ha prevalso comunque il No. La prima conseguenza da trarre è che la frattura centro/periferia ha una dinamica reale da ricalibrare rispetto al modello classico, e ciò va fatto probabilmente tenendo conto della maggiore integrazione fra media e società nei contesti urbani, e al nord più che al sud.

La comparazione fra 2022 e 2026 ci suggerisce delle conferme almeno parziali: il contenuto referendario in sé è di scarso interesse per il votante, a meno che non assuma una rilevanza politica anche solo indiretta capace di mobilitare e polarizzare la massa, che non percepisce ormai più d’essere rappresentata dai partiti integrati col ruolo di amministratori nelle istituzioni.

A ritroso: tempo e simbolo

Bisogna forse partire dal fondo per comprendere appieno l’esito del referendum, ossia dai festeggiamenti dei magistrati che in preda ad una sorta di estasi orgiastica stappano bottiglie cantando Bella Ciao. La campagna per il No è stata impostata con slogan “contro i pieni poteri”, facendo passare il messaggio che una vittoria del Sì avrebbe reso dipendente dalla politica (implicitamente, quella “fascista”) non la magistratura, ma la giustizia stessa: lo scontro è stato spostato dal piano materiale verso un’astrazione Bene/Male nella quale il principio della giustizia fissato dalla costituzione antifascista sarebbe stato sotto attacco delle forze del Male (fascista). La qualità politica è già tutta qui: le forze del Bene antifascista vs le forze del Male fascista. Plasmando l’interpretazione si è da una parte distratta l’attenzione dai contenuti fino all’oggetto stesso del referendum, e si è mediata politicamente e socialmente l’emersione di quella frattura sistema/anti-sistema cui si è accennato prima.

Ciò non è banale, perché la mobilitazione ha rinvigorito la parte politica perdente alle ultime elezioni, fornendo un nuovo anti-mito pratico, ossia la difesa anti-fascista; soprattutto però è stata ufficializzata quella linea di frattura sistema/anti-sistema tanto inquietante quanto già nota da decenni, che mai era stata del tutto esplicitata in nome dell’imparzialità di giustizia e magistrati. È inquietante perché quando il No diventa simbolo dell’indipendenza dalla politica e se ne festeggia invece il successo con una connotazione politica fortissima come Bella Ciao, si sta stabilendo chi è autorizzato a stare nel sistema perché non solo ne è parte ma addirittura principio fondante, e chi invece non ci può stare.

È questa una accelerazione che somiglia molto di più ad uno strappo, e va contestualizzata storicamente rispetto alle istanze sia nazionali che, soprattutto, europee che si oppongono al quadro attuale chiedendo la remigrazione, lo stop e la riformulazione delle politiche green ideologiche, il riarmo, la reindustrializzazione – insomma: una sterzata che vada nel senso della Potenza Europea e non del suo smantellamento.

La nuova frattura

Quella che qua sopra è stata sinteticamente indicata come frattura sistema/anti-sistema è a tutti gli effetti una divisione fra segmenti della società: da una parte gli strati quanto meno scettici nei confronti delle élite istituzionali, dall’altra gli attori associati a tali élite, compresi la magistratura e i partiti oggi esplicitamente ad essa associati. Se la analizziamo secondo il modello classico, non è una frattura perché non c’è un’infrastruttura organizzativa stabile e rappresentata ufficialmente da un partito “di sistema” o quantomeno “dei magistrati”, e non c’è il relativo elettorato consolidato a lungo termine. Se facciamo però due passi indietro e rendiamo più fluido il modello, la frattura c’è eccome: è storicamente fondata nel dopoguerra, socialmente e culturalmente riconoscibile dalle tante sfumature di rosso, è almeno in parte attivata politicamente (non è trascurabile il passaggio dalla magistratura alla politica nella storia repubblicana) e anche parzialmente rappresentata in alcuni partiti dell’arco costituzionale (tipicamente di sinistra).

A destare preoccupazione non deve essere tanto il dato puro e semplice delle percentuali a favore del No, quanto piuttosto il fatto che la precedente narrazione, secondo la quale la magistratura sarebbe stata indipendente ad ogni costo anche qualora il singolo magistrato fosse politicamente schierato, è decaduta. Ed è decaduta non perché sia stata smascherata, ma perché le parti interessate hanno deciso da sé di gettare la maschera fin dall’inizio della campagna per il No. Fra l’altro ciò ha fornito al logoro elettorato delle sinistre, uscite perdenti dalle scorse elezioni, di trovare nuova linfa attraverso l’antifascismo come primo e vero principio celeste della giustizia italiana rappresentata in terra dai magistrati.

La frattura sistema/anti-sistema

Cosa impariamo, dunque? Primo: non possiamo più perdere tempo a ricapitolare la cultura attraverso l’esibizione di un nozionismo ormai un po’ frusto, perché applicarlo rigidamente al reale porta solo a sviste, svarioni e sconfitte. Adesso è il tempo di rivedere le categorie per aggiornarle, per adattarle in modo che siano nuovamente descrittive e quindi utili all’elaborazione, ma soprattutto bisogna riprendere a fare cultura – e bisogna farla senza timore di sbagliare o di essere sottoposti a censura, per anticipare e correre avanti più che trovarsi costretti ad analizzare a posteriori. In secondo luogo, scopriamo che per quanto la rappresentanza politica nell’arco costituzionale sia pressoché defunta, quando la mobilitazione è simbolica, conflittuale e oltre la sfera amministrativa, i cittadini rispondono, e questa frattura ci dice che superate le contrapposizioni destra/sinistra oggi a diventare sempre più urgente è la frattura sistema/anti-sistema.

…ricordandoci, infine, che la politica di sistema ha in mano il potere giudiziario, e stavolta l’ha dichiarato pubblicamente investendo l’antifascismo (per quanto morente) di un ruolo ben al di sopra dei partiti e anche della costituzione.

Francesco Perizzolo

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