Roma, 21 nov – Al congresso dei Giovani Democratici, il lapsus della neo-segretaria Virginia Libero – “partito comunista” al posto di “partito democratico” – è stato archiviato come una svista simpatica, la parentesi folkloristica di una platea emozionata. Un paio di meme, qualche risata, fine. La sinistra ama presentarsi come adulta, moderna, europea; un refuso con il passato si perdona volentieri. Il problema è che, nello stesso congresso, quel passato non è riemerso per caso: è stato evocato, rivendicato, trasformato in orizzonte identitario da chi quel futuro dovrebbe costruirlo.
La nostalgia confessata per il comunismo
Il discorso di Jacopo Augenti, segretario dei Giovani Democratici di Roma, lo mostra con una chiarezza imbarazzante almeno quanto le tarantelle del centrodestra a Napoli: “tenere vivo il fuoco della rivoluzione”, “essere leali alla storia del comunismo italiano che ci ha liberato dal fascismo e dal nazismo”, “rivendicare un comunismo democratico”. Frasi pronunciate con orgoglio, rilanciate sui social come fossero la rivelazione di una missione, corredate da pugni chiusi e slogan epici. Lo sappiamo già: se per giorni la sinistra si è indignata per i goffi saltelli di Tajani sul coro “chi non salta comunista è”, la destra ora si indigna per le parole (altrettanto goffe) di Augenti. Il punto, dunque, non è scandalizzarsi. Nessuno si chiede: perché a sinistra questo richiamo al comunismo suona ancora così naturale, così rassicurante, così necessario? Il Pd vive da anni in una condizione di ambiguità costitutiva: partito del riformismo moderato, dell’europeismo progressista, delle compatibilità con il sistema liberale, ma costantemente bisognoso di un pedigree rivoluzionario che ne nobiliti l’esistenza. È un partito che teme – con ragione – di essere percepito come traditore dalle nuove generazioni più radicalizzate. E allora ogni tanto deve mettere in scena un ritorno simbolico alle origini, una liturgia che ricordi ai suoi stessi militanti che sotto la giacca blu e i documenti di bilancio batte ancora un cuore rosso. Non importa quanto lontano sia quel mondo, né quanto il Pci reale abbia avuto luci e ombre: per loro la nostalgia è una leva identitaria molto più importante di quanto non vogliano ammettere, nonostante gli piaccia rivolgere ad altri l’accusa “nostalgici!”.
Il comunismo democratico fa piangere
Il “fuoco della rivoluzione” evocato da Augenti appartiene più alla psicologia che alla storia. Non è la rivoluzione del Novecento, con le sue ambiguità, la sua violenza, la sua disciplina di partito; è un sentimento di continuità, un modo per dire: “non siamo un partito come gli altri, veniamo da una storia grande”. Funziona come sedativo. Copre contraddizioni, disinnesca il senso di scollamento che la base percepisce tra la retorica e le politiche concrete, tra la mitologia operaia e una composizione sociale fatta oggi di Ztl urbane, professioni culturali, quadri pubblici. È più semplice evocare Berlinguer che fare i conti con il fatto che il Pd è diventato – da decenni – il partito dei ceti metropolitani, non di quel proletariato che continua a usare come icona. Da qui l’ossimoro supremo: “comunismo democratico”. Una formula che non spiega nulla, ma consola tutto. La sinistra italiana da vent’anni tenta una chirurgia impossibile: isolare il mito del Pci dalle sue fedeltà sovietiche, separare la sacralità dell’antifascismo dalle ambiguità di Togliatti, recidere tutto ciò che disturberebbe la narrazione morale. Il risultato è una memoria addomesticata, priva di conflitti, dove il comunismo diventa una fiaba civile e non un fenomeno storico complesso.
Il novecento visto attraverso Elio Germano
Naturalmente, in questo pantheon manca tutto ciò che incrinerebbe la nostalgia. Non c’è spazio per ricordare il Togliatti che invitava gli italiani d’Istria “ad accogliere i partigiani di Tito come liberatori”, ignorando ciò che quell’abbraccio avrebbe significato. Non c’è spazio per il rapporto del Pci con Mosca, né per la lunga stagione in cui una parte della sinistra europea chiuse gli occhi sui crimini del blocco orientale. È un Novecento addolcito, ritagliato per confermare l’idea di una continuità morale mai interrotta. Il discorso di Augenti mostra come la nuova generazione democratica non sia affatto “post-ideologica”: è inchiodata a un passato che conosce solo attraverso il cinema di Elio Germano. Ovviamente non è un ritorno al comunismo tout-court. Come spesso accade, dirsi “discendenti di una rivoluzione” non vuol dire automaticamente esserlo. E oggi il Pd è l’immagine plastica del progressismo globalizzato, del potere cristallizzato, dei governi non eletti. La nostalgia serve proprio a questo: a non guardare il presente, a non riconoscere che la sinistra non rappresenta più le classi che evoca, a non affrontare il divorzio avvenuto tra il mondo del lavoro reale e chi un tempo lo organizzava.
L’indignazione è troppo poco
Si può reagire indignandosi, ma sarebbe troppo poco. Perché qui non c’è solo un errore storico o un eccesso retorico: c’è l’incapacità strutturale della sinistra italiana di vivere senza la propria nostalgia. Non potendo proporre una visione credibile per il XXI secolo, si rifugia in un passato che non interroga mai davvero. Una sinistra che non ha ancora fatto i conti con la Storia e che, finché continuerà a illudersi di poter “rivendicare un comunismo democratico”, resterà un partito sospeso: troppo moderato per essere rivoluzionario, troppo nostalgico per essere moderno. Una confessione involontaria d’insicurezza.
Vincenzo Monti