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Rimpatri UE, svolta a Strasburgo: via libera agli hub e stretta sulle espulsioni

by Sergio Filacchioni
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rimpatri UE

Roma, 26 mar Il Parlamento europeo imprime un’accelerazione netta sulla politica migratoria dell’Unione. Con il voto di oggi sulla riforma del Regolamento rimpatri, Strasburgo ha adottato la propria posizione negoziale aprendo alla creazione di “hub di rimpatrio” fuori dai confini UE e rafforzando l’intero impianto delle espulsioni. Un passaggio che, pur non essendo ancora definitivo, segna un cambio di paradigma: dalle politiche dichiarate a quelle applicabili. Il contesto è quello di un sistema che da anni mostra una crepa strutturale. Solo una minoranza dei provvedimenti di espulsione viene effettivamente eseguita, mentre il resto si disperde tra ricorsi, lungaggini e limiti operativi. È su questa inefficacia cronica che interviene la riforma, con un obiettivo esplicito: rendere il rimpatrio non più un principio teorico ma una pratica concreta e sistematica.

L’UE approva il regolamento sui rimpatri

Il testo, presentato dalla Commissione europea nel marzo 2025, sostituisce la direttiva attuale e introduce strumenti più incisivi. Tra questi, la possibilità per gli Stati membri di trasferire migranti con domanda respinta in centri situati in Paesi terzi, sul modello già tentato dall’Italia in Albania. Accanto a questo, vengono rafforzate le procedure, ampliato il ricorso alla detenzione amministrativa e previste misure più stringenti per chi non collabora al rimpatrio. Il voto di oggi arriva dopo settimane di negoziati serrati nella commissione LIBE, dove ha prevalso un testo di compromesso sostenuto dal Partito popolare europeo insieme ai gruppi di destra – Conservatori, Patrioti ed Europa delle nazioni sovrane – e poi approvato in plenaria con una larga maggioranza. In aula, non a caso, i banchi della destra hanno accolto l’esito con un applauso. Sul piano politico, il dato è chiaro. Si consolida una maggioranza variabile che, sui temi migratori, sposta l’asse europeo verso posizioni più restrittive. Non si tratta ancora di un nuovo equilibrio stabile, ma di una convergenza che si ripete dossier dopo dossier: Paesi sicuri, procedure accelerate, ora rimpatri. Il risultato è che il tema esce dalla dimensione ideologica e diventa terreno di decisione operativa.

L’Europa torna a difendere i propri confini

Le reazioni riflettono questa frattura. Da un lato, le forze che hanno sostenuto la riforma parlano apertamente di svolta. “L’Europa torna a difendere i propri confini”, ha dichiarato l’eurodeputato di Fratelli d’Italia Paolo Inselvini, rivendicando la necessità di superare un sistema inefficace. Sulla stessa linea il gruppo dei Patrioti al Parlamento europeo, guidato da Jordan Bardella, che parla della fine delle politiche migratorie “non vincolanti” e di un approccio finalmente rigoroso. Da Fratelli d’Italia arriva una lettura politica più ampia: secondo Nicola Procaccini, la linea portata avanti dal governo italiano negli ultimi mesi – dai Paesi terzi sicuri fino agli hub di rimpatrio – è ormai diventata linea europea. Una tesi ribadita anche da Carlo Fidanza, che sottolinea il ruolo decisivo della delegazione italiana nella costruzione di questa nuova maggioranza. Dall’altro lato, le critiche sono altrettanto dure. Amnesty International parla di una deriva “punitiva” e denuncia il rischio di violazioni sistematiche dei diritti umani, soprattutto per l’estensione della detenzione e per la creazione di centri di rimpatrio in Paesi terzi. Sulla stessa linea l’eurodeputata del Partito Democratico Cecilia Strada, che definisce il regolamento una forma di “deportazione”, accusando la destra europea di voler normalizzare pratiche detentive anche per soggetti vulnerabili.

Gli strumenti ci sono

Questo voto si inserisce nella traiettoria già avviata nelle scorse settimane, quando Strasburgo ha approvato la lista dei Paesi di origine sicuri e rafforzato il concetto di Paese terzo sicuro. Non sono misure isolate, ma parti di una stessa architettura. L’obiettivo è costruire un sistema in cui la distinzione tra chi ha diritto alla protezione e chi no sia non solo teorica, ma operativa. In questo senso, il regolamento rimpatri rappresenta il passaggio più delicato. Perché è qui che la politica migratoria europea smette di essere solo procedura e diventa esercizio di sovranità. Stabilire che chi entra illegalmente non può restare è una formula semplice; renderla effettiva è il vero banco di prova. Resta ora la fase decisiva dei negoziati tra Parlamento, Consiglio e Commissione, che porterà al testo finale. Ma il punto è già segnato. L’Europa riconosce di avere gli strumenti per intervenire e inizia a costruirli. La questione, da qui in avanti, cambia natura: non riguarda più ciò che è possibile fare, ma ciò che si sceglie di fare. Ed è su questa linea che si giocherà la partita politica dei prossimi mesi. Perché se Bruxelles apre una strada, saranno i governi nazionali a decidere se percorrerla davvero o lasciarla, ancora una volta, sulla carta.

Sergio Filacchioni

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