Roma, 17 nov – Nel dibattito pubblico italiano esiste un riflesso condizionato: ogni volta che si parla di identità, confini o migrazioni, qualcuno tira fuori la solita formula semicolta — «la Sicilia è stata araba per secoli, siamo sempre stati un popolo misto». È l’argomento preferito di chi vuole presentare l’Italia come un’eccezione antropologica, un luogo dove la storia avrebbe cancellato ogni continuità e dissolto ogni appartenenza. Ma questa narrazione non regge l’urto della sola disciplina incapace di farsi trascinare dalle mode: la genetica.
Il DNA demolisce i semicolti
Gli studi sul DNA dei siciliani degli ultimi vent’anni, condotti da gruppi di ricerca italiani ed europei, raccontano una storia molto diversa da quella proposta dagli immigrazionisti o dai nostalgici delle mille e una notte. Non parlano di fratture, sostituzioni o “meticciati secolari”, bensì di una sorprendente stabilità. La Sicilia è uno dei territori europei con la più forte continuità genetica dalla tarda età antica fino a tutto il medioevo, con aggiunte puntuali, mai tali da riscrivere la struttura profonda della popolazione. Il nodo cruciale è semplice: il contributo genetico nordafricano e arabo è estremamente basso. Non “moderato”, non “inferiore alla media mediterranea”: basso. Le percentuali individuate nei maggiori studi autosomici e sul cromosoma Y oscillano tra il 2% e il 7%, a seconda dell’area e del modello statistico. Non è il segno di una colonizzazione, ma il residuo fisiologico di una dominazione politica esercitata da élite militari. L’aplogruppo E-M81 — la firma genetica più robusta del Maghreb — in Sicilia esiste, sì, ma è rara, marginale, distribuita in modo disomogeneo e comunque molto al di sotto delle soglie che caratterizzerebbero un impatto demografico significativo. Non c’è traccia, nell’isola, di alcuna “impronta araba” paragonabile a quella lasciata dai Greci, dai Fenici, dai Romani o perfino dai Longobardi nel Centro-Nord.
Decenni di propaganda culturale
La genetica, senza filtri culturali, compie un’operazione che alla storiografia ottocentesca non riuscì: misura. E ciò che misura smentisce decenni di propaganda multiculturale. Perché se davvero “mille anni di islamizzazione” avessero trasformato la Sicilia in una sorta di Mecca mediterranea, questo dovrebbe comparire nei marcatori ereditati per via paterna e materna. Non è così. Il profilo genetico dei siciliani resta ancorato all’asse tirrenico–egeo: greci, anatolici, popolazioni dell’Egeo, mescolati alla base italica pre-romana e poi romanizzata. Le linee introducibili in epoca islamica sono un rivolo, non un fiume. Il vero paradosso è che questa evidenza non sorprende gli storici meno ideologizzati: la dominazione araba in Sicilia fu una dominazione militare–amministrativa, non una migrazione di massa. Il grosso della popolazione rimase cristiano, parlante greco o dialetti latini, organizzato intorno a chiese e comunità locali. La colonizzazione fu élitaria: contingenti berberi, funzionari, guarnigioni, mercanti. Non un travaso di popolazioni paragonabile a quello dei Greci in età arcaica o dei coloni romani in età imperiale. E ancora: le stesse fonti arabe ammettono che larga parte delle comunità islamiche dell’isola fu spazzata via o trasferita dopo la conquista normanna. Federico II completò l’opera deportando migliaia di musulmani a Lucera: un evento che incide direttamente sulla trasmissione genetica. Se l’esigua presenza nordafricana non si è ampliata nei secoli successivi, è perché quelle linee paterne e materne si sono in larga parte estinte o spostate altrove. La storia, questa volta, coincide con la biologia.
La Sicilia, europea e greco-romana
E allora viene spontanea la domanda: perché si continua a raccontare che “la Sicilia è sempre stata araba”? Perché il mito funziona politicamente. È utile a chi vuole presentare l’Italia come un crocevia fatalmente destinato al meticciato permanente, un paese che non solo non può, ma non deve rivendicare alcuna continuità culturale. È la retorica che trasforma mille anni complessi in una cartolina folcloristica utile a giustificare l’idea che l’immigrazione, oggi, sarebbe solo la prosecuzione naturale di un processo eterno. La genetica, però, non fa sconti: la Sicilia non è un’eccezione mediterranea, ma una provincia europea con profonde radici greco-romane. La fase islamica fu breve, contenuta demograficamente e neutralizzata nei secoli successivi. Il melting-pot che oggi si vorrebbe attribuire all’isola non è mai esistito. Esistono invece millenni di continuità, resistenza culturale e sedimentazione ordinata, interrotta solo da élite dominanti incapaci di cambiare davvero la composizione del popolo che amministravano.
La memoria del sangue
Ed è forse questa la lezione più importante: i popoli mediterranei non sono liquidi, non si sciolgono a ogni mutamento politico. Conservano memoria, lingua, sangue. La Sicilia non è stata arabizzata: ha attraversato una dominazione, l’ha subita, poi l’ha respinta. E oggi, grazie al DNA, possiamo finalmente misurarlo con la stessa chiarezza con cui lo raccontavano le fonti antiche.
Sergio Filacchioni